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Immagine della serie "The Undoing" (Sky)
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Serie tv, perché gli italiani le fanno peggio

Perché gli americani le fanno meglio, le serie tv? Dopo Bridgerton, prodotto da sua maestà Shonda Rhimes (di Grey's Anatomy), che da fine 2020 ha demolito ogni record di Netflix diventando la serie tv più vista della storia del colosso di streaming, The Undoing - Le verità non detteè la produzione più chiacchierata di inizio 2021. La miniserie distribuita da Sky, anche se non ha messo d'accordo la critica, è un mistery sapientemente girato che prende luce dalle sue star hollywoodiane Nicole Kidman e Hugh Grant.

E intanto, mentre i due «transatlantici» americani prendono il largo, dalle coste italiane sono salpati due nuovi prodotti seriali italiani: su Sky sono tornate le storie de I delitti del Barlume, produzione Sky Original bonaria e sorridente, con i vecchini toscani pettegoli e detective ispirati ai gialli comici di Marco Malvaldi, e su Rai 1 e RaiPlay ha debuttato Mina Settembre, prodotta da Rai Fiction, con Serena Rossi nei panni dell'assistente sociale omonima tratta dai racconti di Maurizio de Giovanni.

Mettendo però i prodotti l'un di fronte all'altro, è come paragonare solidi e liquidi, materie con volumi e forme completamente diversi. Basta inforcare la prima sequenza delle due serie The Undoing e Mina Settembre per capire che le rotte siano completamente diverse. E la differenza non la fanno soltanto i budget, ovviamente differenti, ma l'approccio narrativo e qualitativo. La portata dello sguardo. The Undoing si apre con tagli di regia cinematografici (non a caso dirige la danese premio Oscar Susanne Bier), la fotografia è di fascino sensuale e tagliente (la firma Anthony Dod Mantle, vincitore di un Oscar per The Millionaire), e subito si apre un mistero sussurrato ma non mostrato che avrà soluzione solo molto più avanti. Prima sequenza di Mina Settembre, diretta invece da Tiziana Aristarco, regista con svariati prodotti televisivi da famigliola alle spalle (Un medico in famiglia 2, Provaci ancora prof!): appena la protagonista incontra per strada l'amica (attenzione, piccolo spoiler) è tutto molto telefonato e già intuiamo che a casa Mina si imbatterà nell'orecchino dell'amica e nel tradimento del marito.
Sul piano dello svolgimento, piaccia o non piaccia, The Undoing gioca con il noir e la sensualità, si diverte a spiazzare e depistare continuamente, riempie la mente di sospetti.
Mina Settembre ha i presupposti per essere una fiction impegnata, con la protagonista che fa l'assistente sociale per vocazione in una Napoli contemporanea, ma poi si naviga per lo più in superficie, alternando ai casi sociali qualche patema amoroso. Coraggio narrativo: non pervenuto.

C'è chi è stato capace di portare il cinema in tv, e chi si è fermato alla tv. Ma Federico Fellini non sbagliava: «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio».

Anche senza andare troppo in là, Oltreoceano, un'altra serie tv apprezzata del momento è targata Francia: si tratta di Lupin, prodotta dalla casa cinematografica francese Gaumont e distribuita da Netflix, con Omar Sy, altro attore del miglior cinema internazionale, nei panni del celebre ladro dei romanzi di Maurice Leblanc. Alla regia, tra i vari, c'è Louis Leterrier, il regista del film Marvel L'incredibile Hulk e di Scontro tra titani. Netflix ne ha appena confermato la seconda parte per l'estate (Lupin è stata al primo posto nella top 10 di Netflix in più di dieci Paesi).

Il punto fondamentale è uno: la serialità italiana, soprattutto quella di Rai Fiction, dal vischioso legame a doppio taglio con l'italica politica, non osa. È ancorata al passato e latita di una lettura della contemporaneità, fermandosi a una dimensione per lo più provinciale e limitata.
«Non c'è un ampio respiro, si parla spesso in dialetto, cosa che rende i prodotti non leggibili per un pubblico estero. E le tematiche affrontate sono trite e ritrite» dice la critica televisiva e cinematografica Maria Cristina Locuratolo. «Ad esempio Made in Italy, prodotta da Taodue e The Family, prima rilasciata su Amazon Prime e quindi ora su Canale 5, vuole rifare Il diavolo veste Prada nella Milano anni '70, ma è una serie che sa già di vecchio, con uno sguardo rivolto al passato».

Come showrunner Shonda Rhimes, la sceneggiatrice e produttrice televisiva statunitense che ha creato la serie televisiva Grey's Anatomy, ha dato vita a un vero proprio marchio di fabbrica, realizzando serie di successo come Scandal, Le regole del delitto perfetto e, l'ultima nata, Bridgerton, storia in costume che vuole riproporre il romanzo alla Jane Austen ma con rilettura contemporanea, molto interessante e dai toni leggeri.
«E poi c'è il tema dell'inclusione sociale: Netflix accetta quasi soltanto serie che affrontino questa tematica: la questione del razzismo, il racconto del mondo Lgbt, tematiche universali, non strettamente legate a un'epoca», prosegue Locuratolo. «Le nostre serie invece restano ferme a un'idea di Italia da anni '50, dove ci sono il valore della famiglia, l'amore, la donna che soffre per amore, personaggi stereotipati, non ci sono complessità e sfumature. Non riescono a leggere la contemporaneità: tendono a proporre un prodotto rassicurante, ma il pubblico, se gli offri un buon prodotto, lo sa riconoscere. Una serie come The Crown, britannica e statunitense, curata nei minimi dettagli storici, noi non saremmo in grado di farla. Come anche come Chiami il mio agente!(Dix pour cent), francese, che ha i toni della commedia francese, il dramma, la farsa, e la particolarità di poter sbirciare cosa succede dietro le quinte di un'agenzia di attori. Le serie che proponiamo noi sono sempre le stesse, o ripercorrono personaggi importanti (da Rita Levi Montalcini a cantanti vari) o figure istituzionali (carabinieri, preti, papi...) o sono storie che parlano di avvenimenti storici o sociali come la mafia, la strage Capaci... Oppure la classica storia stile telenovela, con storia d'amore».

Ma non si può dimenticare Gomorra, la serie italiana di stampo mafioso ispirata all'omonimo romanzo di Roberto Saviano, grandissimo successo internazionale. «Apprezzo molto le serie americane prodotte da HBO, come pure le britanniche. Ma voglio spezzare una lancia a favore della serialità italiana», dice Vittorio Lelii meglio noto come Vic, conduttore di Radio Deejay dove conduce diversi programmi tra i quali No Spoiler proprio sulle serie tv. «Ci sono tre prodotti che si sollevano sugli altri. C'è Il commissario Montalbano, che si rivolge sì a un pubblico generalista ma omaggia un grande scrittore come Camilleri. E poi ci sono soprattutto Gomorra e, in scia, Suburra. Cattleya e Sky hanno prestato molta cura nella realizzazione, mettendo in campo buone idee. Gomorra è stata venduta in oltre 190 Paesi. Sono queste le serie da prendere a modello e con cui guardare al futuro, da cui partire per fare meglio».

Le serie tv dai polmoni internazionali stanno elevando sempre più gli standard qualitativi e i confini del rischio, a volte superando anche il cinema stesso. Un esempio ancora: Servant, distribuita da Apple TV+, ha alla regia un audace come M. Night Shyamalan, l'autore del film cult Il sesto senso, e si inoltra nel territorio scomodo del fenomeno delle bambole reborn, bambole iperrealiste, copie perfette di bebè, usate per colmare le solitudini umane.
E forse, per certi versi, anche le fiction bonaccione di mamma Rai & co. lo fanno: colmano di rassicurazioni certo pubblico tricolore. «Le serie italiane pagano in termini di qualità perché hanno ancora addosso la patina dello sceneggiato tv, con fotografia, sceneggiatura e tempi televisivi: sanno di antico? Un po' sì» dice Vic. «Ma per lo spettatore generalista di una certa età, che è quello a cui si rivolgono questi prodotti, va bene così. È qualcosa di rassicurante. Che infatti in termini di audience funziona».

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