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La guerra del pallone

Il fuoco che covava sotto la cenere da tempo è diventato visibile all'ora di pranzo del day after della sfida scudetto tra Inter e Juventus. Avversarie sul campo a San Siro solo poche ore prima, le due società si sono trovate allineate su un tema centrale per il futuro del calcio italiano: la riforma della Serie A con il taglio delle squadre da 20 a 18. Inter, Juventus e Milan; le grandi del Nord in sicura minoranza dentro l'assemblea della Lega Serie A, ma convinte di dover rovesciare sul tavolo della contesa il proprio peso perché quelli che si aprono sono mesi in cui si scrivono i nuovi scenari del pallone. In Italia ed Europa.

Un'alleanza che non deve sorprendere e non è nemmeno una prima volta in assoluto. La differenza rispetto al passato è che l'incontro a tre separati rispetto agli altri presidenti, prima dell'assemblea e con una posizione così radicale, sia stato notificato pubblicamente come arma di moral suasion. Per cosa? Di sicuro per far presente al resto della compagnia e a chi osserva da fuori la necessità sempre più impellente di contare maggiormente, perché Juventus, Inter e Milan insieme assommano quasi 16 milioni di tifosi in Italia con una fetta del 64% (indagine StageUp 2023) ma poi devono fare i conti con i lacci di un sistema che tiene insieme anche i vagoni più piccoli del treno. Con sempre minore soglia di tolleranza.

La battaglia potrebbe trovare alleati inattesi lungo la strada perché si inserisce in un confronto più ampio che riguarda l'intera riforma del calcio italiano. Il presidente della Figc, Gabriele Gravina, prova in questi mesi a far fruttare la sua posizione puntando a un nuovo modello in cui la Federcalcio rimane centrale e i pesi si riequilibrano a favore di chi porta soldi dentro il movimento. Ovvero, la Serie A che oggi vale solo il 12% quando si tratta di discutere in Consiglio federale.

Negli uffici di via Rosellini a Milano hanno, però, altre idee. E così la 'ribellione' di Juventus, Inter e Milan si potrebbe saldare con lo strappo ben più ampio minacciato direttamente dal presidente dei presidenti. Luigi Casini è stato abbastanza netto nella posizione, evocando lo scisma da cui è nata in Inghilterra la Premier League che a metà degli anni Novanta, in piena crisi economica e di risultati, prese il controllo della propria gestione rimanendo sotto il cappello della Football Association solo per il minimo indispensabile.

La Lega Serie A ci pensa (anche qui non per la prima volta nella sua storia), Gravina non ha nessuna intenzione di aprire. Anzi. "Qando si lanciano questi proclami, bisogna stare attenti. La Premier League ha 21 azioni, 20 dei club e la 21/a spetta alla federazione. Quindi non glielo auguro alla Serie A tale situazione, non ci sono i presupposti per un'attività del genere. Dobbiamo concentrarci su attività che facciano bene al calcio. Questa proposta è distrazione di massa" ha risposto. Sulla sua agenda è segnata la data bdell'11 marzo nella quale fare sintesi delle proposte che sta portando in giro per le varie componenti e imporre la propria volontà. Difficile, però, arrivarci con un fronte aperto con il massimo contributore del sistema e ancora più complicato se all'interno di questa componente emerge una spaccatura netta.

Ecco la tempesta perfetta dentro la quale si muovono oggi i protagonisti del pallone. A maggio poi sono indette anche le elezioni dell'AIA, l'organizzazione degli arbitri, con un clima da resa dei conti ben testimoniato dalla vicenda delle rivelazioni dell'arbitro incappucciato a Le Iene e dai continui attacchi che sta subendo il designatore Gianluca Rocchi. Errori ce ne sono stati, ma qualche addetto ai fischietti fa notare nemmeno in misura superiore rispetto al recente passato; eppure la narrazione è intossicata dai veleni e renderà un'impresa portare a compimento la stagione, soprattutto se dovesse risolversi in un lungo duello scudetto tra Inter e Juventus con tutto quello che evoca in milioni di tifosi.

Sullo sfondo le vicende europee. Tra qualche ora si aprirà a Ginevra il Congresso Uefa nel quale il presidente Alksandr Ceferin punta a cambiare lo Statuto così da garantirsi un nuovo mandato. Mossa che lo ha reso fortemente impopolare e che ha portato alla fuoriuscita di Zvonimir Boban, suo braccio destro fino all'addio. Ceferin vuole restare per gestire le sfide che attendono la Uefa: da settembre la nuova super Champions League e poi la guerra con la Superlega che minaccia di fare causa a Nyon per 3 miliardi di euro per le attività di contrato dal 2021 al 2024, definite non legittime dalla Corte di Giustizia UE.

Fin qui l'Italia si è schierata apertamente con Ceferin e, anzi, attraverso Gravina occupa un posto di grande potere e visibilità ai piani alti del calcio europeo. Tenere insieme spinte ed esigenze di società da centinaia di milioni di euro con tutto il resto della piramide, però, rischia di essere esercizio complesso e non più rinviabile. Questione di soldi, ovviamente. Tema che agita i sonni a Roma come a Nyon.

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