La ripetitività cronica dello zoo di Sepúlveda

Ci sono tante forme di ingiustizia al mondo. Quelle meno note di solito hanno a che fare con il talento. Siccome il talento viene dai più considerato aria fritta fino a quando qualcun altro non lo certifica con il successo – e invano su questo scorrono i secoli, invano diventano classici quelli che meno se lo aspettavano in vita, invano ciò che appariva pop diviene per i posteri cult e viceversa – ecco che certificare il nulla è possibile, nel momento in cui questo nulla si è garantito non solo la sua riproducibilità tecnica, ma soprattutto la sua ripetitività cronica. Come dicevano i vecchi, quel che non strozza ingrassa. È il caso di Luis Sepúlveda e del suo zoo equo e solidale. Si partì nel 1996 con la gabbianella e il gatto che le fa da mamma e personal trainer. Poi il gatto tornò ormai vecchio e cieco insieme a un topo che leniva la sua solitudine. Ora è la volta della lumaca che si tira dietro un gufo e una tartaruga nella Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (Guanda, 95 pagine, 10 euro).

Siccome la lumaca non può rimanere lumaca a rischio che la parabola si ritrovi senza profeta di riferimento, alla nostra eroina viene dato un nome da guerrigliera che si rispetti, ovvero Ribelle. A dispetto del destino che le competerebbe nel mondo reale, un metro quadro di esplorazione e poi schiacciata a morte, Ribelle vaga per prati e piante in un viaggio di formazione che le insegnerà che il paese che desideriamo, a forza di desiderarlo, è dentro di noi. Alla faccia delle speranze migranti. Prima però Ribelle dovrà passare attraverso le implacabili forche del luogocomunismo, tipo: se invece che lenta fosse stata veloce come un nibbio, mai avrebbe potuto conoscere la tartaruga Memoria, sua guida spirituale, e lenta quanto lei. Non solo i vecchi («Se mio nonno aveva le ruote era un tram» dice uno dei proverbi più antichi e più saggi), ma nemmeno Walt Disney approverebbe questa morale: nei filosofici boschi di Sepúlveda uno scemo come Bambi, non possedendo il neurone anarcorivoluzionario di Ribelle, non avrebbe fatto un passo fuori dalla sua radura di riferimento. Nulla di male a inventare una favola, ma se viene tradotta in decine di paesi, Italia compresa, pretendiamo almeno che non scateni la sindrome «Ero capace anch’io» che di solito prende il neofita di fronte a un Damien Hirst da un milione di dollari. La storia della lumaca di Sepúlveda è dentro di voi. Quotatela a partire da 10 euro.

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