Sciopero Generale all'Ilva mentre il settore dell'acciaio vola

Ci sono 60 mila lavoratori impiegati nella siderurgia italiana, e solo un grosso punto interrogativo sul loro futuro. Mentre per oggi l'unica certezza è la cassa integrazione, non giustificata dal mercato che invece è in forte rilancio con una domanda di acciaio che stiamo lasciando inevasa, e materie prime che non arrivano più neppure dall'estero. "Il tempo è scaduto" dicono Fim, Fiom e Uilm e con questo titolo hanno convocato sciopero generale mercoledì 10 novembre negli stabilimenti Ilva e Piombino, e una manifestazione a Roma in un corteo che parte da Termini e passando dal Ministero dell'Economia arriverà fino al Mise. A precederlo martedì assemblee delle rsu sindacali presso gli stabilimenti siderurgici di Taranto, Genova e Piombino.

Lo hanno annunciato in una conferenza stampa lunedì mattina, tenendo a precisare "non si tratta dell'ennesima tappa di una vertenza decennale, qui ci troviamo di fronte a un'altra prospettiva".

I lavoro sono stati aperti dal segretario generale della Uilm Rocco Palombella, decano della vertenza Ilva, e tarantino. "Nonostante la forte domanda di acciaio, e i produttori finali fermi perché non ne trovano, Acciaierie d'Italia tiene 2300 operai in cassa integrazione più i 1600 di Ilva in Amministrazione straordinaria. Persone che da anni vivono con 900 euro al mese. Anni in cui abbiamo cambiato sette Presidenti del Consiglio e 13 decreti che sono stati chiamati salva Ilva ma in realtà l'hanno affossata. E mentre il nostro Paese è diventato importatore netto di acciaio, la Cina ne ha incrementato la produzione di 135 milioni di tonnellate, tutto a carbone. E invece in Italia l'unico impianto a carbone che è rimasto è Ilva e vogliono chiudere anche quello, invece di ammodernare il ciclo integrale fondamentale per il nostro Paese. Da anni non viene fatta manutenzione sugli impianti, e addirittura sbagliano pure i lavori".

Palombella annuncia il grave danno che è stato fatto all'altoforno 4 per un errore di manutenzione, e ora rischia un ennesimo prolungato spegnimento: "salterebbe cosi l'obiettivo produttivo del 2021, pari a 5 milioni di tonnellate di acciaio, che l'azienda aveva dato dopo un 2020 che, tra Covid e altri problemi, l'ha vista al minimo storico con 3,4 milioni di tonnellate". E soprattutto non si sa perché non sono ancora iniziati i lavori di revamping di afo 5, che dal piano industriale dovevano già essere iniziati per riaccenderlo nel 2023. Da solo produce 3,5 milioni di tonnellate di acciaio, e rappresenta il cuore del del siderurgico di Taranto. Era maggio quando al primo tavolo convocato da Giorgetti per rispondere ai sindacati sul mancato avvio del piano industriale firmato da Arcuri, Gualtieri e Patuanelli a dicembre 2020, il Ministro dello Sviluppo della Lega disse "aspettiamo prima il Consiglio di Stato".

Pochi giorni dopo il consiglio di Stato per l'ennesima volta ribadì che si poteva continuare a lavorare e completare l'attuazione dell'attuale piano ambientale che garantisce il pieno equilibrio di salute, ambiente e lavoro. Piano che da quando c'è Arcelor Mittal (dopo la lunga sospensione negli anni dei commissari) procede nei tempi previsti come relazionato da Ispra che a ottobre ha effettuato gli ultimi sopralluoghi, eppure a ciò non corrisponde un aumento della produzione. L'Autorizzazione Integrata ambientale consente all'azienda a produrre 6 milioni di tonnellate fino al completamento del piano ambientale, e una volta completato passare a 8. Numeri che derivano dalla valutazione del danno sanitario, che fissa questi limiti in base al rischio sanitario accettabile. Come sa bene l'attuale Ministro del Lavoro Andrea Orlando, che è proprio colui che da Ministro dell'Ambiente durante il governo Letta firmò questo piano ambientale, scritto da esperti da lui chiamati e posto a consultazione pubblica. Ed espropriando l'azienda ai Riva per darla in mano a dei commissari (non era mai successo prima che venisse messa in amministrazione straordinaria un'azienda economicamente solida) che a suo dire avrebbero attuato quel piano. E invece appena arrivata l'amministrazione straordinaria ILVA è finita in insolvenza, lasciando milioni di debiti non pagati ai fornitori e alle ditte dell'appalto. E per vedere la copertura dei parchi minerari abbiamo dovuto aspettare venisse ceduta ad ArcelorMittal e che Carlo Calenda ne imponesse l'avvio della costruzione delle cupole.

Oggi dagli interrogatori del processo di Potenza su Piero Amara e l'ex procuratore Capristo scopriamo perché fino ad allora non erano mai stati fatti: "perché avrebbero comportato una best practice cui poi tutti gli altri stabilimenti avrebbero dovuto adeguarsi". Oggi infatti Ilva è l'unico stabilimento a ciclo continuo del mondo ad avere i parchi minerari coperti. E sarebbe davvero assurdo che dopo anni di lotte per averli e 400 milioni investiti dal privato solo per la copertura, proprio ora si spegnessero gli altoforni. Eppure al momento lo stabilimento invece è a produzione dimezzata, tenendo domanda inevasa e lavoratori in cassa integrazione. Dopo il consiglio di stato Giorgetti ha dovuto rimandare alla formazione del cda, poi all'approvazione del bilancio, ora forse aspetta Natale.

"Sono mesi che l'attuale Governo ci prometto un nuovo piano- dice Palombella- e noi ancora non l'abbiamo visto. Nel frattempo i lavoratori sono a casa e l'azienda cade a pezzi perdendo quote di mercato e compratori che nel frattempo sono andati fuori. Ora con la caduta dei dazi americani, che aspettavamo da anni, il mercato si è aperto ancora di più e noi stiamo fermi. Non ci basta che Draghi dica che la siderurgia è strategica, se a questo non corrispondono atti politici. Guai a dare l'impressione che questa è una vertenza vecchia, nessuno ne vuole più parlare ma ci sono sessanta mila lavoratori (30 mila diretti e 30 indiretti) in ballo. Tra l'altro quelli indiretti sono completamente senza garanzie, e spesso senza stipendio perché le ditte non ricevono i pagamenti da Acciaierie d'Italia". Che nel frattempo però è l'unica azienda pubblica a pagare i tamponi ai lavoratori non vaccinati.

Benaglia, segretario della Fim lamenta la mancanza di convocazione da parte del governo che sta portando avanti la trattativa senza le parti sociali: "non chiamate il sindacato a cose fatte, perché non siamo sicuri che chi le sta facendo le fa bene. L'accordo sindacale è una delle clausole necessarie per il definitivo passaggio alla vendita dell'acciaieria, ma non è dovuto. Non è detto che lo firmiamo se c'è scritto zero esuberi nel 2027, perché non ci crediamo più".

Gianni Venturi della Fiom torna sul piano industriale, che a detta del sindacalista non potrà prescindere dal risolvere questi tre nodi: "costo dell'approvvigionamento energetico, mancanza del rottame, e disponibilità del gas per il preridotto". Inoltre Venturi sottolinea l'importanza di un piano concreto "perché pure quando Jindal ha comprato Piombino c'era scritto che doveva fare due forni elettrici, e invece da tre anni non ne ha fatto neanche uno".

"Loro arrivano adesso e dicono che devono leggere le carte- conclude Palombella riferito all'attuale governo cui è rivolto lo sciopero- ma qui ci sono lavoratori che aspettano da dieci anni. E noi il presidente Barnabè non lo abbiamo ancora mai visto".

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