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Rudolf Giuliani, l'ultima ancora di salvezza di Donald Trump

Ci voleva l’ingresso di Rudolph Giuliani, un avvocato ma anche un politico, perché Trump trovasse finalmente un solido baluardo al Russiagate.

Giuliani ha infatti l’autorevolezza per dire a Trump, chiaro e tondo, che non deve comparire davanti a Robert Mueller, perché tutta la vicenda è solo una trappola. Esprimendo un mix di visione politica pragmatica e di esperienza legale, Giuliani è insomma l’ultimo bastione per evitare che il Russiagate colpisca (leggi "destituisca") il Presidente.

Intanto, alla vigilia (ma quanto manchi davvero nessuno lo sa con certezza) della richiesta di comparizione di Donald Trump davanti al procuratore speciale Robert Mueller, lo scandalo svela tre sostanziali debolezze.

La prima sono le domande preparate da Mueller; la seconda la vicenda Stormy Daniels, e infine il Partito Democratico.

Le domande di Mueller

Rese pubbliche, fanno trapelare come Mueller non abbia nuove carte da giocarsi e che quelle note sono tutte di scarsa rilevanza penale, se calibriamo l’espressione nel merito delle prerogative presidenziali. In altre parole, manca la sostanza formale che possa portare ad una precisa incriminazione di Trump, a meno che Mueller non tenga nascosto qualcosa d’importante.

Per questa ragione Giuliani, da legale navigato, esclude un faccia a faccia Trump-Mueller che possa danneggiare un Presidente capacissimo di mettersi nei guai da solo, magari per qualche sua tipica esternazione non protocollare.

Anche perché, solo per citare un aspetto dell’inchiesta, sembra che il celebre incontro alla Trump Tower del giugno 2016 con Natalia Veselnitskaya e tutti i volti noti del Russiagate, fosse per parlare d’affari e non delle mail di Hillary Clinton, tema derubricato a semplice pourparler.

Lo scandalo Stormy Daniels

Lo scandalo Stormy Daniels, la pornostar, non ha nulla a che fare col Russiagate ma sembra ogni giorno rubarne la scena, perché è messo dai media sullo stesso piano dello scandalo maggiore, non in quanto entrambi abbiano in comune l’avvocato di Trump Michael Cohen, ma per il potenziale che si riconosce all’affaire di poter danneggiare la carriera politica di Trump. Inevitabilmente, l’equiparazione finisce per abbassare il Russiagate, vicenda di caratura internazionale di cui si occupa il New York Times, a storia da buco della serratura buona per un tabloid a colori.

Il Partito democratico

Infine, la strategia del Partito Democratico. Ormai è chiaro come tutta l’opposizione a Trump si sia basata sul Russiagate. Le posizioni antirusse dei principali leader democratici sembrano addirittura la fotocopia delle idee del falco John Bolton.

Trump - a partire dalla riforma fiscale pro ricchi e passando per le politiche restrittive sull’immigrazione – ha dato ai liberal americani diverse occasioni per fare opposizione, ma nonostante questo i Democratici sembrano aver scommesso tutte le loro carte solo sul Russiagate e il relativo impeachment per Trump.

Al quartier generale dei Democratici non tira una buona aria. Da quando Trump è alla Casa Bianca anche la raccolta fondi del partito è in crisi. Forse continuare a ripetere che il governo americano è il barboncino di Putin (Putin’s poodle) non giova, soprattutto se Trump parla, al contrario, di nuovi posti di lavoro conquistati.

Con Giuliani a guardargli le spalle e i democratici in crisi Trump prenderà la decisione se comparire o meno davanti a Mueller. La logica dice che non lo farà, ma la logica con Trump conta meno di zero.

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