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ANSA/ CIRO FUSCO
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Roma, Napoli, Milano: le primarie gettano il Pd nel caos

È uno scenario a tinte fosche quello che si sta delineando per il Pd in questa fase post-primarie. A Roma non si sono ancora placate le polemichesull'affluenza ai gazebo di domenica che l'ipotesi sempre più concreta della discesa in campo di un candidato dalemiano forte come Massimo Bray sta provocando ormai fibrillazioni diffuse tra la dirigenza dem. A Napoli Antonio Bassolino ha deciso di fare ricorso (ma non gli è stato approvato) per mettere in discussione la vittoria di Valeria Valente per i brogli documentati all'esterno di alcuni seggi. A Milano Francesca Balzani ha voltato le spalle a Sala e, molto probabilmente, non lo appoggerà nella corsa a Palazzo Marino. Nel frattempo Matteo Renzi ha deciso di convocare una Direzione del partito per il 21 marzo.


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Napoli
Sotto accusa, almeno da parte della minoranza dem, le primarie. O meglio le regole attuali che non garantirebbero la trasparenza necessaria a evitare irregolarità e inquinamenti. Per quanto riguarda il capoluogo campano, dove le telecamere nascoste del sito Fanpage.it (ma c'è chi avanza il sospetto che si sia trattato di una messinscena architettata ad arte) hanno catturato la scena di alcuni consiglieri comunali e municipali, ma anche esponenti di centrodestra, intenti a distribuire il denaro necessario a votare per Valeria Valente, i vertici del Nazareno provano a sminuire. “Solo casi isolati che non inficiano il risultato delle primarie” il refrain dei vicesegretari Guerini e Serracchiani e del presidente Matteo Orfini. “Babbarie”, quisquilie, secondo il presidente della Regione Vincenzo De Luca.

Ma l'ex sindaco e governatore sconfitto, Antonio Bassolino, non sembra essere della stessa idea e mentre De Magistris e grillini partono all'attacco lui parla di “mercimonio”. Anche perché i voti di distacco tra lui e la Valente sarebbero solo 450, ossia quelli ottenuti proprio nei seggi sotto accusa. Tanto che durante lo spoglio, prima di arrivare a quelle sezioni, tra i due candidati c'era una sostanziale parità. Anche la Procura avrebbe deciso di volerci vedere chiaro. Ma il rischio vero, per il Pd, è che Bassolino potrebbe decidere di rompere con il suo partito e correre con una lista propria.

Milano
Come se non bastassero già i casi Roma e Napoli ad agitare il clima post primarie, ecco che a scoppio ritardato si aggiunge anche il caso Milano. Francesca Balzani, la candidata sostenuta da Giuliano Pisapia, arancioni e Sel, sconfitta da Giuseppe Sala il 7 febbraio scorso, ha annunciato che, diversamente da quanto promesso e previsto dalle regole accettate da tutti i membri della coalizione che partecipano alle primarie, non appoggerà il candidato sindaco. Nonostante il dialogo di queste settimane – è la spiegazione – ad oggi le distanze politiche sono giudicate ancora troppo grandi e l'unica condizione per un ripensamento è che Sala coinvolga maggiormente Balzani nella definizione del programma da cui finora si è sentita esclusa.

Roma
Un'operazione che fa il paio con quella che Massimo D'Alema starebbe tentando di mettere in atto nella Capitale. L'ex premier spinge da tempo per candidare l'ex ministro della Cultura nel governo Letta Massimo Bray. Su di lui, secondo i piani del nemico numero uno di Matteo Renzi, dovrebbero convergere anche Stefano Fassina, candidato di Sinistra italiana già in campo da mesi ma inviso a una parte di Sel che ultimamente non gli perdona nemmeno l'intervista “anti-Vendola” dei giorni scorsi, e Ignazio Marino, l'ex primo cittadino rimosso dal Pd che ancora non ha deciso se correre in prima persona o limitarsi a concorrere con una sua lista in appoggio a un altro nome, Fassina o Bray, in chiave anti-Giachetti.

Roberto Speranza e Gianni Cuperlo si sono chiamati fuori, per loro il candidato è e resta il vicepresidente della Camera, ma è probabile che su Bray finiscano per convergere non solo Sel, i civatiani e i marziani di Marino, ma anche una bella fetta di elettori Pd che alle primarie hanno sostenuto Roberto Morassut.

Primarie sotto accusa
Nel frattempo sotto accusa restano le primarie che da quando sono state importate in Italia dagli Stati Uniti, ormai 11 anni fa (la prima volta fu il 2005) non sono mai filate lisce. Uno strumento che il Pd ha adottato per selezionare la propria classe dirigente e amministrativa senza però assorbirne anche le modalità che regolano quelle americane, per altro previste per legge.

Manca in Italia l'obbligo di pre-registrazione all'elenco degli elettori. Chi vota alle primarie del Pd o del centrosinistra viene infatti registrato solo al momento del voto. Una scelta fatta allo scopo di attirare il maggior numero di elettori ma che negli anni ha lasciato campo aperto a infiltrazioni di ogni tipo: da quelle della criminalità organizzata a quelle di rom e stranieri trascinati ai seggi in cambio di un pacco alimentare o di qualche spiccio.

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