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Elizabeth Taylor (Stroud/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)
Tendenze

La pelliccia non è più un tabù?

All’inizio c’era solo lei, la pelliccia.

Quasi sempre, quando pensiamo all’uso della pelliccia come abbigliamento, dimentichiamo che alle origini in realtà è stata il primo vero indumento. Agli albori del genere umano, pelli e velli animali rappresentavano la sola e unica risorsa per potersi coprire e proteggere dalle intemperie. In seguito, con l’evoluzione socio-culturale, il suo uso viene abbandonato, probabilmente a causa anche di questo suo simbolismo primitivo e di sopravvivenza, lasciando spazio alla scoperta delle prime fibre naturali e alle loro lavorazioni. Eccezione fatta per la mitologia greca che raffigurava Dei ed eroi coperti da velli pregiati e dai protagonisti dell’Impero Romano spesso descritti adornati da pelli di animali esotici, dobbiamo arrivare al XVII e al XVIII secolo per vedere la pelliccia ricoprire un ruolo importante nella simbologia dei codici di abbigliamento rappresentando potere e ricchezza, appannaggio esclusivo di ceti sociali elevati, re e regine, persino la chiesa adotto la pelliccia come elemento distintivo e solenne.

Ma è solo agli inizi del ‘900 che la pelliccia entra con prepotenza nel mondo della moda interpretando cappe e cappotti, sia maschili che femminili, stole, colli e polsi. Dagli anni ‘20 in poi la sua presenza diventa imprescindibile, sottolineando ancora una volta il suo valore di status symbol, attitudine glamour e di oggetto del desiderio. Il suo successo è così imponente tanto da influenzare anche il cinema e i film di animazione. Pensiamo al sogno di Crudelia Demon, alla stola di Jessica Rabbit o agli enormi colli dei mantelli indossati delle regine cattive.

Hollywood poi ne rappresenta la sublimazione, dive come Marilyn Monroe, Rita Hayworth e Greta Garbo sono state ritratte più volte dai grandi fotografi avvolte nelle loro calde e voluminose pellicce, a volte anche sul corpo nudo. Gli anni ‘80 vedono la pelliccia raggiungere il suo apice di fama passando da capo iconico ed elitario a oggetto del desiderio, simbolo di una cultura edonista e di quella middle-class che preferiva l’apparire all’essere. Con gli anni ‘90 arrivano tuttavia gli stilisti giapponesi equelli della scuola di Anversa che, nel rifiuto di tutta l’estetica che li aveva preceduti, traghettano la moda verso una nuova dimensione, visionaria ed understated,scardinando le fondamenta su cui si era basato il sistema fino a quel momento.

Insieme all’avvento dello stile minimalista e del decostruttivismo prendono voce anche i primi movimenti animalisti che aberrano l’uso degli animali e boicottano i grandi marchi con proteste attive e manifestazioni di sdegno. È passata alla storia la famosa campagna sociale interpretata dalle top model del tempo (Linda, Claudia, Naomi, Amber,..) fotografate nude con lo slogan “I’d rather go naked”.

La presa di coscienza sociale è così forte che alla fine degli anni ‘90 la pelliccia diventa tabù e scompare pian piano da tutte le collezioni, sostituita nel tempo dalle alternative “socialmente sostenibili” come le pellicce sintetiche (che seppur salvaguardando gli animali hanno effetti devastanti sul sistema ambientale) o le lavorazioni effetto pelliccia.

Ma dopo vent’anni qualcosa sta cambiando, stagione dopo stagione le pellicce stanno riaffiorando, non tanto sulle passerelle quanto nelle strade, nella quotidianità così come sui social, indossate da star e celebrity. Il fatto che ancora nelle nuove collezioni non siano pressoché presenti avvalla l’idea del recupero, del second-hand. Sempre più “sciure” rispolverano dagli armadi capi stivati da decenni, per le occasioni speciali così come per adempiere alla quotidianità della spesa.

Anche le nuove generazionisi stanno avvicinando a questo capo fino a ieri a loro estraneo, complice probabilmente il trend degli ultimi anni verso una moda rètro sdoganata da designer come Marc Jacobs e soprattutto Alessandro Michele per Gucci. Evidentemente questa remora etico-sociale stà scomparendo, lasciando nuovamente una libertà di scelta seppur responsabile.

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