ANSA/ANGELO CARCONI
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Le promesse di Renzi, la verità di Draghi

La fiammata di Mario Draghi incenerisce in un attimo Matteo Renzi e tutti i suoi fogli Excel, i suoi tweet, le sue slide. Dice il presidente della Banca centrale europea che “uno dei componenti del basso PIL italiano è il basso livello degli investimenti privati”, dovuto “all’incertezza sulle riforme”. Perciò, forse, “per i Paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali”. Insomma, meglio la Troika di Renzi. O anche: basta spot, ora si fa sul serio.

Ricordate le promesse di Matteo? Una riforma al mese. Era il 17 febbraio e Renzi prendeva in mano il governo, preceduto dall’ottimismo pratico del foglio Excel compilato sul video-wall delle “Invasioni barbariche”. Quel foglio Excel non è più riapparso: troppo facile smascherarne le bugie. Poi sono arrivati gli allegri cinguettii su come Matteo avrebbe cambiato l’Italia in quattro e quattr’otto. Correre, correre, correre. Una rivoluzione al mese. A febbraio le riforme costituzionali (compresa la legge elettorale), a marzo lavoro e occupazione (compreso il Jobs Act), ad aprile la riforma della PA (due mesi perché non è così semplice), a maggio la riforma del fisco. Ri-correva pure tra le righe la riforma della giustizia. La restituzione “totale e immediata” dei debiti della pubblica amministrazione con le imprese non era neppure nel cronoprogramma, in quanto “immediata” (è stata rinviata a luglio, poi a settembre, poi chi vivrà vedrà, ma dubito che vedremo Renzi nel famoso pellegrinaggio che aveva promesso a “Porta a Porta” se non ci fosse riuscito). A ogni promessa non mantenuta, il premier ha reagito con altre promesse. I cento giorni sono finiti da un pezzo e allora che cosa c’è di meglio che aggiungere uno zero e trasformarli in 1000? 

Il nuovo traguardo temporale è maggio 2017, nella lettera postata da Renzi sul sito del governo (leggila qui ) dopo la “gelata” dei dati Istat sull’Italia in recessione dello 0.2 per cento nel secondo trimestre dell’anno (a fronte di una crescita prevista dal governo dello 0.8 nel 2014 con la precisazione che si trattava di una previsione prudente). I punti di percentuale non preoccupano mai Matteo. Che non si stanca di ripetere spavaldamente che non sarà ricordato per lo “zeropuntovirgoladi” ma per la rivoluzione della scuola (voi l’avete vista?) e anche nelle ultime interviste, mostra di non voler comprendere la tragicità della situazione disquisendo di percentuali come fossero cose da nulla: “Siamo a un PIL che è a -0.3 mentre ci aspettavamo più o meno un +0.5 per chiudere allo 0.8”. E quindi? Dimissioni? Macché. Né dimissioni né manovra. Anzi, su col morale! Ci siamo! “Riusciremo a vedere segnali positivi? È presto per dirlo”.

Nei conti della spesa di Renzi c’erano fior di miliardi dalla spending review del commissario Cottarelli, che adesso non è più un deus ex machina ma un tecnico che non decide nulla e tornerà al Fondo monetario: “La spending review è ontologicamente una questione politica”, dice Renzi. Ontologicamente! Ma la politica, cioè il governo, in questi 6 mesi non ha tagliato. Una scelta “ontologica” anche questa? Non ha neanche abbassato la pressione fiscale. Sempre “ontologicamente”. Ha solo compiuto un’operazione elettorale, la regalia di 80 euro al mese nelle buste paga di alcuni (promettendo di estenderla a partite IVA e pensionati, altra parola tradita).

E così, oggi Renzi riparte con le promesse. Lancia 5 riforme in un’intervista al “Messaggero”, e nella lettera su governo.it ne indica dieci. Con la beffa della chiosa: annuncia che non farà più annunci. Le promesse di Renzi, la verità di Draghi Ma, attenzione, nella e-mail mensile firmata qualche giorno fa chiudeva con “un sorriso, Matteo”. Stavolta niente sorriso. Solo Matteo. Dobbiamo preoccuparci?

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