I problemi per le banche italiane: dimensioni e "non performing loans"

Nelle scorse settimane la BCE si è esposta sul tema banche e non performing loans (Npl, i crediti diventati inesigibili e in pancia alle banche), rilasciando dichiarazioni attraverso i suoi rappresentanti che di certo non possono passare inosservate.

Solo apparentemente hanno riguardato infatti temi quali la stabilità del sistema, l’introduzione o la modifica di regole per migliorare la situazione e contribuire a ridurre i rischi; questa è la favola che ci raccontano. Le scelte compiute dai tecnici hanno invece un impatto politico molto rilevante e sono volte ad incoraggiare determinati players a discapito di altri, non garantendo la parità di trattamento tra i soggetti bancari coinvolti.

Le dimensioni delle banche

Il primo intervento è stato quello di Danièle Nouy, presidente del consiglio di vigilanza della BCE, la quale ha posto l’attenzione sul dimensionamento delle banche in Europa e sul rischio che un’elevata presenza di istituti può comportare. Ha quindi suggerito ed invitato a non agire per la loro salvaguardia, in quanto vi dev’essere una naturale riduzione del numero delle stesse, in pieno accordo con la teoria della selezione naturale elaborata da Darwin.

È lecito pensare che l’Italia, paese con un elevato numero di banche di dimensione piccola e media (leggasi Banche di Credito Cooperativo e Banche Popolari), fosse tra i Paesi ai quali Nouy pensasse, dando un chiaro segnale al governo, ultimamente impegnato con diversi provvedimenti urgenti e straordinari per la tutela del risparmio e la trasformazione di questi istituti.

Da queste dichiarazioni si intravedono tuttavia due scenari:

  • un’accelerazione dei processi di fusione ed aggregazione dei gruppi bancari, già avviati con il mondo del credito cooperativo a cui seguirà il mondo delle Popolari;
  • una forte frenata alle manovre straordinarie di salvataggio o aiuto degli istituti minori in difficoltà, con conseguenze drammatiche sui cittadini ed il risparmio.

Il problema dei crediti deteriorati

L’altra discussione ha riguardato invece i crediti deteriorati e la necessità di procedere con una svalutazione e cessione in tempi più rapidi rispetto agli attuali.
Questa indicazione ha però delle conseguenze non trascurabili, che possono essere riassunte in quattro passaggi logici:

  • ci sarà un’immediata conseguenza per le banche con una prevalenza di crediti rispetto agli investimenti nel loro attivo (anche qui, le banche italiane sono chiaramente tra le più coinvolte), le quali incorreranno in grandi accantonamenti, bilanci in perdita, e necessiteranno di nuovi capitali;
  • i capitali potranno essere apportati da grandi investitori esteri come le banche d’affari, le quali aumenteranno così le loro partecipazioni e la loro presenza nelle banche italiane
  • vi è un chiaro svantaggio a concedere credito, se questo è soggetto a continue ed aspre regole, quando invece le banche (prevalentemente francesi e tedesche) che detengono importanti quantità di titoli tossici non vengono minimamente coinvolte;
  • dal momento che i crediti deteriorati dovranno essere ceduti, una maggiore offerta determina – a parità di domanda – un minor prezzo. Il vero vantaggio, pertanto, sarà per i compratori di crediti deteriorati come fondi speculativi internazionali, i quali potranno acquistare grandi stock a prezzi stracciati. Ed ancora una volta viene così privilegiato il circuito vizioso della speculazione finanziaria a quello virtuoso del credito all’economia reale, invece indispensabile.

Quando perfino un banchiere di lunga esperienza come il Presidente di Assopopolari Sforza Fogliani afferma che il rischio è quello di avere un oligopolio bancario in Italia, allora possiamo scrivere che stiamo commentando la cronaca di una morte annunciata. Quella – rebus sic stantibus – del sistema bancario italiano; almeno, come lo conosciamo da secoli.

Per approfondimenti: Winthebank.com

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