Appunti di stile dalla Paris Fashion Week

La Paris Fashion Week si accinge ad abbassare il sipario sulle collezioni presentate per il prossimo autunno inverno 2024/25, come successo per Milano senza troppi entusiasmi e soprattutto senza alcun coupe de théatre come magari ci saremmo augurati.

Un calendario sostanzioso, spalmato su ben 9 giorni di eventi, tra sfilate e presentazioni che hanno raccontato la moda contemporanea con linguaggi diversi, alcuni parlavano di femminilità istituzionale, altri di estetiche sovversive e innovative, quelle che in assoluto sono mancate nella piattaforma milanese.

Certo, anche Parigi non ha esagerato a livello di contenuti, soprattutto per quel che riguarda i nomi altisonanti del calendario, da Dior a Chanel, da Courrèges a Saint Laurent, i vari direttori creativi si sono limitati a confezionare collezioni rassicuranti (soprattutto per i dipartimenti marketing), guardando agli archivi storici e applicando un’estetica contemporanea.

Le narrative di stile sono in realtà state fornite dai vari comunicati stampa promossi dai vari uffici di comunicazione, a volte nemmeno proprio immediati.

C’è bisogno di creare uno storytelling per far parlare di una collezione, una necessità soprattutto dei giornalisti quando, a mio parere, basterebbe raccontare semplicemente di vestiti e di stile, le collezioni dovrebbero parlare di contenuti e non di racconti filosofici.

Fortunatamente i nuovi designer, emergenti o quasi, hanno dimostrato la volontà di promuovere una moda originale, sperimentale e mai legata al passato, sottolineando la propria identità stilistica e scrivendo un nuovo lessico di moda. Germanier, Rokh, Gauchere, Noir Kei Ninomiya, Undercover, Yproject, Marine Serre sono solo alcuni dei nomi che rappresentano una sorta di «nouvelle vague», o che perlomeno sono impegnati a definire un nuovo percorso dell’estetica contemporanea.

Ma se vogliamo parlare di grandi nomi che ancora hanno un importante valore creativo i vincitori rimangono pochi, storici brand, quelli che sempre sono rimasti fedeli ad una propria cifra stilistica e ad un proprio credo, identitario, che non a caso non si avvalgono di direttori creativi ma che ancora oggi sono frutto della visione dei propri fondatori: Rick Owens, Miuccia Prada per Miu Miu, Rei Kawakubo per Comme des Garçons, Yohji Yamamoto.

I due momenti tanto attesi, Chemena Kamali da Chloé e Sean McGirr da Alexander McQueen non hanno lasciato, per il momento, un segno indelebile, mentre quello che verrà sicuramente ricordato di questa fashion week sono due aneddoti, non fondamentali ma interessanti per il corso delle dinamiche di comunicazione della moda: The Row, che ha vietato l’uso di cellulari e le riprese dello show e Marine Serre, che facendo sfilare la sosia di Kate Moss (Denise Ohnona), ha scatenato un tam tam mediatico infinito.

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