Grazie a San Nicola, è "Bari mania"

Alla prima asta per scongiurare il fallimento del Bari Calcio, da dottore commercialista figlio di commercialisti, Gianluca Paparesta s’è presentato senza il dovuto assegno circolare: "Ho fatto la figura di Totò che voleva vendersi la Fontana di Trevi" ammette, sulla grande terrazza affacciata sul lungomare Perotti. Alla seconda e terza ha atteso, ricucendo la tela. E infine, mentre in città si ripeteva il miracolo del sacro unguento estratto dalla tomba di San Nicola, con un gioco al rialzo con l’altro pretendente Antonio Cipollone ha versato 4,8 milioni di euro (non suoi) ed è diventato il salvatore della città. Ora la gente lo osanna e lo ringrazia, non come accadeva dopo il 6 novembre 2004, quando Luciano Moggi in un’intercettazione disse d’averlo chiuso nello spogliatoio di Reggio Calabria (circostanza smentita in tutte le sedi) stroncandogli la carriera. Ecco l’ennesima rinascita di Paparesta, il barese fenice del calcio italiano.

Faccia uno sforzo e dica una qualità di Luciano Moggi che vorrebbe avere lei.
La capacità di relazioni capillari per avere i giocatori migliori ai prezzi migliori.

E un difetto che lei non ha?
Paragonarmi a lui non mi piace, ma il suo delirio di onnipotenza non mi appartiene.

A Bari si dice che senza l’intercessione di Francesco Boccia, discreto centravanti in gioventù e ora vicepresidente della Commissione bilancio del Senato, non ce l’avrebbe fatta.
È vero. È un grande amico che ha a cuore le città e mi ha dato una grande mano. Anche se è juventino.

Cosa ha fatto l’onorevole in concreto?
Ha fatto in modo che presentassi il mio progetto a molti importanti partner russi. E quando ho fatto scrivere sulla casacca della squadra, in cirillico, "Bari città di San Nicola", ha fatto sì che la maglietta arrivasse nelle mani di Vladimir Putin.

Un miracolo, praticamente.
Io sono devoto a San Nicola e il giorno dell’asta decisiva, di mattina presto, sono passato alla basilica a pregare. Alle otto di mattina non era ancora arrivato il bonifico. Poi è andato tutto per il meglio. Anzi, devo ricordarmi di andarlo a ringraziare.

Più che San Nicola, pare, poté padre Andrey Boystov, priore della chiesa russa di Bari.
È venuto pure allo stadio a vedere. Ma sul suo intervento, no comment.

Tra i probabili e finora misteriosi finanziatori ci sono Arkady e Boris Rotenberg, amici di Putin, proprietari della Dynamo Mosca e soci in affari di Gazprom. Come fa a conoscerli?
Li conosco da quando facevo l’assessore al Marketing territoriale qui a Bari e andavo in Russia per firmare gemellaggi o protocolli d’intesa. Poi ho arbitrato la nazionale russa, e il Cska contro il Partizan.

Chi dei due è il più appassionato?
Boris. Che ha un figlio che gioca proprio nella Dynamo, e si chiama Boris pure lui.

E che a Bari sarete obbligati a ingaggiare insieme a uno stopper del Punjab raccomandato dall’altro finanziatore, l’indiano Bhaswar Goswami
San Nicola è amante dei forestieri.

Per il Tesoro americano i Rotenberg hanno ricevuto 7 miliardi in commesse solo per Sochi, e Barack Obama li ha messi in black list per la crisi ucraina. Per andare in Serie A i soldi non hanno odore?
Credo che la fortuna dei Rotenberg sia frutto di buoni investimenti, di più non sono tenuto a sapere.

Quanti soldi ha messo lei?
Tantissimi, per le mie risorse.

La gente la chiama "presidente".
Mi fa ridere. Più che altro mi piacerebbe fare il direttore generale.

Che per prima cosa dirà: "Basta rapporti col tifo organizzato".
Al contrario. Penso che il 5/10 per cento dei tifosi dovrebbe entrare nell’azionariato: si chiama supporter trust. A loro potrebbe essere affidata la sicurezza dentro lo stadio, oppure la vigilanza verso piaghe come il calcio scommesse. La figura dello steward tifoso è il futuro.

Come è uscito da Calciopoli?
Amareggiato: ho dovuto rinunciare a qualcosa in cui avevo sperato.

Della telefonata al dirigente del Milan Meani, in cui chiede di consegnare a Gianni Letta un fascicolo riguardante un’entità per la quale lavorava come revisore dei conti, si pente?
Una leggerezza grave, e me ne pento.

Che cosa prova verso Pierluigi Collina, che non l’ha mai voluta reintegrare, a distanza di anni?
Pura indifferenza. È stato un mero esecutore di decisioni prese da altri.

Uno di questi "altri", Pierluigi Abete, è ancora presidente della Figc.
Per riconquistare il diritto a tornare ad arbitrare ho lottato un anno in tribunale. Poi, durante una conversazione con lui, ho capito che era una battaglia persa.

Nel frattempo s’è dimesso da moviolista a Mediaset?
Sinceramente no, vorrei andarci cauto: da qui a settembre, il mio futuro è davvero un punto di domanda.

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