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MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images
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Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh: il valore del viaggio

Ma perchè Papa Francesco a novembre visiterà due paesi, Myanmar (ex Birmania) e Bangladesh, dove i cattolici sono meno dell'uno per cento delle rispettive popolazioni a stragrande maggioranza musulmana? “La risposta è semplice”, spiegano in Vaticano i più stretti collaboratori del Pontefice mentre sono alle prese con la messa a punto dei due pellegrinaggi nelle lontane terre d'Oriente: “il successore di Pietro va dove c'è bisogno di parole di pace e di fratellanza, dove, al di là dei numeri e della consistenza della presenza cristiana, ci sono situazioni di disagio, di disperato bisogno di libertà sotto tutti i punti di vista, dove c'è l'uomo, musulmano, buddista, seguace di altre fedi, che soffre e che chiede solo di poter sopravvivere”.

Nei 18 viaggi apostolici fatti in 4 anni e mezzo di pontificato, papa Francesco, accanto alle grandi tappe istituzionali (Onu, Usa, paesi culla del cattolicesimo come in Sudamerica e nella vecchia Europa), nella stragrande maggioranza dei casi ha visitato luoghi della sofferenza, nazioni in difficoltà quasi sempre dimenticate dalle superpotenze, aree oppresse e depresse per dare voce a chi voce non ha.
Ma anche luoghi simbolo di tragedie epocali, come ha fatto – nel primo viaggio compiuto nelle vesti di pontefice – all'isola di Lampedusa all'indomani di uno dei più grandi naufragi degli ultimi anni di immigrati in fuga da guerre e violenze; o all'isola di Lesbo, in Grecia, per dare sollievo e speranze ad altri migranti sopravvissuti.

Il viaggio che farà in Myanmar e in Bangladesh sarà il ventesimo pellegrinaggio internazionale di Bergoglio. Il diciannovesimo lo compirà in Colombia dal 6 all'11 settembre prossimi, in un paese cattolico, la Colombia, alle prese con gravissimi problemi sociali per i quali è prevedibile che Francesco farà sentire la sua voce per promuovere dialogo, confronti sereni, pacificazione, attenzioni ai più bisognosi.

Perché è un viaggio importante

Analoghe parole di pace, di amore e di fratellanza saranno pronunciate nella visita a Myanmar in programma dal 27 al 30 novembre, il primo pontefice a visitare questo paese, che – dopo essere stato oppresso per anni da una feroce dittatura militare – solo da poco tempo è guidato da un leader liberamente eletto dal popolo, la signora Aun San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, paladina dei diritti umani del suo paese che, però, ancora non è stata messa in grado di instaurare un clima di cooperazione e di fratellanza tra le decine di etnie che formano il tessuto del suo Paese.

Ne è prova l'appello alla “pace e ai diritti umani” che lo stesso papa Francesco ha lanciato alla preghiera dell'Angelus di domenica 26 agosto scorso, quando dalla finestra del Palazzo Apostolico di piazza San Pietro ha chiesto “libertà, pace e libera convivenza” per i Rohinga, minoranza etnica musulmana perseguitata in Myanmar, che Aun San Suu Khi accusa di “terrorismo”.

Visita dunque storica ma delicatissima, in un paese, l'ex Birmania, dove i cattolici sono solo 500 mila su 50 milioni.

L'attesa anche per il Bangladesh

Grande attesa anche per gli appelli alla pace e alla fratellanza che il papa lancerà in Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre, dove visiterà la città di Dhaka, un paese dove i musulmani sono l'87,9 per cento e i cattolici appena 300 mila su 162 milioni di abitanti. Papa Francesco sarà il terzo pontefice a recarsi in Bangladesh: il primo fu Paolo VI, il 27 novembre 1970, (ma allora la città di Dacca o Dhaka, apparteneva al Pakistan).

La città divenne capitale del nuovo stato indipendente del Bangladesh nel 1971. E il Vaticano fu uno dei primi Paesi a riconoscerlo. San Giovanni Paolo II lo visitò il 19 e il 20 novembre del 1986. Ora è la volta di Bergoglio, il pastore che non si limiterà a rincuorare il suo piccolo gregge cattolico, ma che si farà portavoce di tutti gli oppressi di quella tormentata area orientale senza guardare a fedi religiose, colori politici, etnie. Ma semplicemente all'uomo sofferente.

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