Ogni mattina col tuo Nescafè

Quando l’11 febbraio del 1963 trovano Sylvia nella cucina della casa che fu di Yeats col corpo metà dentro, metà fuori dal forno, suo marito Ted Hughes, da cui si è separata da un anno perché l’ha tradita, non dice niente. Prende i due bambini con sé (la mamma aveva lasciato loro pane e burro col latte sul comò), e dorme con loro in tre lettini separati, per anni.

Non farà mai il nome di Sylvia nelle raccolte di poesie che scriverà nel 1967 e negli anni a seguire. Si occupa di distruggere l’ultimo volume del diario di Sylvia, dove lei parla di lui e del matrimonio che non l’aveva salvata. Il freddo straordinario di quell’anno posa su Londra la giusta neve e il giusto silenzio. I lupi del vicino London Zoo ululano la notte e nel pomeriggio, consolandolo con «l’unico suono possibile».

Ted apparve a Sylvia come un gigante, un colosso (“huge”, The colossus, come il titolo della sua prima raccolta di poesie). La sua salute e il suo sorriso la incantano, sono il richiamo della vita. Lui è l’uomo giusto per la sua «urgenza di futuro». Non fu mai sua musa: lui era un poeta, lei era il genio.

Ma la sua scomparsa lo ammutolisce e sembra seccarne lo spirito. Per trentacinque anni dopo quel giorno, Ted tace. E, siccome di lei non può parlare che a lei, quando si decide a farlo parla direttamente a lei. Le Lettere di compleanno, come se ci fossero ancora dei 27 ottobre ogni anno a venire, sono poesie in cui, dandole del tu, la riporta in vita così come lei si era portata almeno tre volte in morte (come dice lei in Lady Lazarus), e la fotografa nei momenti normali della loro vita quotidiana.

Per esempio in quei giorni in cui vuole fare un tappeto: «Ne avevi ammirato uno fatto da non so chi». Sylvia, «abusata dai fulmini», ha bisogno di quell’attività, forse per «estrarre qualcosa da dentro di te – un qualche verme solitario della psiche». Ted la ricorda mentre taglia vecchi maglioni e abiti smessi, un tempo costosi, e li intreccia sul pavimento componendo una specie di serpente colorato e spesso. Lui è felice, le legge Conrad (Cuore di tenebra e Il compagno segreto), e gli sembra di «reggere teneramente nella mia voce la tua mente liberata».

Non sapeva allora che nel suo diario avrebbe «insanguinato quel tappeto», che sarebbe stato «una maledizione che accumulò magici labirinti di confusione nello spazio di un tappeto di caminetto». Certo è che il tappeto, «cumulo di spire», sopravvisse al loro Eden, lo stesso nel quale tagliavano i narcisi: «li vendevamo. Sembra un sacrilegio, ma li vendevamo. Eravamo davvero così poveri?». In quei fiori recisi e sprecati si concentra la nostalgia rabbiosa che Ted ha taciuto per trentacinque anni, come se gli oggetti e gli esseri viventi non fossero che comparse in una specie di mitologia in minore, con lei che piano piano discende nell’Ade accogliendo il significato di tutti quei simboli.

«Volevo fabbricarti una scrivania robusta, che durasse una vita»: quanto è insopportabilmente amaro questo ricordo? E cattivo, e sarcastico, per di più: «Comprai un’asse di olmo larga, spessa due pollici, con un’onda di selvatica corteccia, lungo un lato, sgrossata per farne legno da bare».

Sylvia, che di notte aveva gli incubi e di giorno dipingeva cuoricini dappertutto («rimasero, come la traccia del tuo panico, gli schizzi di una ferita»), si chinava sopra il tavolo, «euforica, ogni mattina col tuo Nescafè», «per divinare nell’olmo, seguendo la tua penna, le parole che l’avrebbero aperto».

Se non le ha parlato per trentacinque anni non è solo per assestarsi sul suo silenzio; non è solo per viltà, e nemmeno, forse, per punirla di ciò che ha fatto. Le lettere di compleanno non sono scritte per una morta, ma per quella ragazza che Ted vide per la prima volta in una foto, bionda, pettinata come Veronica Lake (quel giorno Ted, venticinquenne, aveva mangiato una pesca, la prima della sua vita).

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