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Nella mente di Vladimir Putin

Nella mente di Vladimir Putin

Gli sviluppi di questi giorni tra Kiev e Mosca rimandano al protagonista assoluto di questo braccio di ferro globale: il presidente russo decide più che mai in solitudine – eccetto rarissime eccezioni – la politica interna ed estera del suo Paese. Con tutte le incognite del caso.


Un giorno un giovanissimo Vladimir Putin udì il leader supremo dell’Urss Yuri Andropov lamentarsi che il problema principale del Politburo fosse quello di «non conoscere più il Paese che stiamo governando». Il bravo funzionario del Kgb apprese la lezione e ne fece tesoro.

Agli esordi della sua prima presidenza, raccontano che Putin aveva introdotto la regola di fissare i suoi appuntamenti per il quarto di ogni ora: il neopresidente voleva una versione più obiettiva della realtà ed essere sempre al corrente delle critiche dei suoi avversari. Applicava cioè la regola fondamentale per il funzionamento efficiente di qualunque sistema, non solo politico: l’esistenza del feedback negativo. In parole semplici, la libera circolazione delle critiche.

«Oggi quel metodo non esiste più. Non solo il presidente non conosce Internet e non guarda i telegiornali ma arriva tardi a ogni appuntamento, incluso quello con il Papa o Angela Merkel, perché si sente padrone del mondo e sopra ogni giudizio» conferma la cremlinologa Anna Zafesova.

È la sua una sorta di realtà parallela, cosicché finanche i ministri devono fare una lunga anticamera per incontrarlo. Inoltre, si è trincerato in una sorta di esilio dorato, la sua dacia a Sochi, dove ha fatto costruire una copia quasi identica del suo ufficio al Cremlino (milioni di russi si sono divertiti a trovare le differenze nelle righe del parquet e nel posizionamento degli interruttori). E da qui è stato dato l’ordine e ancor prima sono partiti i preparativi strategici per l’invasione dell’Ucraina. Il tutto senza consultare prima i vertici militari di Mosca, per conoscere la loro opinione.

Il che ha alimentato in molti analisti moscoviti la convinzione che ormai Putin sia «ostaggio» di un cerchio magico di yes men, fatto da pseudo parenti e servitori, personal trainer e amici-oligarchi, guardie del corpo e confessori, che gonfiano a dismisura le antipatie e alimentano i capricci della tarda maturità presidenziale, senza offirgli una visione critica al suo operato. Dopo il Covid, in particolare, chiunque desidera incontrarlo – politici o giornalisti, generali o camerieri, funzionari o amici – deve sottoporsi a una quarantena di 14 giorni. Cosa che restringe il processo decisionale a lui e a lui soltanto.

E così, quand’anche tutti sapevano che invadere l’Ucraina potrebbe costituire un errore fatale per la Russia, nessuno osa dirglielo. Ecco perché, per cercare di comprendere se davvero il leader russo voglia andare fino in fondo al suo obiettivo, scatenando una nuova guerra nel cuore dell’Europa, bisogna partire dalla sua personale interpretazione della realtà.

L’unico uomo ad avere ancora un peso specifico nel «Cremlino di Sochi» è Sergei Lavrov, esperto ministro degli Esteri e acuto mediatore delle volontà del capo supremo. Solo a lui, molto probabilmente, si era affidata la complicata e contraddittoria de-escalation dall’Ucraina, che è però naufragata per le mire espansionistiche del leader russo.

Artefice dei maggiori successi russi degli ultimi anni – dalla Siria alla Cina, dalla Libia alla Turchia – Lavrov aveva suggerito con veemenza al presidente di ascoltare gli sforzi diplomatici per ottenere garanzie di sicurezza dall’Occidente. In uno scambio televisivo piuttosto teso avvenuto solo la scorsa settimana, Putin aveva chiesto a Lavrov se fosse stato solo trascinato in negoziati tortuosi o se aveva in mano «la possibilità di raggiungere un accordo per affrontare i problemi di sicurezza della Russia». Lavrov aveva risposto che «gli Stati Uniti hanno avanzato proposte concrete… In questa fase, suggerirei di continuare e costruirle», e la vicenda aveva dato ancora un po’ di fiato alla diplomazia, e qualche speranza a Kiev. Ma era solo un «contentino» per la fazione del Cremlino avversa all’avventura militare.

Va inoltre notato un particolare di quel passaggio tv: Lavrov era seduto a distanza siderale da Vladimir Putin, così come lo erano stati il presidente francese Emmanuel Macron e gli altri leader europei sfilati alla «corte dello Zar». Questo dettaglio non è banale, perché rivela l’atteggiamento di cui sopra del presidente e della diffidenza che entrambe le parti – il capo isolato da un lato e i suoi lucidi amministratori all’opposto – nutrono l’una verso l’altra.

Fonti moscovite descrivono da tempo la crescente tensione che si respira al Cremlino, dove la classe dirigente è preoccupata che Putin trascini nel baratro uno Stato economicamente danneggiato da una gerontocrazia corrotta, senza mai concedere un trasferimento di poteri che modernizzi appunto una mono-economia come quella russa. Cosa che alimenta sentimenti di rivalsa interni da non sottovalutare nel lungo periodo. Vedremo dopo le sanzioni se questi sentimenti acuiranno l’avversione per Putin o meno.

Questa percezione del padre-padrone della Federazione Russa è in ogni caso una nemesi per chi, come Vladimir Putin, è nato e cresciuto in uno dei più influenti – e famigerati – servizi segreti al mondo, il Kgb. Come quando mostrò al regista Oliver Stone un filmato delle operazioni in Siria delle truppe speciali russe, che in realtà erano di soldati americani; o come quando affermò che la sanità del Paese era stata la più efficiente nel combattere il Covid, ignorando le dichiarazioni allarmate del suo stesso governo sulle statistiche circa la mortalità in eccesso.

Insomma, isolato nella sua dimensione, Putin è più pericoloso che mai. E lo ha appena dimostrato al mondo intero. Di certo, non ha intenzione di cedere il comando o di fermare il suo piano di conquista. E pur di mantenerlo, è capace di tutto. Anche di attaccare chiunque ostacolerà la campagna d’Ucraina. L’obiettivo finale di Putin si pensava limitato a voler tenere lontano dalla sua immensa nazione tanto la Nato di Washington quanto la Cina di Xi Jinping. E finché basteranno i muscoli e il gas, potrà dirsi appagato. Ma se la presa di Kiev e il regime change che sogna non avverranno nei tempi che si è dato, la situazione potrebbe degenerare a livello internazionale.

Bene ha detto James Woolsey, ex direttore della Cia, quando ancora la smobilitazione delle truppe russe minacciosamente ammassate in Bielorussia e confini ucraini sembrava possibile: «Putin si è cacciato in un vicolo cieco, però noi dobbiamo aiutarlo a venirne fuori. Per riuscirci servono due cose: primo, l’alleanza occidentale deve restare molto unita nel minacciare le conseguenze più dure possibili in caso di invasione; secondo, possiamo offrire un’opzione che gli consenta di salvare la faccia, senza chiudere ufficialmente la porta all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma rinviandola a tempo indeterminato». Niente di tutto ciò è servito. I piani, così come erano stati congegnati da molti mesi, hanno preso corpo. Adesso, solo il popolo russo – consapevole che Putin si sta spingendo troppo oltre – potrebbe voltare le spalle al suo amato leader.

«Ai russi Putin ha sempre detto “non mangerete mai bene come i francesi e non vi vestirete mai come gli italiani, però vivrete nel più grande impero del mondo ed io vi restituirò quello che Gorbaciov e Eltsin hanno svenduto”» ricorda il politologo americano Edward Luttwak. Ma il popolo continua a credere a questa narrazione? Il potere d’acquisto dei russi è in caduta libera, la popolarità del presidente continua a calare, e in tutti i Paesi usciti dall’Unione sovietica che sono ancora legati a Mosca si vivono incessanti crisi, dove le popolazioni lamentano crisi economiche e chiedono maggiore democrazia.

Senza contare che le nostalgie imperiali non scaldano più il cuore delle giovani generazioni: di certo non quelle cresciute dopo la disgregazione sovietica (vedere il caso Alexey Navalny in proposito, il dissidente avvelenato e poi incarcerato per la sua efficace opposizione al regime).

Inoltre, i miracoli economici promessi da Putin restano un miraggio, eccetto per i suoi amici oligarchi, che insieme con lui diventano sempre più ricchi (vedremo adesso con le sanzioni). Tuttavia, lo stato dell’economia russa non è così disastroso come si crede: gli attuali costi stellari del gas danno una mano e in cassa ci sono riserve valutarie pari a 631 miliardi di dollari. Nonostante il forte stop del 2020 dovuto alla pandemia (che ha ridotto anche la richiesta energetica), il 2021 ha fatto registrare un rialzo del Pil pari al 4,3%, mentre per il 2022 le previsioni sono meno rosee, anche a causa dell’inflazione che farà alzare i tassi di interesse. Vedremo.

Nel governo italiano si guarda più a questo che all’allargamento a Est della Nato – problema cui sono interessati molto gli americani e molto poco gli europei. A cominciare da Roma e Berlino. «Ovviamente il tema energetico c’è perché l’economia di quel Paese si basa principalmente sulla vendita delle ricchezze del sottosuolo, in particolare gas naturale, e l’approvvigionamento europeo per il 40% dipende dalla Russia» conferma Alberto Pagani della commissione Difesa e delegato parlamentare in assemblea Nato. «Non è un fatto eludibile, né secondario per noi». Un ricatto, quello del gas, che come quello dei carri armati, non può durare a lungo.

Nella mente di Vladimir Putin, tuttavia, sembra esserci solo una politica di gloria e potenza. Ma il presidente russo dimentica che quasi sempre l’orgoglio precede la caduta.

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