Moschea Imam Khomeini a Teheran
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Chi paga per le moschee?

Moschee, centri culturali, scuole coraniche. Il 5 per mille e la questua dei fratelli musulmani in Italia bastano sì e no a mantenerli attivi e in buona salute. Per l’acquisto o l’edificazione di nuove strutture, invece, l’aiuto economico spesso arriva da Organizzazioni non governative estere. Controllare la tracciabilità delle risorse è quasi impossibile.

Ne sa qualcosa il consigliere regionale umbro della Lega Valerio Mancini: dopo aver studiato i bilanci del Centro culturale islamico che sta costruendo una grande moschea a Umbertide, nel cuore dell’Umbria, su un terreno inizialmente destinato ad attività per disabili, ha presentato un esposto in Procura. «Non c’è trasparenza». E ha denunciato di aver trovato nei conti solo donazioni in contanti, per grosse cifre e sempre nei momenti cruciali legati all’edificazione del luogo di culto. Lo stesso è accaduto qualche mese prima a Prato, dove la comunità islamica ha acquistato un immobile per 460 mila euro. Questa volta a chiedere chiarezza è stato il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli: «Facciano sapere i nomi di chi ha versato i soldi».

Spesso invece le comunità si riuniscono in garage, cantine e retrobottega di negozi trasformati per l’occasione in musalla, la sala per le preghiere. Anche in quel caso parlare di trasparenza è impossibile. Pure perché viene tutto gestito in modo piuttosto «casalingo»: dalle figure che guidano la preghiera e che, almeno il venerdì, tengono la khutba, il sermone, a improvvisati imam che assumono il ruolo senza aver seguito percorsi religiosi.

Tra associazioni, centri studi e moschee, di luoghi di culto se ne contano oltre 1.200 in Italia. E il dato è in continuo aggiornamento. Come quello che arriva regolarmente al ministero dell’Interno sulle moschee a rischio radicalizzazione. Nell’elenco ci sono sempre quella di piazza Mercato a Napoli, di viale Jenner a Milano e di Centocelle a Roma. La segnalazione più recente, invece, arriva da Sarno, in provincia di Salerno. Lì la moschea è censita come associazione culturale Abu Bakr As Saddiq e si trova in pieno centro. Ogni venerdì, come sottolineano gli investigatori della Digos, fa il pieno di fedeli provenienti dall’hinterland vesuviano. In Campania diventa un caso di destinazione d’uso. E quindi è stato chiesto ai Comuni di Salerno, Angri, Battipaglia, Bellizzi, Castelnuovo Cilento, Eboli, Matinella, Scafati e San Valentino Torio, se gli ambienti usati per la preghiera dai musulmani siano mai stati oggetto di contestazione per il loro utilizzo e se siano registrati in categorie catastali che non consentano l’uso che se ne fa.

Ufficialmente sono quasi tutti centri studi, tra i tanti presenti sul territorio italiano, con maggiore concentrazione in Emilia, a Novara e Venezia. Solo a Bologna, infatti, se ne contano 18 sistemati in garage o scantinati, e frequentati, secondo le stime, da almeno 44 mila fedeli nell’area metropolitana e da circa 25 mila in città.

I loro documenti contabili hanno un unico denominatore: i fondi per il sostentamento arrivano dalla Zakat, la carità: in occasione della festa Eid Al-Fitr, ogni buon musulmano deve versare una quota. A quella donazione annuale, elargita da circa un milione di musulmani in Italia, si aggiunge la Sadaqa, ossia un’elemosina non obbligatoria, offerta dai fedeli tutti i venerdì, dopo la preghiera, nella propria moschea. E, così, i luoghi di culto più grandi, come la moschea di Milano, riescono a mettere insieme anche 600 mila euro l’anno. E a queste cifre si aggiunge il sostegno estero. Si parla di somme ingenti, vicine ai 42 milioni di euro.

Come ricostruito dal quotidiano la Verità, ci sono Paesi interessati a finanziare progetti di islamizzazione in Italia: Marocco, Turchia e Arabia Saudita. Riad, capitale dell’Arabia Saudita, cerca da tempo di conquistare il mercato delle moschee italiane. A tal punto che gli sceicchi sauditi, tramite alcune Ong, si propongono come il primo partner per i musulmani in Italia. Questo aspetto ha chiaramente anche una finalità politica: avere sul territorio moschee pagate dai sauditi equivale a controllare i centri di propagazione di una specifica confessione islamica.

A Palermo ricordano tutti una visita di Zamil Al Zamil, lo sceicco del Bahrain che atterrò nel 2012 a Palermo per annunciare investimenti per 2 miliardi di euro in città. In cambio chiese la costruzione di un luogo di culto. Ovviamente, durante la visita, il ricchissimo consigliere di amministrazione di diverse banche islamiche fece tappa alla moschea di Palermo e lasciò un abbondante contributo. Sette anni dopo, le relazioni tra il generoso uomo d’affari e la comunità musulmana palermitana si sono ulteriormente saldate. Non si hanno invece notizia degli investimenti annunciati in città.

Investimenti sono arrivati a Ravenna, dove la seconda moschea più grande d’Italia è stata finanziata con 800 mila euro arrivati dal Qatar. A dispensare fondi è la Qatar charity, Ong governativa molto ricca il cui nome è legato alla ricostruzione in tempi record della moschea di Mirandola, danneggiata dal sisma.

Izzeddin Elzir, presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia, in un’intervista a Repubblica ha riconosciuto l’esistenza di un piano di finanziamento per la costruzione di centri islamici in Italia: circa 25 milioni di euro in tre anni, a partire dal 2017, per 43 centri previsti. Ovvio che in questa operazione il Qatar è lo sponsor ufficiale. E, oltre a quella di Ravenna, ha già portato a termine le strutture per le moschee di Catania, Piacenza, Colle Val d’Elsa, Vicenza e Saronno. E chi non rientra nelle grazie della Qatar charity?

Qua e là in Italia c’è traccia del sostegno di altre organizzazioni: la Lega musulmana mondiale, la World islamic call society libica, il ministero degli Affari religiosi del Kuwait, conta 54 società in 60 Paesi. C’è anche l’Arabia Saudita a investire ufficialmente nelle grandi moschee delle capitali europee, tra cui Roma. Le ricche famiglie finanziano, invece, centri culturali, tramite contatti diretti. Come è facile immaginare, anche in questo caso la tracciabilità delle operazioni non è mai del tutto trasparente.

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