È morto per Covid Kim Ki-duk, regista sudcoreano del film cult Ferro 3

Un'altra perdita inaspettata e dolorosa funesta questo 2020 scuro. È morto per Covid Kim Ki-duk, regista sudcoreano amatissimo in Italia: alla Mostra del cinema di Venezia nel 2004 vinse il Leone d'Argento - Premio speciale per la regia con Ferro 3 - La casa vuota, il suo capolavoro, e nel 2012 il Leone d'oro al miglior film per Pietà. Noi eravamo lì e Kim Ki-duk ci colpì per la sua umiltà ed empatia: di Pietà, film crudo e violentissimo dove la vendetta si mescola a tenere debolezze filiali, disse «è un film dedicato a tutta l'umanità e alla situazione difficile derivata dalla crisi del capitalismo». E poi, quel titolo Pietà che sembra ancor più prezioso oggi: «Sono stato in Vaticano due volte e ho visto il capolavoro della Pietà di Michelangelo. Col titolo del mio film mi riferisco all'abbraccio della Vergine Maria che stringe il figlio sulla croce. L'immagine che da allora mi sono portato dentro è quella di un abbraccio all'intera umanità, alle sofferenze, una comprensione e compassione del dolore».

Kim Ki-duk aveva 59 anni. Avrebbe compiuto 60 anni il 20 dicembre. È morto in Lettonia in seguito a complicazioni legate al Covid-19. Era arrivato nello Stato baltico il 20 novembre, probabilmente per acquistare una casa nella località marittima di Jurmala.

Kim Ki-duk del resto apprezzava l'Europa, come l'Europa amava lui. Costretto ad arruolarsi nell'esercito da giovane, fu poi Parigi a raccogliere i suoi primi afflati artistici: prima la pittura, il suo grande amore. E poi il cinema, dove ha debuttato senza formazione ed esperienze precedenti, dapprima come sceneggiatore. Lui stesso di sé diceva: «In Corea quando si riferiscono a me mi presentano come "il regista famoso in Europa". Questa espressione può essere interpretata anche nel senso che il mio cinema in Corea non sia molto noto». Eccolo, Kim Ki-duk, con la sua umile franchezza.

Come il suo cinema, schietto, scarno, viscerale. La violenza, spesso, portata agli estremi. Ma usata come cifra di racconto. Ha saputo raccontare le miserie, le assenze, le spietatezze, i silenzi della vita. Con ferocia e sensibilità al contempo.

Coccodrillo, il suo debutto alla regia del 1996, è già una piccola summa dei temi che affronterà dopo: un senzatetto si apposta sotto il ponte dei suicidi del fiume Han per trafugare soldi e documenti dai cadaveri, finché non salva un'aspirante suicida che trasforma in sua schiava e violenta, fino ad innamorarsene.

Approda a Venezia nel 2000 con L'isola: in un lago una barcaiola prostituta è custode di casette galleggianti di appoggio per pescatori; quando arriva un omicida in fuga, lui e lei si invaghiscono tra violenze e pesci e rane squartate. Kim Ki-duk fece colpo.

Il primo film che ebbe distribuzione nelle sale italiane è Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003): attraverso la vita di un monaco che vive in un tempio nel lago di Jusan, un atto di fede nel tempo, nella pazienza e nel silenzioso ripetersi delle stagioni.

La samaritana è la consacrazione: al Festival di Berlino del 2004 vinse l'Orso d'argento per il miglior regista. Le tematiche, sono le sue: per guadagnare soldi per un viaggio in Europa una ragazzina si prostituisce e la sua amica fa da palo. E poi suicidi, omicidi, sesso e ancora sesso, redenzione.

Ferro 3 - La casa vuotaè il suo film cult, più delicato rispetto alla violenza che esplode nei precedenti e nei successivi, un film piccolo (solo 88 minuti) e grandissimo. Un triangolo amoroso, dove l'altro è un senzatetto che suole introdursi nelle case altrui e viverci come fosse il proprietario, rassettando e prendendosi cura, per andarsene prima dell'arrivo del lecito inquilino.

Pietà fu una scossa emotiva, struggente e affilata. Con Moebius, non a caso presentato fuori concorso e non in concorso alla Mostra di Venezia 2013, è andato un po' fuori binario, in un'esacerbazione della violenza visiva con un pullulare asfittico di evirazioni: una donna evira il figlio e si ingoia il pene. E questo è solo l'inizio.

L'ultimo suo film che abbiamo visto nelle sale è Il prigioniero coreano. Non era il Kim Ki-duk migliore, ma ancora una volta sapeva catturare le incongruenze e le assurdità della vita (e della politica): un pescatore nordcoreano involontariamente finisce nelle acque della Corea del Sud ed è costretto a subire una stremante serie di interrogatori e controinterrogatori per poter tornare in Corea del Nord e dalla sua famiglia.

Kim Ki-duk ci mancherà.

«L'odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l'incomprensibile».

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