Dietro la cordialità tra Mattarella e Macron restano i nodi Libia e migranti

L'incontro parigino tra Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron è avvenuto all'insegna di una forte cordialità. Eppure, per quanto possa apparire in prima battuta controintuitivo, è sul complicato dossier libico che si registrano i nodi principali. "Abbiamo parlato della Libia, del Sahel di tutte quelle aree in cui Italia e Francia si trovano a svolgere un ruolo di pace e di crescita", ha dichiarato il nostro capo dello Stato. "Siamo circondati da aree di crisi e Francia e Italia sono chiamate a collaborare, sono richiamate con l'Unione europea a un ruolo di responsabilità. L'Ue può svolgere un ruolo di pace", ha aggiunto. Macron, dal canto suo, ha specificato che sulla Libia "ci sono state frizioni che penso facciano parte del passato. Italia e Francia lavorano in modo stretto e ci sono risultati". Parole calorose, non c'è dubbio. Ma sorge il sospetto che, da parte francese, queste intenzioni non corrispondano del tutto alla realtà effettiva. E' infatti assolutamente necessario che su determinati dossier – a partire proprio da quello libico – l'Italia, più che alla cordialità, si affidi al pragmatismo e alla diffidenza nelle proprie relazioni con Parigi. Un auspicio che nasce da una serie di considerazioni.

In primo luogo, è sempre bene ricordare che l'attuale caos libico sia una diretta conseguenza dell'intervento bellico del 2011: un intervento principalmente auspicato e orchestrato dall'allora presidente francese Nicolas Sarkozy che, pur adducendo motivazioni umanitarie, si mosse in realtà per interessi di altra natura. A gennaio 2016, Le Monde riportò in tal senso che, "secondo un'email inviata a Hillary Clinton, l'intervento di Nicolas Sarkozy in Libia è stato motivato dalla decisione del dittatore africano [Muammar Gheddafi] di creare una moneta panafricana in competizione con il franco Cfa". Senza poi trascurare tutta la controversia sui fondi che lo stesso Gheddafi avrebbe versato in passato a Sarkozy: all'inizio del 2012, appena pochi mesi dopo la morte del rais, il sito francese Mediapart pubblicò documenti che suggerivano come Gheddafi, cinque anni prima, potesse aver finanziato la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni di euro. Vale tra l'altro la pena ricordare che quell'intervento militare non solo gettò la Libia nel baratro sanguinoso della guerra civile, ma che rappresentò anche un duro colpo per l'Italia sia in termini economici che di flussi migratori: quella stessa Italia che, nel 2008, aveva siglato il cosiddetto Trattato di Bengasi.

E attenzione, perché non si tratta soltanto di una questione, per così dire, legata alla storia passata. Lo stesso Macron, in Libia, ha a lungo portato avanti una politica in netto contrasto con gli interessi italiani. Non dimentichiamo infatti che l'attuale presidente francese abbia ripetutamente strizzato l'occhio al generale Khalifa Haftar, l'acerrimo nemico di quel Fayez al Serraj il cui governo era invece riconosciuto da Roma. In tutto questo, sebbene non sia troppo probabile che l'Eliseo tornerà a spalleggiare il maresciallo della Cirenaica, l'Italia deve guardarsi bene dalla Francia anche in vista della ricostruzione economica del Paese. Non dimentichiamo che, su questo fronte, l'attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh si sia recato in visita a Roma lo scorso 31 maggio, per poi incontrare Macron a Parigi il giorno successivo. Tutto questo deve quindi portare l'Italia a non abbassare la guardia perché, al di là di belle parole e pacche sulle spalle, la Francia resta – volente o nolente – un nostro diretto concorrente in Libia.

Sotto questo punto di vista, bisognerà comunque capire come si muoverà Ankara. Non è un mistero infatti che la Turchia resti il vero "protettore" del governo di Tripoli: una Turchia che, soprattutto negli scorsi mesi, ha intrattenuto rapporti ben poco cordiali con Parigi. Ora, è pur vero che le stesse relazioni tra Roma e Ankara abbiano di recente attraversato fasi burrascose. Ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti, con la sponda britannica, stiano cercando di addolcire il rapporto tra Italia e Turchia (si pensi al recente incontro in Sicilia, svoltosi contemporaneamente all'ultimo G7, tra i ministri dell'Interno di Italia, Turchia e Regno Unito). Tutto questo, mentre Washington, dal canto suo, tenderà probabilmente a fidarsi più di Mario Draghi che di Macron, soprattutto alla luce del fatto che quest'ultimo – come abbiamo visto – ha in passato spalleggiato Haftar: quello stesso Haftar che gode (anche) del sostegno russo. Un "dettaglio" che certo non sfugge agli americani.

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