Un murales dedicato a Diego Armando Maradona nei Quartieri spagnoli a Napoli, in una foto di archivio. CIRO FUSCO / ANSA / DBA
Calcio

Maradonapoli, come un uomo si è fatto città

Non è più una persona, ma uno spazio e forse arriveranno perfino a cambiare il nome della città da Napoli a Maradonapoli.

Gli portano i fiori freschi ogni mattina al quartiere Sanità dove è stata eretta la sua edicola votiva e c’è perfino la reliquia, una ciocca dei capelli, qui a Piazza Largo Corpo che ha sconfitto nel culto il sangue di San Gennaro: «San Genna’ non ti crucciare/ tu lo sai ti voglio bene/ ma n’a finta e Maradona/ squaglia ‘o sangue dint ‘e ‘venne».

E anche Paolo Sorrentino che lo ha monumentalizzato dedicandogli l’Oscar, «è stato la mia fonte d’ispirazione», sapeva di non celebrare più un campione ma un’idea, quella della sregolatezza vincente e del talento che surroga l’indisciplina. Maradona ha ormai sostituito la pizza, il Vesuvio, ‘O surdato ‘nnamorato, la geografia del Meridione e di una città. Lo venerano come uno sciamano, per lui alzano cori da muezzin, e come Cristo in calzoncini ogni suo ritorno – settantamila lo scorso mese – ricorda gli scritti dei teologi cristiani che parlavano della “parusia”, la ricomparsa in terra della divinità. In Maradona tutta Napoli, che da sempre si divide in plebe e borghesia, si è pacificata e si riconosce: l’anticamorra si concilia con la camorra, il colto con l’infido, il ricco con lo spiantato. E ha ragione Marino Niola, lo studioso di antropologia più eclettico e brillante, quando nota che si è in presenza di una trasfigurazione fallita ai grandi illustri napoletani ad eccezione di Totò a cui vengono ancora chieste grazie e numeri del lotto sulla tomba di Poggioreale.

Maradona ha reificato il miracolo nel goal, che per il poeta Eugenio Montale era una metafora di dominio, fatto credere che i difetti di una città potessero essere per una volta vittorie. In lui non si è solo incarnato il genius loci, ma è trasmigrato in un processo inverso il patrimonio genetico del napoletano, l’anima nel corpo. Il fisico è quello di un «barilotto grassottello»,  nella sua pancia c’è l’adipe guastata dal cibo cattivo dei bassi raccontati da Matilde Serao che descriveva in anticipo in ogni scugnizzo un “Dieguito”. Guardatelo e dite se i Sud del mondo non siano tutti uguali e non si assomiglino: è basso, è riccioluto, è esagerato, è vorace, è sfrenato, piange, è donnaiolo, è materno, è dissoluto, sempre indebitato, evasore per necessità e per sbaglio ma prodigo con i poveri, collerico, disobbediente, amante: la specie latina è uguale anche se separata dall’oceano. Maradona è la conferma che i Sud si cercano, che uomo e città si siano ritrovati come il nomade ritrova la terra e il grembo da cui è venuto fuori.

Qui lo straniero è più napoletano dei napoletani nel vizio: «Non cambio il mio modo di vivere;  nel lamento: «Se non fossi stato drogato che grande giocatore sarei stato»; nell’impossibilità a mutare: «Sono e sarò sempre un tossicodipendente»;  nel complottismo: «Ho perso il mondiale perché ha vinto la mafia»; nel malessere simulato per non allenarsi: «Mi allenavo solo tre giorni a settimana perché avevo mal di schiena»; nella spavalderia: «Ho litigato anche con il papa». Ma Maradona è stato contaminazione, l’innesto che ha vivificato la pianta. Va detto che grazie a lui, Napoli ha sperimentato per paradosso una forma di legalità e di tifo composto nella scompostezza che è la sua radice culturale. Ed è sempre merito suo se la tifoseria ha maturato la satira più arguta delle curve, se ha inventato il motto di spirito nei confronti dei defunti: «E nun sapite che ve site perse», lo sfottò «Giulietta è na zoccola e Romeo è cornuto» che ha sconfitto l’orribile: «Vesuvio pensaci tu». Napoli con Maradona ha creduto di poter aspirare a una qualche forma di progresso e realizzato un socialismo in salsa partenopea,  quindi il dribbling al posto dello sciopero, lo scudetto che cancella la sua architettura pericolante, l’indolenza che è eredità. Certo, Maradona è più teatro che sport, come aveva capito Carmelo Bene che lo considerava più attore che giocatore, un «mutante in continua trasformazione», e come del resto hanno spiegato sia Sorrentino: «Gli ho dedicato l’Oscar perché è il più grande facitore di spettacolo» ed Emir Kusturica che ne ha fatto un film: «E’ un Dio e agli Dei si perdona tutto». Non solo il genio con il pallone fra i piedi, ma l’idolo che si crede investito di una missione salvifica, che combatte lo Stato ed Equitalia, che vuole rovesciare il sottosviluppo, il razzismo: «La battaglia del Napoli non era solo calcistica. Era il Nord contro il Sud, i razzisti contro i poveri». Nella sua figura c’è l’incomunicabilità di due climi, l’ordine e il disordine, l’inclinazione che supera perfino la natura, il vitalismo che Gianni Agnelli sintetizzava prendendo come termine di paragone la perfezione di Platini: «Maradona è giovane, l’altro è elegante». E in questa definizione non c’era solo la maestà sabauda e dei college contrapposti alla strada, ai barrios, ma era il savoir faire contro la sbracataggine del guappo irreversibile, del malavitoso che affascinava Maradona fotografato con il boss Carmine Giuliano perché «in quel mondo c’è qualcosa di intrigante».

E adesso è la stessa alterità che prova lo scrittore Raffaele La Capria che rifiuta questa che è un’altra ma sempre stregoneria rimane: «Napoli venera Maradona perché ha bisogno di miti. San Gennaro per la salvezza e Maradona per l’orgoglio. E’ tutto quello che detesto di Napoli, una civiltà disponibile a mitizzare ogni cosa che la ragione non inquadra. Maradona è come una cometa meravigliosa che appare e scompare. Con lui credono di riprendersi quello che non hanno avuto e non hanno». I napoletani lo amano perché da popolo che crede nel relativismo morale Maradona è il compendio della filosofia epicurea del qui e ora, un semidio pagano divorato dal suo appetito. E’ borderline che è poi la condizione di Napoli, città smodata che perdonando Maradona in realtà si perdona e si assolve continuando a sentirsi sale e non schiuma. «Napoli è impermeabile all’utopia e Maradona è la sua brama di vita, anzi il surplus. I napoletani non apprezzano i normali ma gli uomini che danno scacco al destino» dice Niola che fa il paragone più bello e distante come sanno fare le teste pensanti: «Recita come John Belushi ma suona come Mozart che era troppo facile per i bambini, troppo difficile per i musicisti. Ha insegnato l’arte del levare». Maradona ha tolto la saccenteria agli intellettuali (lo ha premiato l’Università di Oxford) agli anti meridionalisti più di quanto siano riusciti a fare gli storiografi del ritardo industriale, ma forse Sorrentino, che si occupa di decadenza, in lui dopo Roma ci sta indicando il fallimento dell’altra grande bellezza, Napoli fallita economicamente e Pompei che continua a crollare nonostante i commissari e i governi che cambiano. Il peso sformato di Maradona è il Sud sempre più sformato che si affida a ogni nuovo corsaro, ma che si salva sempre con il fato. Con la mano di Maradona, quindi di Dio.

Carmelo Caruso

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