Fallimento Juve: tutti colpevoli

La faccia bianca di Paratici, spedito davanti alle telecamere subito dopo il disastro contro il Benevento, è stata la fotografia della fine di un ciclo. Il dirigente della Juventus si è presentato a botta caldissima per scusarsi con i tifosi ma, soprattutto, per confermare la linea della società a partire dalla posizione di un tecnico, Andrea Pirlo, sulla cui adattabilità al ruolo per il quale è stato prescelto i dubbi ormai si sprecano. Più delle parole (rassicuranti) ha potuto l'immagine. La Juventus è arrivata a fine corsa. Fine del ciclo di nove anni pieno di successi e soddisfazione. Visto come è andata, anche lo scudetto conquistato un anno fa da Sarri, che pure era percepito come corpo estraneo da tutto l'ambiente bianconero, deve essere riconsiderato e rivalutato.

I campioni di tutto non hanno più un'anima e hanno perso per strada il dna che li ha sempre contraddistinti. Confusi, insicuri, lenti: in una parola irriconoscibili. Anche nel modo di comunicare. Perché mentre Paratici chiudeva il decennio spiegando ai tifosi che non ci sono stati errori da cui emendarsi (chissà perché poi), Pirlo concedeva ai suoi non nazionali qualche giorno libero, incapace di leggere il momento traumatico. Non che un allenamento in più o in meno a questo punto possa mutare la situazione, ma a colpire è la sensazione che vincere, perdere o pareggiare sia ormai diventato uguale. Nulla produce una scossa, non il flop in Champions League contro un avversario inferiore come il Porto e nemmeno la certificazione del fallimento in campionato dove nel finale di stagione la Juventus dovrà guardarsi alle spalle per evitare il disastro di un quinto posto che avrebbe riflessi pesantissimi anche su conti già in sofferenza.


Ansa


LE COLPE DI PIRLO

Andrea Pirlo è sul banco degli imputati perché la gestione della squadra dipende da lui. E se dopo sei mesi di lavoro la squadra non ha un'identità e non è in grado di esprimere in maniera compiuta le proprie qualità, allora il tecnico non si può togliere dal mazzo. La Juventus ha cominciato predicando un calcio aggressivo, fatto di esterni alti e difesa a tre, con conquista e gestione del pallone come obiettivo. Tutto scritto sulla carta di una tesi di laurea a Coverciano, visto che di panchine l'ex Maestro non ne aveva alle spalle. Col passare delle giornate e delle settimane, però, si è visto tutt'altro fino al ritorno a un antico 4-4-2.

La Juventus speculatrice di gennaio, esaltata da tanti solo perché capace di mettere in fila qualche risultato, è stato il primo segnale di abdicazione. Troppo brutta per essere vera e troppo lontana da standard europei per reggere alla prova: così è stato, al di là degli episodi (leggi errori arbitrali che ci sono stati) e delle sfortune, degli infortuni e del conto pagato al Covid. Pirlo è al centro del processo e la riflessione si allunga anche sul futuro, perché avrebbe poco senso immaginare una nuova stagione con lo stesso condottiero se i segnali sono questi. Alla Juventus serve un allenatore vero, non un progetto di allenatore.

LE COLPE DI CHI HA SCELTO PIRLO

E qui si arriva al livello superiore di responsabilità. Pirlo è stata voluto e difeso da Andrea Agnelli in persona e si può serenamente affermare che il numero uno juventino ha fallito. Hanno pesato anche esigenze economiche, la necessità di non caricare un ulteriore ingaggio top dovendo già pagare una quindicina di milioni all'esonerato Sarri, ma l'azzardo è stato troppo grande e non ha pagato. La scelta ha contribuito a bruciare il progetto e lasciare l'impressione di una mala gestione complessiva. Il Covid ha fatto il resto: i conti sono (come per tutti) in rosso profondo e la Juventus, dopo aver bruciato 90 milioni a giugno, chiuderà anche il prossimo bilancio in passivo pesante, preannunciato dal -113 della semestrale. Ora occorre tagliare e reinvestire.

Ma non si possono sottrarre dal processo nemmeno i dirigenti. Nedved e Paratici sono stati protagonisti nell'estate 2019 della crociata anti Allegri. Hanno vinto la battaglia ma perso la guerra, perché da lì in poi si è snaturato il dna della Juventus. anche il mercato, seppure con tutte le attenuanti del caso, è stato fatto male. Due estati fa nessuna cessione e a Sarri è stato consegnato un gruppo non adatto a metabolizzare la sua rivoluzione. Quest'anno tanti investimenti (280 milioni complessivi), affannosa rincorsa alle plusvalenze e monte ingaggi esploso per avere un gruppo mal assemblato.

Anche la scelta di mandare via un dirigente esperto come Marotta consegnando tutto al suo delfino va ridiscussa. Letta col senno di poi è stata un errore, anche questo con la firma di Andrea Agnelli. Non è un caso che Marotta sia l'architetto della rinascita dell'Inter, sempre che i venti provenienti da Nanchino non gelino la primavera nerazzurra. Dall'analisi degli errori ora la Juventus deve ripartire. Cominciando a chiedersi se Ronaldo sia davvero necessario l'anno prossimo o se convenga cercare una via d'uscita per liberare forze (non solo economiche) e ricominciare. Non da zero, ma consapevoli del perché sia andato tutto storto.

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