Into the Wild: ecco come morì davvero Chris McCandless

Qualche giorno fa, lo scrittore Jon Krakauer è tornato, con un articolo sul New Yorker, sulla morte di Christopher McCandless.

Il cadavere di McCandless venne trovato da alcuni cacciatori nei pressi di un parco nazionale in Alaska nel settembre del 1992.
Krakauer rese la storia famosa raccontandola in un libro uscito negli Stati Uniti nel 1996, Into the wild (in Italia: Nelle terre estreme, Il Corbaccio), storia rilanciata da Sean Penn nel suo film del 2007 con Emile Hirsch, e la colonna sonora di Eddie Vedder.

Nell'articolo sul New Yorker Krakauer ripropone il tema della causa vera della morte di McCandless, causa che il coroner nel 1992 attribuì alla denutrizione. Krakauer nel suo libro sosteneva invece che Chris morì per le conseguenze debilitanti di un avvelenamento provocato ingerendo i semi di una pianta, la wild potato, Hedysarum alpinum: un alcaloide tossico in essa contenuto lo avrebbe indebolito al punto da impedirgli di uscire dal suo rifugio a cacciare o di andare a cercare aiuto lungo l'autostrada che passa vicina al luogo dove viveva, su un piccolo autobus abbandonato.
In un primo momento Krakauer, in un articolo scritto per la rivista Outside, aveva detto che McCandless scambiò per errore i semi di un altra pianta - la Hedysarum mackenzii - questa velenosa, per quelli della Hedysarum alpinum: tesi espressa anche nella sceneggiatura del film di Penn.

Ora Krakauer, grazie al lavoro di ricerca di Ronald Hamilton, un appassionato lettore/scrittore che ha preso a cuore anni fa la storia di Into the wild, avrebbe avuto una conferma e una precisazione alla sua tesi, trovando esattamente cosa nella wild potato avrebbe causato la condizione di McCandless: un aminoacido e non un alcaloide. La cosa interessante è che Hamilton è arrivato a questa scoperta attraverso la conoscenza di esperimenti fatti dai nazisti sui prigionieri ebrei in un piccolo campo di concentramento in Ucraina: Vapniarca.

A parte l'amore per l'esattezza che caratterizza il lavoro di Krakauer, lo scrittore è tornato sulla questione anche per difendere il profilo nobile di McCandless. Nel suo libro Chris appare come un ingenuo ma determinato giovane che rifiuta la comodità e le convenzioni della vita borghese per cercare qualcosa di autentico nel viaggio e nella natura, attraversando gli Stati Uniti e incontrando e conoscendo così un altro mondo.

Pur molto apprezzato, letto e citato, il libro ha trovato anche parecchi critici. Lettori, in particolare in Alaska, che giudicarono McCandless viziato, presuntuoso e un po' arrogante, morto soprattutto per il suo comportamento superficiale, incapace di comprendere la natura nella quale diceva di volersi immergere per tornare a essere puro. Per questi lettori, la tesi di Krakauer dell'avvelenamento da wild potato, non era credibile, visto che le conoscenze popolari e la letteratura sulla flora dell'Alaska non avevano mai citato la Hedysarum alpinum come pianta velenosa. Per essi Chris era morto a causa della sua conoscenza approssimativa del territorio, della sua presunzione, delle sue tendenze paranoiche e di una certa propensione al suicidio.

Ora che analisi chimiche accurate hanno identificato le componenti velenose della pianta e che ha un nome la - abbastanza - nota malattia che provoca: latirismo o neurolatirismo (provoca in sostanza una paralisi progressiva ed è endemica in alcune aree del mondo, specialmente in Asia), Krakauer vede la sua tesi confermata e precisata: la morte di McCandless causata da una pianta che nemmeno i più esperti cacciatori e hiker dell'Alaska sapevano essere velenosa.

L'articolo di Jon Krakauer sul New Yorker

YOU MAY ALSO LIKE