Perché Inzaghi è il miglior allenatore per questa Inter

Una stagione sulle montagne russe e senza un filo conduttore. Perché l'Inter che in autunno ha pregiudicato la corsa scudetto era una squadra spietata con le piccole e debole con le forti: sconfitte contro Milan, Roma, Lazio, Juventus e Udinese all'epoca in zona Champions League. Quell'inverno che rischia di complicarsi la vita anche nella volata per un posto nell'Europa che conta è, invece, l'esatto contrario: ha vinto gli scontri diretti, compreso quello con il Napoli dei record, ma ha lasciato una marea di punti (10) nelle tappe intermedie. Il risultato è la sensazione diffusa di fallimento che accompagna un'annata in realtà ancora aperta a risultati soddisfacenti per Inzaghi, il cui lavoro viene messo in discussione, dentro e fuori l'Inter, a giorni alterni.

L'altalena di stati d'animo è il modo peggiore per preparare la parte finale e decisiva della stagione. Dal club, proprietà in testa, trapela il disagio per un campionato vissuto così lontano dalla vetta della classifica tanto che la mission data al tecnico è diventata quella di difendere almeno il secondo posto, recuperare qualche punticino al Napoli e smetterla di esporsi ad alti e bassi o brutte figure improvvise come nell'inizio di 2023.

La realtà dice, però, una cosa diversa. Ad esempio che il tanto bistrattato Simone Inzaghi si è già messo in bacheca il terzo trofeo da quando siede sulla panchina che fu di Antonio Conte e che, rispetto al predecessore, sta migliorando il rendimento in Europa ed è in corsa in Coppa Italia. E se alla fine chiudesse il campionato in zona Champions alzando di nuovo la coppa all'Olimpico in maggio e magari regalando al club il ritorno nelle magnifiche otto in Europa? Che voto meriterebbe Inzaghi?

Oggi è impossibile dirlo ed è esercizio di puro stile, peraltro inutile perché manca ogni certezza. La sensazione, però, è che intorno a lui pochi festeggerebbero uno scenario simile e ancora meno sarebbe disponibili a concedergli l'onore delle armi. In tanti, invece, insistono nel paragone con Conte che certamente è un allenatore migliore e più vincente nelle corse a tappe, capace di motivare i suoi anche quando vanno in provincia e di creare una cultura del rifiuto della sconfitta che con Inzaghi pare mancare. Ma che, andrebbe sempre ricordato con onestà, allenava un'Inter in piena fase espansiva e certamente più forte di quella di Inzaghi.

Della squadra dello scudetto sono venuti a mancare Lukaku (poi rientrato diverso da come era partito), Hakimi, Eriksen, a breve lo sarà Skriniar e poi chissà perché il vero tarlo che si sta mangiando il progetto dall'interno è la continua incertezza sui conti che obbliga a far ritenere tutti potenziali partenti. Ad ogni sessione di mercato e senza guardare in faccia a nessuno. Un modo di vivere rifiutato da Conte e accettato da Inzaghi, che l'ha trasformato in vittorie. Non lo scudetto - quello perso nella volata con il Milan ferisce ancora gli animi nerazzurri -, ma a furia di sminuire la Coppa Italia, la Supercoppa e i turni passati in Champions con relativi bonus e incassi si finisce per perdere di vista la realtà.

Ecco il pericolo che corre Inzaghi insieme all'Inter. A lui si chiede di migliorare nella continuità, agli altri di adeguarsi al tempo attuale. Un piccolo-grande sforzo che servirebbe a tutti per cercare le soluzioni ai problemi invece di consumarsi nella ricerca dei colpevoli e delle responsabilità, possibilmente sempre di qualcun altro.

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