L'Inter campione d'inverno è meglio di come viene raccontata

L'Inter chiude il girone d'andata da prima della classe, gira a 48 punti che sono un'enormità visto che portano a una proiezione poco sotto i 100 che significa un ritmo da record. Un anno fa di questi tempi il Napoli era a 50 ma il paradosso è che lo scudetto dei partenopei era già in cassaforte mentre quello della squadra di Simone Inzaghi è ancora tutto da costruire in un girone di ritorno in cui si intrecceranno calendari, impegni, obiettivi e differenze nella rosa: chi tra Juventus e Inter sarà capace di superare trappole e salite alla fine avrà la meglio. Sensazione? Inter più forte, Juventus oggi convinta di poter anticipare di almeno una stagione il ritorno in paradiso.

E' la 18° volta da quando è stato istituito il campionato a girone unico che i nerazzurri si prendono il titolo virtuale di campioni di inverno. Nei 17 precedenti, solo 10 volte è arrivato lo scudetto a maggio e basta questo dato a consigliare un po' di sana prudenza nel considerare scontato il successo finale. Non è così e non solo per un fatto statistico. Allegri ha costruito un gruppo di ferro che non lascia nulla per strada; è un merito indiscusso che dovrebbe cancellare tutte le critiche sulla qualità del gioco e sulla sua capacità di essere moderno.

Siccome, però, la narrazione è parte importante nel descrivere una stagione ecco che Allegri rimane per tanti una specie di bollito baciato dalla fortuna e l'Inter una squadra che sta facendo solo il proprio dovere e alla quale non è concesso nulla. Neanche di pareggiare un paio di partite, cotta dalla fatica. Ecco perché Marotta, Inzaghi e lo spogliatoio vivono male i ragionamenti sullo "scudetto che si può solo perdere", irrispettosi del lavoro di programmazione di campo di una società che ha imparato ad essere grande.

A proposito di story telling, sarebbe utile avere rispetto di tutto quello che propone oggi la Serie A. Il girone d'andata è stato animato da due gruppi che stanno viaggiando a velocità elevatissime visto che anche la Juventus, oggi, è proiettata ben oltre i 90 punti finali e lo ha fatto scoprendo e valorizzando alcuni dei ragazzi più interessanti visti sui campi italiani. Fatti, non parole. Invece piace a tanti sminuire lo spettacolo del duello, parlare di mediocrità diffusa, evocare paragoni che non reggono con altri campionati e gridare a palazzi e complotti che non esistono.

Negli anni dei nove scudetti consecutivi della Juventus, quando chi perdeva parlava di titoli lasciati in hotel, violini e altre amenità, da Torino si masticava amaro perché al di fuori non si era disposti ad accettare il fatto che la Juventus di allora semplicemente fosse di un altro livello rispetto alla concorrenza e che quella superiorità si fosse costruita e rafforzata attraverso la cultura del lavoro.

Ora siamo dentro una stagione in cui episodi grigi e discutibili ci sono e sono sparsi un po' ovunque, così come gli errori arbitrali registrati e ammessi dai vertici dell'AIA. Eppure esiste ancora un partito numeroso che preferisce avvelenare i pozzi invece di provare a dare un filo logico a quanto ha detto fin qui il campionato. Un partito che non si fida a prescindere, fedele solo al proprio interesse e colore di maglia, e che vive per raccontare partite e tornei sminuzzando per frame quanto avviene in campo. Su tutti i campi. Possibile che non si possa fare meglio?

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