Gli ultimi giorni dei manicomi giudiziari

Impazziscono in prigione e rinsaviscono in manicomio. Non è un lager e non si applica la tortura, nel carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, a pochi chilometri da Messina, «il più grande d’Italia, e sicuramente, in passato, il più affollato d’Europa», suggerisce Nunziante Rosania, direttore dall’1989, un fisico da gigante buono campano che ci ha vissuto all’interno per anni come facevano i vecchi alienisti. Arroventata, ma discreta c’è qui la casa modello di cui può vantarsi il nostro sistema penitenziario, l’eccezione alla crudeltà delle galere. «Non è stato un carcere, ma un luogo spazzatura, una discarica molto visitata. Politici ne sono venuti, ne vengono sempre, come se questo fosse un giardino zoologico…» rimprovera il direttore. E a volte anche lui dice di sentirsi in proroga come questi ospedali (sono sei in Italia) sempre chiusi per legge ma riaperti per decreto, oggi vicinissimi alla futura estinzione, già prevista per il 1° aprile di quest’anno, in passato sempre posticipata per l’ impreparazione di Stato e Regioni.  Oggi gli internati in tutta Italia sono 793, di questi 476 possono essere dimessi.

E come sempre avviene nella transizione che anticipa la scomparsa, i manicomi giudiziari sperimentano la felice armonia di fine epoca, il valzer di liberazione. A Barcellona la malattia sembra finalmente evasa dall’architettura tanto che il ciclope che lo dirige deve quasi ricordare che questo ospedale rimane un carcere, con i suoi padiglioni (adesso solo quattro aperti degli otto costruiti nel 1925) protetti da mura di cinta e da pesanti cancelli smaltati di blu fresco, il blu dell’astrazione del pittore surrealista Salvador Dalì, il blu della canzone: «E’ venuto anche Domenico Modugno a farci visita quando era già segnato dalla malattia. Veniva anche quella splendida voce siciliana, Rosa Balestrieri, a cantare e visitare il cognato che aveva strangolato la sorella della cantautrice». Lungo i cortili si annusa il sonno impastato con pene e medicine, ma è autentica la serenità emanata dagli alberi di limoni e mandarini che fanno adesso ombra a un detenuto a colloquio. I familiari possono entrare tre volte a settimana, spiega il sovraintendente di polizia, Vito Fazio, ancora provato dal verdetto severo che espresse la commissione parlamentare guidata nel 2011 dall’allora senatore Ignazio Marino: «Disse che c’era un olezzo nauseabondo. Lo sente l’olezzo?».

Non è stato un carcere, ma un luogo spazzatura, una discarica molto visitata. Politici ne sono venuti, ne vengono sempre, come se questo fosse un giardino zoologico…

I padiglioni sprigionano odore di sapone merito di Salvatore Casalnuovo, detenuto, 26 anni, di Termini Imerese: «Resistenza a pubblico ufficiale, tentato omicidio. Oggi mi occupo di pulizie in carcere. Sogno la comunità». E Salvatore esibisce un foglio che invece lo obbliga a restare, una bocciatura che qui chiamano «stecca», si appella per far rivedere il giudizio, testimonia la sanità: «Sono pronto, è arrivato il momento. Mi mandi via, mi mandi, la prego». Il direttore dice che il momento del congedo si comprende facilmente: «Solo nell’ultimo anno sono andati via in 240». Oggi a Barcellona gli internati sono 168 e di questi solo 18 hanno commesso omicidi, altri sono intanto impazziti in carcere e spediti qui a guarire, altri ancora sono detenuti per reati bagatellari, come Paolo che nel 1993 simulò una rapina con il dito in tasca, una rapina di settemila lire. E’ rimasto qui vent’anni, da dimesso bussa e chiede di rientrare. Ci sono stati i simulatori? «Eccome. Erano i mafiosi che si facevano internare per ottenere gli sconti di pena. Qui sono stati rinchiusi Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Frank Coppola, il boss Stefano Bontade, il figlio di Nitto Santapaola, ma c’è stato anche il primo “vero” pentito di mafia, Leonardo Vitale», dice Rosania che parla di “grande armistizio”, il momento più triste di questa istituzione perché «fu un’utilizzazione spuria e l’ospedale mostrò tutta la sua inadeguatezza».

Ma adesso, nel padiglione numero 8, che ospita 80 detenuti, si riconosce solo la pancia gonfia del criminale solitario e non dell’affiliato. I visi sono tutti unti e affaticati sotto i soffitti bassi e caldi, anche se rinfrescati dal vento, da queste parti chiamato “cavaliere”, che si insinua e che penetra nelle stanze e per i letti, sei letti per stanza, sformati dai corpi. Vestiti con pantaloni corti e canottiere larghe, i detenuti sembrano i turisti della vicina Milazzo, sono spaesati come i crocieristi, i confusi per eccellenza, i senza luogo e senza ruolo. E tutti hanno occhi di vetro stravolti e saettanti come quelli di Salvatore Nunnari, sicuro dell’uscita: «Ho picchiato mia moglie, mia sorella. Ma ho capito. Ormai c’è la cura». La “cura” che ha soffocato i deliri, erede del Largactil, primo psicofarmaco, è deposta nei bicchierini che custodisce Maria Grazia Saporiti, una donna saracena dai capelli neri che staziona nell’ambulatorio. «Gli psicofarmaci ci hanno dato una grossa mano, ma non hanno risolto il disagio mentale. C’è della mitologia intorno a loro. In realtà alcuni detenuti non vengono sottoposti a cure farmacologiche di quel genere» precisa Rosania che invece duella con i guasti del vero carcere: «Cirrosi, problemi respiratori e cardiovascolari».

E indica Mejri Sani, romeno ricoverato già tre volte in un ospedale civile da quando è arrivato in Sicilia, un uomo dal corpo butterato: «Mi chiamano “Rambo”. Tentato omicidio. Questi me li sono fatti con una lametta in carcere a Lecce». Tutti gli internati portano rosari al collo che distribuiscono con prodigalità le suore, e sui capezzali ci sono gli ex voto, immagini di santi e madonne. A Barcellona è stato abolito il gergo della psichiatria che piaceva a Cesare Lombroso. Nel padiglione n°3, che un tempo sarebbe stato definito degli “aggressivi”, si rinchiude la violenza cosmopolita, la confusione delle civiltà, gli avventori delle stazioni centrali, quelli che chiedono sempre una sigaretta. E tutti si disperdono dalle celle al passaggio del direttore, sciamano come api, vengono in processione, pretendono la carezza salvatrice, come questo giovinetto con gli stessi baffetti degli ambulanti del Bangladesh che picchettano gli incroci. «Si chiama Saiful Mehdi: è lui che ha ucciso il senatore Ludovico Corrao. Teme la chiusura dell’ospedale e l’ingresso in comunità, qui si è creato una nicchia» rivela Rosania. Saiful era il fedele bastone che amava Corrao, il domestico che una mattina d’agosto ha sgozzato con un coltello da cucina l’ultimo dei bizzarri siciliani, l’uomo che rifece a suo modo Gibellina, il conte dalle mille vite e dalle mille arti. «Il senatore era buono. Ma basta con il senatore» farfuglia prima di scappare. E assomiglia a un gatto che si nasconde tra gli spigoli della stanza per non farsi infastidire e molestare. «L’anno prossimo finirà in comunità» prevede il direttore incuriosito dal futuro che attende queste istituzioni: «Parliamo di ospedali che andavano chiusi negli anni ’90. Le accuse che ci ha rivolto la commissione Marino sono servite a ricordarne l’esistenza. Questi ospedali sono sensori di civiltà. Dobbiamo giungere a piccole strutture con del personale più specializzato e trattare finalmente i detenuti come pazienti. A volte temo che si voglia sostituire il luogo e non il metodo».

Ed è lo stesso timore che a chilometri di distanza esprime il professore Giandomenico Dodaro, che insegna diritto penale alla Bicocca di Milano: «Per la magistratura sono state soluzioni sbrigative, per i dipartimenti di salute mentale un carico troppe volte declinato solo per paura. C’è stata una mancanza di solidarietà tra giustizia e medicina». Eppure è forse merito di questo egoismo istituzionale e di questo interregno se, a Barcellona, si è potuto costituire all’interno dell’opg, la cooperativa Astu che ha dato un lavoro ai detenuti, gestita dall’architetto Carmelo Puliafito, con officine di falegnameria, una piccola squadra di lavoratori edili e degli ottimi fabbri. Ed è ancora la provvidenziale impreparazione che ha reso possibile l’esperimento ambizioso, un reparto di custodia attenuata (in pratica senza agenti ma solo con personale sanitario) in una villa che il comune ha messo a disposizione con dodici posti letto, organizzata da Tommaso Bucca, un medico dai baffoni allegri, da 17 anni in servizio nel carcere giudiziario: «Da quest’ospedale ho visto passare i poveri cristi, i residui». Bucca fa vedere la prima vera struttura che dovrebbe sostituire il carcere giudiziario, la Rems, (Residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) che il ministro di Giustizia forse non sa di possedere, non il carcere coercitivo ma la casa umanitaria che porta il nome di Carmen Salpietro, ex vicedirettrice dell’opg scomparsa prematuramente.

Qui i detenuti si muovono senza secondini, osservati solo da due infermiere, e la casa è interamente gestita dai reclusi stessi, a partire dalla cucina fino all’orto che cura Agostino Interlici di Vittoria: «Solo reati contro il patrimonio…». Nella villa riposano i delitti contro la famiglia, l’assassino che fece strazio della madre: Giancarlo Aglieri di Piana degli Albanesi, figlio unico, trentanove coltellate nel 2009. Oggi lavora la ceramica nella comunità di padre Pippo Insana, sogna la Cecoslovacchia dopo la fine della pena: «Mi è rimasto solo uno zio. Forse un giorno ci andrò». Ed è aiuto cuoco, per tre giorni a settimana, Salvatore Di Dio, 54 anni, ex carabiniere, che uccise la madre nel 2006 a colpi d’ascia. Scrive sempre in stampatello, ora pensa a un romanzo, e pure Bucca, che annusa la malattia, si stupisce quando riascolta l’omicidio di quest’uomo e s’imbatte nella mitezza di oggi. Salvatore racconta che ha utilizzato parte del suo denaro per pagare i volontari e continuare così le uscite in paese: «Dal ministero per un periodo non arrivarono più soldi. Insieme a un altro detenuto abbiamo versato mille euro ciascuno. Ci siamo tassati per “evadere”». Giancarlo e Salvatore sono privilegiati? «Sono solo seguiti come è giusto che vengano seguiti dei pazienti. Hanno trovato la serenità che mancava negli opg: più è stretto l’ambiente più è facile la riabilitazione, l’uscita e la rinascita». Di sicuro nessuno riconoscerebbe la follia sanata, l’innocuo che fu omicida. Nel vecchio manicomio, tra le rovine dell’ospedale che sparisce, si celano i segni della detenzione gentile, l’utopia dell’evasione penitenziaria che è stata realizzata. Si avvia così a chiudere e spegnersi, per paradosso, l’unico carcere che funziona, il fortunato esperimento nato malgrado la dimenticanza e la tiepidezza del mondo di fuori.

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