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Giovanni Toti uomo, politico, "pacato"

Ci sono due o tre dettagli di Giovanni Toti che nessuno ha scritto in questi mesi di titoloni, profili, interviste, voci, messaggi trasversali, scatti rubati, illazioni che da mesi impegnano la stampa. Basta andare a Milano2 nel mitico palazzo dei Cigni, dove hanno sede le redazioni di Studio aperto e Tg4, per capirlo ascoltando il racconto di redattori e “maestranze” Mediaset.

C’è una passerella di circa trenta metri che attraversa tutto l’open space dei due tg: i suoi redattori raccontano che lui sfila, impeccabile, ogni mattina per arrivare al suo ufficio. Giacca, cravatta, scarpa in ordine. In  5 anni da Direttore  non si ricorda sia mai entrato senza il sorriso stampato in faccia. I giornalistio spesso sono alle prese con capi brontoloni e perennemente mogi: capite bene cosa vuol dire aver lavorato tutti i giorni con una persona che non ha sistematicamente il broncio ( perché è noto che da responsabile le magagne e le rotture di scatole si moltiplicano in maniera esponenziale)? Ecco, Toti è così. Se c’è un problema si risolve. Agitarsi e rabbuiarsi, salvo rarissime occasioni, diventa dispendio inutile di energie, meglio agire e trovare la soluzione. E questo mette sempre d’accordo tutti. 

Chi lo conosce giura che Toti è proprio così: un uomo che non dà mai niente per scontato.

Altra piacevole abitudine: ringrazia. Quando – da direttore - assegnava un servizio, o semplicemente dava indicazioni su come sistemare la scaletta. Quando insomma il grazie non sarebbe richiesto. Nulla è dovuto. Anche se sei “il capo” 

Altro dettaglio, perso forse nella corsa a raccontare le sue passioni per le cravatte di Marinella, il profumo poggiato sul tavolino accanto alla sua scrivania, l’attrazione per il buon cibo e per i filmoni americani: vive come le persone “normali”.  La dimostrazione? Non ha mai avuto l’autista né ha fatto vacanze chic dall’altra parte del mondo.

Al mattino prima di arrivare in redazione, i suoi orami ex colleghi ricordano la sua abitudine di fermarsi al bar per un caffè. Seguito da chiacchiera con chi sta dall’altra parte del bancone e attento ascolto anche per individuare "l’argomento del giorno”. Perché se sei direttore di un tg che racconta alle agente quello accade attorno a noi – sottolineano i giornalisti che hanno lavorato con lui -  non perdere il contatto con la realtà è un bel segno di intelligenza e umiltà. 

Il direttore che non si dava mai arie e adora l’understatment mangiava ovviamente in mensa, tra uno stagista e un redattore ordinario. Soprattutto sopportava la fila (che in epoca di privilegi della casta e “lei non sa chi sono io” è una gran dote).. Insomma, pacato, gentile, vero ma anche “poche parole per dare ordini”, ma quelle giuste. Il dono della sintesi è un altro ben vantaggio. Frutto delle idee chiare. 

Si può ricoprire un ruolo di comando senza perdere le distanze e il contatto con la realtà. Aggiunge una sua giornalista: “Se per una volta riusciamo a dare la definizione di umano ad un professionista che fa il grande salto nella politica, beh, forse qualcosa sta davvero cambiando”.

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