Giovanardi-Procura di Modena: la battaglia ora passa alla Corte costituzionale

Un nuovo conflitto tra politica e magistratura rischia di trasformarsi in guerra. Il 16 febbraio l’aula del Senato aveva fermato il processo modenese contro Carlo Giovanardi, ex senatore del centrodestra ed ex ministro per i Rapporti con il Parlamento. In base all’articolo 68 della Costituzione, il Parlamento ha stabilito che Giovanardi non potesse essere chiamato dalla procura di Modena a rispondere di atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni di ex senatore. Ora, però, la procura di Modena pretende che il processo continui. L’hanno fatto stamattina i due pubblici ministeri Monica Bombana e Giuseppe Amara, che al loro fianco avevano il procuratore capo Luca Masini. Poco fa i giudici del procedimento hanno deciso di trasmettere la questione alla Corte costituzionale, individuando un conflitto di attribuzione.

Il caso giudiziario era nato alcuni anni fa dall’impegno politico di Giovanardi, all’epoca senatore di Modena, contro le interdittive antimafia che il prefetto di quella città aveva emanato contro alcune imprese, accusate a torto o a ragione di contatti con la mafia.

Le interdittive sono atti amministrativi in effetti molto controversi. Da tempo vengono criticate per le loro caratteristiche, poco garantiste. Basta infatti una segnalazione alla prefettura e, anche in assenza di un’indagine giudiziaria, un prefetto può decidere di ordinare un’interdittiva nei confronti di una società o di un pubblico esercizio. A quel punto, senza contraddittorio, le società e i pubblici esercizi vengono immediatamente esclusi dai rapporti con la pubblica amministrazione e sono commissariati. Molte forze politiche contestano la legittimità di questi atti, ritenendoli estremamente pericolosi. I radicali, per esempio, ne chiedono da anni la soppressione.

Secondo la procura di Modena Giovanardi, che è stato anche vicepresidente della Commissione antimafia, avrebbe rivelato nelle sue interrogazioni parlamentari documenti «segreti» e avrebbe addirittura minacciato carabinieri e fatto pressioni sulla prefettura della città allo scopo di liberare da un’interdittiva antimafia una società, la Bianchini costruzioni, in modo da farla partecipare agli appalti della ricostruzione del terremoto del 2012 in Emilia. Giovanardi però giura di essersi limitato ad agire, da senatore della Repubblica, in una battaglia politica tesa a limitare proprio i pericolosi eccessi delle interdittive antimafia.

Rinviato a giudizio nel settembre 2020 per violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato, oltre che per minaccia a pubblico ufficiale – e dopo mesi di dibattito in commissione - pochi giorni fa Giovanardi ha finalmente ottenuto che il Senato si pronunciasse ufficialmente a a suo favore: a maggioranza, l’aula ha stabilito che «le dichiarazioni rese all'epoca dei fatti da Giovanardi costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e ricadono pertanto nell'ipotesi di cui all'articolo 68, primo comma, della Costituzione». Quelle dichiarazioni e quegli atti, quindi, sono insindacabili e non possono essere oggetto di attività giudiziaria. A favore di questa decisione ha votato compatto il centrodestra, insieme all’Italia dei Valori. Contrari il Partito democratico e il Movimento 5 stelle. Risultato finale, 113 voti a favore di Giovanardi, contro 90 No e 8 astenuti.

In aula, Gaetano Quagliariello, senatore del Gruppo Misto, aveva ricordato che «l'articolo 68 della Costituzione è stato scritto proprio per assicurare al parlamentare la possibilità di condurre le proprie battaglie al riparo da possibili ricadute giudiziarie». E Lucio Malan, senatore di Forza Italia, aveva sottolineato che le presunte minacce di Giovanardi sono consistite in realtà in «un esposto all'autorità giudiziaria, azioni parlamentari e una conferenza stampa in cui il senatore avrebbe detto peste e corna del prefetto».

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