Il neoministro dell’Economia ha margini ristretti, ma sa che per il rilancio dell’azienda Italia non deve cercare risorse nelle pieghe del bilancio. Ma liberarle, puntando sulla creazione di ricchezza.
Il concetto è chiaro: non cercare risorse nelle pieghe del bilancio dello Stato, ma liberarle dal bilancio dello Stato. La «Giorgetteconomy» va cercata nella biografia di questo lombardo, meglio varesino, che si specchia nel suo lago ed è leggibile come un libro stampato. Cosa farà e come intende farlo il neoministro dell’Economia lo anticipava un anno fa al forum Ambrosetti, sempre su un lago. L’acqua c’entra: la strategia di Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia – 800 anime che lui ha guidato da giovanissimo sindaco prima di diventare il playmaker della Lega sia con Umberto Bossi che con Matteo Salvini – è quella dei latini: «gutta cavat lapidem». Tradotto nel bilancio: euro dopo euro incrementare la ricchezza per far tornare i conti.
Dettò a Cernobbio: «Fare leva sulle energie morali del Paese andando oltre il Pnrr. Rimettere l’impresa al centro e sostenere chi crea ricchezza». Quindi, non preoccuparsi solo di redistribuire, ma creare valore. Allora Giorgetti – 56 anni, laurea in Economia aziendale alla Bocconi, sposato con Laura Ferrari, una figlia con una militanza parlamentare da veterano – parlò da ministro dello Sviluppo economico. Oggi ha in mano la borsa dello Stato: entrate, uscite e soprattutto il disegno della politica economica. La regia è quella che gli viene meglio. Di sé ebbe a dire: «Mi consideravo un po’ il Pirlo (Andrea, il regista di Milan, Juventus e della Nazionale campione del mondo nel 2006, ndr) uno che magari si vedeva poco, ma era importante». È appassionato di calcio e spesso ricorre a metafore del pallone per spiegare sé stesso. Ha fondato il Southampton Fan Club a Cazzago Brabbia – tra gli iscritti, Giulio Tremonti, particolare non trascurabile – e sostiene che «tifare per il Southampton significa soffrire perché ci si salva solo all’ultima giornata».
La «Giorgetteconomy» sarà ostinata, combattiva. Sapendo che però all’ultima giornata ci si salva. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha disegnato il perimetro della prossima legge di bilancio: non si potrà andare oltre i 40 miliardi, forse saranno 30 per un intervento immediato sulle bollette, poi si ragiona di rivoluzione delle tasse partendo dalla pace fiscale e flat tax. Anche la Lega ha questa tabella di marcia, ma c’è il tema pensioni- superamento incombente della legge Fornero – ad allungare la lista. Giorgetti deve orchestrare lo spartito, armonizzarlo con le potenzialità del Paese.
E poi il ministro ha sul tavolo dossier urgenti: Mps, Ita, Pnrr, nomine. Quale sarà il suo atteggiamento? Lasciare che le tecnicalità seguano il loro corso e concentrarsi invece sul lavoro di analisi e di proposta politica. Il ragioniere generale dello Stato Biagio Mazzotta ha già detto che i limiti sono stretti. Ma qualche spiraglio c’è. La relazione dell’ufficio parlamentare di Bilancio sostiene che sul fronte del debito la situazione si sta alleggerendo, l’incognita è se ci saranno ulteriori ritardi nella tabella di marcia della spesa del Pnrr. L’eredità Draghi non è tutta rose e fiori. Giorgetti aveva già detto che «bisogna andare oltre il Pnrr» nell’impostazione della politica di sviluppo, e conta su un ristretto gruppo di collaboratori, tra cui Giovanni Tria: l’ex ministro dell’Economia ai tempi del governo gialloverde era con Giorgetti anche al Mise. È eurocritico; e il primo orizzonte che il neoministro economico intende esplorare è proprio quello di Bruxelles, dove si gioca un pezzo cruciale della partita.
Paolo Gentiloni, commissario all’Economia, è freddissimo con questo governo. Investito del ruolo di resistente per conto del Pd, ha già fatto sapere: «Non faremo sconti sul Pnrr e non saremo benevoli sui ritardi». Ma Giorgetti ha pronta la risposta, fornita direttamente dall’ufficio parlamentare di Bilancio: ad accumulare i ritardi è stato Mario Draghi. Qui emerge l’abilità di regista del neoministro che chiamerà a testimone operativo Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro: proprio Giorgetti l’ha sponsorizzato al vertice del dicastero ai tempi del Conte 1; ha una partita delicata tra le mani, quella della Amco dove siede Marina Natale, un tempo detta miss Unicredit, che si è spinta molto avanti nella gestione delle sofferenze bancarie.
A Rivera serve la sponda del ministro. Stando all’Europa, il nuovo titolare di via XX Settembre ha una carta da giocare: bypassare Gentiloni e anche Valdis Dombrovskis (il vicepresidente con delega agli Affari europei) puntando a influire politicamente sulla Commissione. A dargli una mano c’è Daniele Franco, il suo predecessore, che lo ha presentato così: «Abbiamo in comune l’idea che lo sviluppo economico dell’Italia dipenda da quanto accade nel sistema produttivo, nella manifattura e nei servizi, che questi settori siano il cuore della nostra capacità di creare reddito e che quindi debbano essere al centro della politica economica. Farà sicuramente bene».
Il patto di stabilità è sospeso, l’Italia potrebbe mettersi alla guida di chi contesta sia Ursula von der Leyen sia Christine Lagarde per l’inconcludente gestione dell’emergenza energetica e inflattiva, oltreché sul Green deal che inizia a stare stretto a tutti proprio con la necessità – in periodo di de-globalizzazione – di ridare slancio alla manifattura europea. Inflazione e bollette sono le due urgenze da affrontare subito. Giorgetti ha già chiarito come: «Occuparsi delle bollette non si tratta di fare spesa allegra, ma di pagare danni di guerra indiretti al sistema produttivo, dopo la decisione di aprire un conflitto commerciale con la Russia. Quanto all’inflazione, bisogna ascoltare le legittime richieste e intervenire sul potere di acquisto di salari e pensioni». Qui c’è il capitolo più difficile: il fisco. È scontato che lavorerà alla flat tax, ma il primo provvedimento sarà studiare come rottamare le cartelle e cambiare i sistemi di accertamento e riscossione. Anche per liberare dagli incubi burocratico-fiscali partite Iva, artigiani e piccole imprese. L’incarico di Ernesto Maria Ruffini da direttore dell’Agenzia delle Entrate scade il 30 gennaio 2023. Forse si comincia da lì.
E da lì inizia la stagione delle nomine e la gestione «da regista» dell’azienda Italia. Partendo dalle banche che conosce a fondo e non per la parentela con Massimo Ponzellini, l’uomo del credito prima di Romano Prodi e poi di Matteo Renzi, ma perché da commercialista sa che la banca è il primo motore dell’impresa. Ce l’ha con i regolamenti europei e Basilea, crede nelle banche commerciali al punto che Andrea Orcel, a.d. di Unicredit, lo ha così presentato: «L’ho visto determinato, concentrato e competente». Con queste caratteristiche aggredirà la grana Monte dei Paschi di Siena. Capitalizza in Borsa meno di 200 milioni, al contribuente è già costato 7 miliardi, il Tesoro partecipa all’aumento di capitale per 1,8 miliardi; Giorgetti vuole liberare il bilancio da questi pesi così come prenderà di petto Ita e Ilva. La sua idea è che sono i privati a doversi occupare delle aziende.
Un altro capitolo è la rete dati e telefona. Giorgia Meloni ha detto che deve essere pubblica. La capacità di mediare e di dirigere di Giorgetti si misurerà subito su questo. Lo schema è chiaro: un gruppo ristretto di teste (Tria, Rivera, forse Franco e poi Mario Baldassari, Alberto Bagnai, Alberto Gusmeroli); aggressione dell’emergenze: bollette, pace fiscale, nomine; liberare il bilancio dai pesi dei bonus, da cancellare partendo dal reddito di cittadinanza («va trasformato in lavoro di cittadinanza») per riscrivere la previdenza; dialogo serrato e franco con l’Europa; nuovo slancio all’azienda Italia. Senza clamore. «Il mio essere taciturno» dice «arriva dall’esempio di mio padre. Come il nonno, era pescatore. Un lavoro solitario in cui passi tante ore a pensare e poco a parlare». Giorgetti è uomo del fare, ma segnala che a via XX Settembre è tornata la politica: «Volendo andare al governo con i poteri forti bisogna avere a che fare, ma non in modo supino. Serve una politica che sappia le cose e risponda al potere popolare e non a quello finanziario o tecnocratico. La politica ha abdicato al suo compito e va troppo al rimorchio di decisioni prese altrove. Il vantaggio mio e della Lega è che non si prende ordini da nessuno».
