Giancarlo Giannini, con gli 80 anni nel mirino: «Fellini l'aveva detto: il cinema è morto»

Voce intensa che a tutt'oggi rapisce e porta con sé fascino ed eleganza d’altri tempi, a poche settimane dal traguardo degli 80 anni, Giancarlo Giannini è uno degli ultimi giganti del cinema italiano. «Ma il cinema è morto da tempo», ci dice l'attore quando lo raggiungiamo al telefono.
Come ospite della Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, ha appena presentato Pasqualino Settebellezze nella copia restaurata dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale. Film del 1975, sesto degli otto girati con Lina Wertmüller, gli valse la candidatura all’Oscar come migliore attore (una delle quattro nomination ricevute dal capolavoro wertmülleriano). «Ma sono tutti belli i film che ho fatto con Lina - ci dice Giannini -. Con lei ho fatto i film migliori, anche se sono stato fortunato nella vita perché ho lavorato con tutti i registi italiani e americani».

Da Ettore Scola a Mauro Bolognini, da Mario Monicelli a Sergio Corbucci, da Dino Risi a Luchino Visconti, e poi Francis Ford Coppola, Ridley Scott, Rainer Werner Fassbinder… E ora di nuovo sul set accanto a Jane Fonda e Diane Keaton per il sequel della commedia americana Book Club - Tutto può succedere.

Ma i titoli giocosamente lunghissimi di Lina Wertmüller se li ricorda per intero (Un fatto di sangue nel comune di Siculiana fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici. Amore-Morte-Shimmy. Lugano belle. Tarantelle. Tarallucci e vino vanta il record nel Guinness dei primati come titolo più lungo della storia del cinema)?
«Certo che li ricordo per intero. Secondo me Lina non è mai stata valorizzata per quello che valeva, tant’è che nei film che ho fatto con lei i premi, dai Donatello ai Nastri d’argento, li davano sempre a me, a lei non hanno mai dato niente. Fortunatamente gli statunitensi l’hanno riconosciuta, gli hanno assegnato anche l’Oscar alla fine della carriera. Era molto nota in America. Era un genio, conosceva tutto: la fotografia, la musica, il ritmo, il montaggio, scriveva i film, girava».

Il 2 agosto compirà 80 anni. Come si avvicina a questo traguardo?
«Normalmente. Mi sento l’età che ho, non ho mai detto che mi sento 40enne o simile, sono cavolate. Si va avanti finché si può, fino a quando regge la vita, e poi si muore. La morte non mi fa paura perché la considero una nuova scoperta».

Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in una foto di scena del film "Bello mio bellezza mia" di Lina Wertmüller (Foto: Ansa)

Quali i ricordi più belli e quali i più brutti?
«Ricordi belli e brutti li abbiamo tutti, altrimenti non è vita. Tutti gli attori e i registi che ho conosciuto, stranamente, sono tutti morti. Sono rimasto io che faccio parte di quella scuola che include Mastroianni e Volonté. Ho lavorato in teatro con Gian Maria (Volonté, ndr), ho fatto 15 anni di teatro, da Mosca in tutta Europa, portando Romeo e Giulietta per tre anni, con la regia di Zeffirelli, in questo ho avuto una vita fortunata. Fellini, di cui ero molto amico, già più di 30 anni fa, sul set de E la nave va, mi diceva: “Guarda Giancarlino, il cinema è morto”. Io replicavo: “Come è morto? Tu lo stai facendo, io lo sto facendo”. E lui: “No, andremo al cinema come a un museo, non ci sarà più il grande schermo e quel fascino del fumo di sigaretta che passa attraverso i raggi dell’immagine, vedremo i film in televisione”. Questo me lo diceva 35 anni fa».

Oggi può confermare che il cinema sta morendo?
«Come morendo? Per me il cinema è già morto. Aveva ragione Fellini. Uno che realizza un capolavoro come 8 ½ sa bene cos’è il cinema. Lui sapeva tutto. E si divertiva. Allora si giocava molto; per il cinema in francese si usa il termine jouer, in inglese to play, che significa anche giocare. Ma oggi il lato giocoso c’è molto meno, c’è una serietà strana. Oggi i registi giovani vogliono fare un film e dicono subito: “Questo film andrà a Venezia, andrà a Cannes”, e io gli rispondo: “Guarda, divertiti a farlo, poi vediamo quello che succede”».

Ha qualche rimpianto? Qualche no che non avrebbe voluto dire?
«Sì, purtroppo ho detto diversi no. Mi dispiace aver dovuto dire no a Bellocchio quando mi offrì I pugni in tasca, ma stavo facendo in tutta Europa Romeo e Giulietta, non potevo lasciar la compagnia. Mi è dispiaciuto molto».

Anche come doppiatore ha un curriculum incredibile: ha dato voce ad Al Pacino, Michael Douglas, Dustin Hoffman, Jack Nicholson, che si complimentò con lei per il doppiaggio di Shining
«Il doppiaggio è una cosa tecnica: o lo sai fare o non lo sai fare. Adesso sto finendo di doppiare un Al Pacino in otto puntate e mi diverto molto. Ho iniziato facendo il doppiaggio ma non è un’attività predominante, ho fatto soprattutto l’attore. Poi il doppiaggio è venuto così, per divertimento: anche questo è un bel gioco se lo sai fare».

Giancarlo Giannini (Foto: Ansa)

Ci sono attori che non amano rivedersi nel film montato e finito, sullo schermo. Lei si riguarda volentieri? E va ancora al cinema?
«Io ho prodotto anche i film che ho fatto, con Lina, e insieme ci vedevamo ogni sera i giornalieri. Vedevamo i film, sì. Ma oggi vado poco al cinema. Non mi piace vedere queste serie lunghe di film che fanno gli americani, anche molto bene, ma non mi interessano, è un problema mio: conosco tutti i trucchi, per me è un gioco di finzione che non mi diverte, quindi non li vedo. Noi italiani abbiamo comunque ottimi registi, basti pensare a Sorrentino o Martone, e anche bravissimi attori. Mi sembra però che si debba fare ancora di più e avere più coraggio perché la nuova tecnologia del digitale non è stata ancora capita per le grandi possibilità che ha. Questo a parer mio, ovviamente, che sono soprattutto un elettronico: ho studiato elettronica, non sono un attore – sorride Giannini -, ho studiato all’Accademia di arte drammatica per un solo anno e poi è iniziato tutto per caso e ho continuato questo mestiere come gioco».

Era piccolissimo quando la Seconda Guerra mondiale era in corso. Ne conserva ricordi? E come vive ora questa guerra così vicina, in Ucraina?
«Io la guerra l’ho vissuta davvero, sono vivo per miracolo. Siamo stati mitragliati in campagna dagli Stukas (aerei bombardieri tedeschi, ndr) quando avevo due anni: ero su un carro carico di patate con mia madre, vedevamo arrivare questi Stukas che mitragliavano la strada, ci buttammo sui rovi. Ho visto carretti di bambini maciullati dalle bombe, portati via davanti ai miei occhi. La guerra è la cosa più brutta che possa esserci. Non capisco ora questa guerra in corso, non capisco perché dobbiamo mandare armi agli ucraini. Non voglio neanche più vedere le immagini che fanno passare. È una guerra che francamente non capisco».

Scherzando, ospitato da Mara Venier due anni fa, diceva: «Solo io e Rodolfo Valentino». Lei è davvero un’icona vivente. Si sente tale?
«Ma no, questo è quello che dice il pubblico. Io cerco di fare il mio mestiere meglio che posso, avendo avuto dei grandi maestri, la mia grande fortuna. Ho avuto maestri come attori: lavorando con Marcello Mastroianni e Monica Vitti, allora più esperti di me, non puoi che imparare tantissimo. Ero molto giovane, devo ringraziare Dio che mi ha dato la possibilità di lavorare anche con grandi registi come Visconti, Dino Risi, Monicelli, Coppola, Ridley Scott».

Tra i tanti film fatti, ne ha uno che ama più degli altri?
« Sì, Film d'amore e d'anarchia: ci sono molto legato. Il personaggio che interpreto è veramente esistito, Michele Schirru, un anarchico (che progettò un attentato contro Mussolini, ndr). Avevo trovato la storia e l’ho proposta a Lina e insieme l’abbiamo raccontata. È il film che mi ha incuriosito di più e a cui sono più legato».

Laura Antonelli e Giancarlo Giannini sul set del film "L'Innocente" di Luchino Visconti, in una foto del 7 ottobre 1975 (Foto: Ansa)

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