Gabriele Romagnoli, 'Solo bagaglio a mano' - La recensione

All'indomani degli attentati di Beirut e Parigi Solo bagaglio a mano, bestseller di questo scorcio d'autunno, contiene un'immagine sinistra come una premonizione: "Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire" confessò un giorno a Gabriele Romagnoli un ragazzo che a Kigali andava molto di fretta. Il Loner, "il perfetto incrocio fra se stesso e una volpe" cantato da Neil Young in un capolavoro giovanile, è colui che ha subito la maledizione della sopravvivenza. Niente lo potrà liberare.

I cosiddetti libri self-help possono scatenare ondate di scetticismo apocalittico. Ma Gabriele Romagnoli è uno che accende la penna nelle sale d'aspetto degli aeroporti per raccontare Mondovisioni, è un formidabile aggregatore di istanti con un punto di vista non omologato sulle cose del mondo. Vale la pena starlo a sentire anche solo per il ritmo della sua scrittura schietta ed essenziale (il meglio che il giornalismo d'attualità possa offrire), l'ironia e la varietà delle storie, il mix di geografie e culture, il pragmatico relativismo su cui impernia la sua filosofia del viaggio. E poi Solo bagaglio a mano pesa niente, è un libro perfetto per il bagaglio a mano...

Quella di Romagnoli è una forma di meditazione apofatica, per negazione o sottrazione. Il suo Tao del viaggio come lo chiamava Paul Theroux, altro grande scrittore-viaggiatore, considera il bagaglio a mano metafora di una leggerezza esistenziale che sollecita l'affrancamento dai bisogni. Disfarsi di qualsiasi cosa è una raffinata sfida, nella nostra società del benessere. Ci riusciamo meglio quando qualcosa ci costringe, un trasloco, un viaggio, un cambio di lavoro, un lutto. Ma spostarsi è sempre una buona idea. L'abitudine al movimento ancora di più. Eliminiamo dal bagaglio le nostre vite di scorta e l'infido senso di colpa, perché nessuno può proteggere nessuno da tutto e da tutti. Cancelliamo dalla rubrica del telefono due contatti al giorno, distinguendo i contatti dagli amici. Facciamo pulizia.

Eliminare il superfluo significa prima di tutto rinunciare alle certezze, ampliare lo sguardo. Ogni cosa si modifica, anche il tempo, continua Romagnoli. La vita non è stata come noi la ricordiamo, la vita è ciò che si trasforma. La memoria ottunde, seleziona, semplifica. Ma la Ram del nostro cervello resta pur sempre l'unico contenitore indispensabile. Il resto va, a ogni istante. È un'idea antica, archetipo nella storia del pensiero. L'unica vera sostanza è il flusso, diceva già Eraclito, e la misteriosa unità del tutto si può cogliere solo attraverso epifanie: "le cose che appaiono sono il visibile delle cose invisibili".

Un'idea che sta alla base della maggior parte delle filosofie e teologie orientali. Per esempio il buddismo, il cui principale fondamento teorico individua l'origine della sofferenza nell'attaccamento: da un lato c'è il desiderio di quello che non si ha, dall'altro la repulsione per ciò che si ha e non si desidera avere. Secondo la dottrina della vacuità non esistono oggetti esterni né un io individuale immutabili e permanenti. È la mente ad attribuire loro solidità. "Il puro di cuore, non legato a opinioni, dotato di chiara visione, liberato da brame sensuali, non tornerà a nascere in questo mondo" dice il Metta sutta, discorso del Buddha sul tema dell'amore universale.

Lasciando sullo sfondo l'ideale ascetico - a differenza per esempio di Tiziano Terzani, che l'abbracciò nell'ultima fase della sua intensa vita di scrittore e grande viaggiatore (con poco bagaglio) - Romagnoli propone una via laica alla rinuncia che sfocia nell'eudemonismo utilitaristico alla Kurt Vonnegut: "Quando siete felici, fateci caso" era il consiglio rituale dato ai laureandi dello scrittore americano. "Non credere ma vivere come se" è la chiosa di Solo bagaglio a mano: vivere con la consapevolezza di avere abbastanza.

Da Beirut a Rotterdam, da Sarajevo a L'Aquila, a Dresda e San Pietroburgo, questo libro è dedicato anche a tutti i viaggiatori che subiscono il fascino delle città in ricostruzione permanente. Coi loro abitanti, bersagli mobili che hanno dovuto accettare l'impermanenza come destino. E si va avanti. Lo dicevano già i versi immortali dei Four Quartets di Thomas S. Eliot:

Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna
sul campo di battaglia.
                Non buon viaggio
ma avanti, viaggiatori

Gabriele Romagnoli
Solo bagaglio a mano
Feltrinelli
89 pp., 10 euro

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