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Femminicidi: cosa accade nella mente dell'uomo violento

Due femminicidi in pochi giorni hanno riempito le cronache e ci hanno costretto ad aggiornare la conta delle donne che nel nostro paese muoiono per mano dei loro mariti e compagni. Ma chi sono gli uomini violenti che, in presenza di una crisi, possono arrivare a uccidere? Panorama.it ne ha parlato con Giacomo Grifoni, psicologo e psicoterapeuta, uno dei soci fondatori del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, il primo del suo genere, nato nel 2009.

Grifoni è un esperto di problematiche di violenza di genere e autore di diversi libri sull'argomento, tra cui il saggio L'uomo maltrattante e il romanzo La casa dalle nuvole dentro.

Esiste un profilo psicologico dell'uomo che usa la violenza in casa?
La violenza è un fatto quotidiano. Non si può tracciare un profilo psicologico dell'uomo violento: ci sono stati tentativi interessanti nella letteratura anglosassone, si tratta di ottimi studi che però non ci aiutano a predire quale profilo può spingere a commettere violenza. Parlerei piuttosto di fattori di rischio. La violenza è un problema culturale, che a volte può essere accompagnato da problemi di tipo psicopatologico, con sintomatologie ansiose e depressive o problematiche di organizzazione della personalità.

Quando dice che è un problema culturale intende dire che nasce dal sessismo?
Viviamo ancora in una società patriarcale, dove gli uomini hanno privilegi che le donne non hanno. E' la realtà fotografata molto bene dalla letteratura femminista. La violenza si annida in una società di questo tipo, caratterizzata dal dominio maschile.

Non tutti gli uomini cresciuti e che vivono in questa società però esercitano il loro potere con la violenza.
Un aspetto correlato è quello della totale assenza di formazione di tipo affettivo. Chi insegna ai bambini e alle bambine come si esprimono le emozioni, il dissenso, la solitudine, la noia? Chi ci lavora? Quanto riescono a farlo le nostre istituzioni e quanto sono in crisi nel gestire questi aspetti? C'è una mancanza di cultura, un edonismo sfrenato, un diffuso narcisismo, una cultura della sopraffazione che è la nicchia ecologica all'interno della quale possono inserirsi molto precocemente segnali di violenza. C'è bisogno di cultura e prevenzione oltre che di cura e riabilitazione.

Cosa c'è alla radice della violenza?
Una grande sofferenza e una incapacità di esprimerla se non con la violenza appunto. Per aiutare un uomo violento bisogna toccare ciò che sta sotto ai suoi comportamenti. Un uomo 40-50enne che arriva ad ammazzare la moglie è stato un bambino e un giovane che ha agito in una certa cultura. Avrà sicuramente dato segnali che non sono stati visti e riconosciuti nel corso della vita.

Che storie hanno gli uomini che si rivolgono ai centri in cerca di aiuto?
Hanno storie tra le più disparate. C'è il giovane cresciuto in un contesto socio-culturale sfavorevole, che ha incontrato la violenza molto presto come modalità di gestione dei problemi, oppure l'uomo cresciuto negli agi borghesi, che però magari ha avuto genitori incapaci di dare un nome agli aspetti affettivi più profondi. Quindi il giovane delinquente o figlio di buona famiglia per motivi diversi agiscono la violenza come espressione di un malessere. Il contesto socio-culturale di provenienza può essere un fattore di rischio ma da solo non spiega la violenza, non ne è la causa.

Quali sono i fattori di rischio che devono mettere in allarme rispetto al pericolo che la violenza possa culminare in omicidio?
Aver avuto precedenti penali, fare uso di sostanze, avere facile accesso alle armi. La separazione può essere un fattore di rischio. Ci vorrebbe una adeguata formazione per capire che la violenza è molto vicina a noi, la potrebbe agire chiunque e dobbiamo avere una nuova cultura che sappia riconoscere i segnali anticipatori senza scambiarli per altro.

Prima di arrivare alla violenza fisica quali segnali dà un uomo?
La violenza fisica ha sempre una premessa psicologica. Esiste un ciclo della violenza, che prevede una fase in cui c'è un aumento della tensione psicologica, fatta di silenzi, malumori, conflitti, tensioni, svalutazione della donna, denigrazione, minaccia. L'esito poi è la violenza fisica.

Come si presenta la violenza psicologica?
Può assumere forme molto diverse, dipende dalla persona. C'è l'uomo che tormenta la moglie con milioni di domande oppure non dice nulla per due giorni. Un tratto tipico è la svalutazione di ogni cosa che la donna fa. Qualsiasi tipo di comportamento della donna è letto in maniera autoreferenziale, come dimostrazione che la donna trama contro di lui.

Esiste l'uomo violento solo in famiglia o chi lo è a casa lo è poi anche fuori?
Ci sono due tipologie: il violento in casa e il violento ovunque. Nel primo caso siamo di fronte a uomini che quando sono fuori si adeguano alle aspettative, sono capaci di controllarsi, ma dentro casa danno il peggio di sé, pensano che sia concesso loro di fare tutto.

Il problema riguarda anche i giovani. Quando i casi di violenza coinvolgono loro si parla spesso di narcisismo e di fragilità, dell'incapacità di accettare, per esempio, di essere rifiutati.
Tutto vero, ma i giovani sono pur sempre figli di qualcuno, di una società e di una famiglia. I giovani crescono in una società violenta, la violenza è strutturale. L'uomo che picchia la moglie o il ragazzo che umilia la fidanzatina sono punte dell’iceberg di una società violenta. Certo, il disagio giovanile ha un ruolo, rispetto a 15-20 anni fa questo è un nuovo problema da affrontare da un punto di vista clinico.

La situazione è peggiorata negli ultimi anni o lo sembra perché se ne parla di più?
C'è sicuramente una maggiore attenzione per questi temi. C'è da dire che la violenza della nostra società è anche un epifenomeno della crisi economica. Rispetto a 15-20 anni fa ci sono molti meno ammortizzatori sociali, c'è più frustrazione.

Che cosa vorrebbe l'uomo violento dalla donna?
Nei racconti degli uomini le donne sono spesso dipinte come provocatrici: non rispettano, non riconoscono le cose buone che l'uomo fa. L'aspettativa è che la donna debba essere a disposizione per riconoscere l'altro. Qui serve un lavoro terapeutico per spiegare che l'amore non è un riconoscimento infinito, continuo e incondizionato. Amare vuol dire esporsi all'imprevedibilità, l'amore va coltivato, non è bello come l'innamoramento, va alimentato, incontra momenti di stanca. Fa fatica amarsi. Ma parliamo di uomini cresciuti in una cultura del benessere assoluto, nel desiderio di essere sempre felici, di dover sempre stare bene. Uomini che mettono se stessi al centro della coppia.

Quale percorso seguono gli uomini che si rivolgono ai centri di aiuto?
Sono accolti senza giudizio, ma vengono invitati a riconoscere di essere responsabili di ciò che hanno fatto e a impegnarsi a non agire più violenza. Se ci rendiamo conto che l'uomo è in grado di fare questo percorso, che riconosce la violenza e vuole cambiare, viene invitato a fare un percorso di gruppo con altri uomini che hanno lo stesso problema. Si fanno sessioni di lavoro su cosa è la violenza e su come imparare a riconoscerne i segnali. Poi si accede a una fase di trattamento che può durare anche anni. Spesso succede che l'uomo faccia marcia indietro, che minimizzi la violenza, la attribuisca all'esterno. Dobbiamo saper lavorare anche con questo tipo di reazione, che è una forma di difesa.

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