Dietro l'addio di Fazio solo ragioni professionali non l'occupazione della Rai

Fabio Fazio è un grande professionista: ma non è un martire. I guaiti delle vedove inconsolabili lasciano il tempo che trovano. Nonostante il tentativo della stampa a lui amica ( e della selva di opinionisti che in questi anni hanno ben vissuto sotto la sua ala) di dipingerlo come un San Sebastiano trafitto dalle frecce sovraniste, la realtà è un'altra, molto più prosaica e molto meno romantica.

Non risulta che Fazio sia stato cacciato dalla tv pubblica: piuttosto se ne è andato per sua scelta. Fior di articolisti ben informati, sulla stampa mainstream, assicurano che il conduttore ligure fosse in trattativa con Discovery da tempo. Probabilmente – e legittimamente, ci mancherebbe – stava aspettando il momento giusto. Il fatto che abbia annunciato l’addio ancor prima dell’insediamento della nuova governance Rai, qualcosa vorrà pur dire.

Ci eccita la narrazione dell’epurazione destraiola, ma più che la politica sarebbe utile seguire la scia dei soldi. Che, ben lungi dall’essere sterco del demonio, sono il sacrosanto carburante che fa girare tutte le economie, anche quella televisiva. A quanto sembra Fazio strapperà a Discovery un contratto da 2,5 milioni di euro per quattro anni, per un totale di 10 milioni: in pratica il 25% in più di ciò che percepiva in Rai. Senza contare le sue collaborazioni con altre società. Di fronte a queste cifre c’è solo da togliersi il cappello, perché se un’azienda privata è disposta a coprire di denaro un professionista, significa che Fazio quei soldi li vale tutti. I giornalisti cosiddetti di destra, da questo punto di vista, hanno solo da imparare. E’ il magnifico mondo del mercato, che si applica anche agli artisti a prescindere dalle vicinanze di partito.

Dunque nella vicenda Fazio, fare i pauperisti e gridare allo scandalo, è troppo facile, per non dire meschino. Altrettanto meschino però è ritrarre Fazio come un membro della resistenza antimeloniana costretto all’esilio a pane e acqua a Ventotene. Certamente certi editorialisti progressisti vestiranno a lutto per qualche settimana, perché scompare dalla Rai una vetrina di idee politiche e librarie affini a una certa parte politica. Ma suonare l’allarme democratico pare un po’ esagerato, specie in questi tempi grami, con le bombe da una parte e l’inflazione al galoppo dall’altra. Chi lamenta una Rai ostaggio dei partiti ha le sue ragioni: quello che non si capisce è perché molti se ne accorgano solo adesso, con la Meloni al governo. La tv pubblica è piena di talenti importanti: ma se qualcuno vuole farci credere che fino ad oggi sia stata il tempio indiscusso della meritocrazia e dell’indipendenza, meglio che lasci perdere.

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