Getty images
News

FARC colombiane: la storia

Per Lookout news

Ai fini di una analisi realistica di quale possa essere l’impatto di un accordo sulla cessazione del conflitto interno sulla politica e la sicurezza della Colombia, è utile riassumere in forma necessariamente sintetica le caratteristiche principali delle FARC-EP, la sua evoluzione nel tempo e il tipo di attività criminale che parti di questa organizzazione guerrigliera svolgono e potrebbero continuare a svolgere in uno scenario post-conflitto.

Le FARC nascono nella seconda metà degli anni Sessanta come movimento di resistenza di contadini poveri nello scenario di zone rurali della Colombia centrale caratterizzate da sanguinose lotte contro il latifondo, una sorta di guerra civile strisciante ma estremamente cruenta che accompagna la storia di questo Stato praticamente dalla sua fondazione. Costituite inizialmente da un piccolo gruppo di militanti di ideologia marxista, le FARC nascono nel contesto di un continente segnato dalla rivoluzione cubana e dal proliferare di movimenti insurrezionalisti in vari Paesi dell’America Latina.

Dal punto di vista strategico, la storia cinquantennale delle FARC conosce tre grandi fasi. La prima fase è caratterizzata dal consolidamento delle strutture combattenti iniziali, con il ricorso alla guerra asimmetrica e l’uso prevalente di tattiche guerrigliere (mobilità di piccoli gruppi, offensive a sorpresa, azioni di bassa intensità).

Tale fase procede fino alla metà degli anni Ottanta, quando grazie anche al nascente commercio di cocaina le FARC acquisiscono crescenti fonti di finanziamento. In quegli anni, anche approfittando del contemporaneo conflitto scatenatosi tra lo Stato ed i cartelli della droga, le FARC aumentano il reclutamento e l’equipaggiamento di armi, passando a una vera “guerra di movimento”, con il concentramento di forze guerrigliere in numero sovrastante alle sparute guarnigioni militari e di polizia.

È il tempo degli attacchi contro paesi e anche capitali di dipartimento, che vengono conquistate e occupate per settimane da forze guerrigliere, che impongono la loro legge alle popolazioni e sequestrano numerosi “prigionieri” tra le forze dell’ordine. Le FARC controllano in forma più o meno stabile intere parti del territorio rurale, assoggettando a checkpoint gli assi di comunicazione stradale, in cui effettuano sequestri di civili a fini estorsivi.

Lo spettro dello “Stato fallito” e l’intervento degli USA
Il passo successivo, di cui i leader delle FARC non fanno mistero, è una vera guerra di “posizione”, con il controllo permanente di intere aree territoriali e l’assedio dell’obiettivo strategico finale, la capitale Bogotá e la presa del potere a livello nazionale. Questa fase, durata fino all’inizio del 2000, viene rappresentata come il punto più basso raggiunto dal governo colombiano, che barcolla sotto i colpi della guerriglia e dei cartelli criminali, fino a prospettare la prospettiva concreta di uno “Stato fallito”. Di fronte al pericolo di uno Stato “narco-guerrigliero” ai confini, gli Stati Uniti mobilitano allora il “Plan Colombia”, un massiccio programma di assistenza militare rivolto soprattutto a contrastare il traffico di droga, di cui sono i principali destinatari, ma che in effetti ha come obiettivo anche la guerriglia, che è pesantemente implicata in tale traffico.

Con la politica di “seguridad democratica” lanciata dal presidente Alvaro Uribe nel 2002, si rafforzano enormemente le capacità di contrasto delle forze armate e di polizia colombiane. Nel quadro di un generale rafforzamento di tutte le forze di sicurezza, due sono soprattutto le innovazioni operative che producono i maggiori risultati. Le capacità di intelligence vengono rafforzate e migliorate tramite un efficace coordinamento tra i vari reparti delle diverse forze armate. Fa la sua comparsa nei cieli della Colombia l’elicottero Black Hawck, che assieme a bombardieri ad ala fissa e all’impiego di forze speciali infligge colpi durissimi alle formazioni FARC che non possiedono protezione anti-aerea efficace.

In pochi anni, il numero dei combattenti FARC viene ridotto da perdite e diserzioni, passando da oltre 30.000 all’inizio del decennio a circa un terzo 7-8 anni dopo. Vari capi delle FARC vengono colpiti in applicazione di una politica di “high-value targetting”, che costringe la leadership dell’organizzazione a disperdersi e indebolisce i contatti con la base.

FARC in ritirata strategica, ma non sconfitte definitivamente

In risposta all’offensiva dello Stato, le FARC devono rinunciare a concentrare le forze per operazioni su grande scala. Incalzate dalle forze militari e di polizia, che spesso hanno l’appoggio di formazioni paramilitari, le FARC vengono scacciate dalle parti centrali del Paese e ridotte a operare in zone periferiche e di confine, scarsamente abitate e caratterizzate da territori impervi. Le unità combattenti tattiche si riducono a 3-4 elementi e le comunicazioni e la coesione tra i reparti sul terreno e la leadership vengono indebolite.

Dal punto di vista operativo le FARC tornano alle tattiche di guerriglia, con un uso prevalente di imboscate, campi di mine anti-uomo e attacchi di cecchini. Le azioni realizzate si abbassano di intensità ma non di numero, contribuendo a formare la percezione pubblica di una guerriglia pienamente operativa.

Una conseguenza del nuovo contesto strategico è l’indebolimento ideologico dell’organizzazione. I campi di indottrinamento annuale che in passato riunivano vari fronti per 3-4 settimane all’anno sono soppressi per evitare letali attacchi aerei. Si allentano anche i contatti e i controlli tra i livelli alti e quelli bassi dell’organizzazione. Secondo fonti dell’intelligence colombiana, almeno il 50% dei combattenti non ha mai incontrato un membro del segretariato negli ultimi 4 o 5 anni. Le stesse comunicazioni avvengono attraverso contatti umani inevitabilmente lenti, che però permettono di sfuggire alle intercettazioni radio ed elettroniche.

Cosa sono oggi le FARC

Le FARC oggi sono un’organizzazione formata da circa 7.000 combattenti più altri 20.000 elementi irregolari di appoggio nei centri abitati, che svolgono operazioni di intelligence, agitazione e infiltrazione politica fornendo sostegno logistico e finanziario. L’organizzazione è verticistica, comandata da un segretariato costituto da 7 persone, tra cui un leader supremo, uno Stato Maggiore Centrale di circa 30 elementi e 67 fronti combattenti, organizzati in alcuni “blocchi” e “colonne mobili”. Ciascun fronte ha un numero variabile di combattenti, ma è organizzato in forma articolata con varie funzioni di responsabilità e comando.

Negli anni passati, le FARC sono state descritte come una organizzazione “narco-terrorista”. Tale definizione tuttavia sembra obbedire più alle ragioni della propaganda politica che alla realtà storica. Indubbiamente la droga costituisce il carburante che permette alle FARC di esistere. Il controllo della produzione di coca, oltre a essere un cespite economico, è anche un potente mezzo di controllo sociale in quanto rende le FARC un indispensabile partner economico per i contadini e le loro famiglie che trovano nella coltivazione di coca il mezzo della loro sussistenza.

Queste relazioni hanno creato nei territori tradizionali di insediamento delle FARC una rete di appoggi e un diffuso consenso che ormai si perpetua da due generazioni. Come un’organizzazione politico-militare mossa da una ideologia marxista, almeno nei suoi livelli più alti, le FARC guardano a questi territori rurali come le aree in cui poter continuare a esercitare un ruolo di dominio politico e sociale anche dopo una eventuale fine del conflitto.

Ciononostante, la maggioranza degli osservatori del conflitto stimano che almeno 10-12 fronti delle FARC, attivi soprattutto nelle zone di frontiera con l’Ecuador, Panama e il Venezuela (Putumayo, Nariño, Cauca, Chocó, Guaviare, Catatumbo e Guainia), a seguito dell’allentamento del comando e del controllo da parte delle strutture superiori, sono implicate nel traffico di droga a un tale livello che le loro attività criminali hanno una alta probabilità di continuare anche a seguito di un accordo di pace con il governo centrale.

 Si stima che in tali fronti siano operativi 1.500-2.000 combattenti, circa il 20-25% dell’intera forza delle FARC. Tali formazioni potrebbero continuare a operare come una parte “autentica” dell’organizzazione che rifiuta un accordo di pace con lo Stato ovvero, secondo uno scenario già visto nella smobilitazione dei paramilitari, facendo proliferare nuove forme organizzate di criminalità prive di ogni finalità ideologica.

YOU MAY ALSO LIKE