«Bisogna educare ai social network, non proibirli»

Facebook sapeva. Ai suoi dirigenti era venuto il dubbio, avevano indagato, commissionato ricerche. Dai risultati tutt'altro che assolutori: Instagram, il pezzo pregiato della galassia dell'azienda, la vetrina delle nostre vite per immagini e video, sarebbe pericoloso per le adolescenti più fragili. Alimenterebbe i pensieri suicidi di alcune, incrementerebbe i disordini alimentari di altre. In generale, provocherebbe ansie diffuse nei ragazzi, un senso di frustrazione per un perenne confronto con l'inarrivabile, il troppo perfetto o ciò che, almeno, è rappresentato come tale. Nonostante questa consapevolezza, l'azienda di Mark Zuckerberg avrebbe portato avanti l'idea di sviluppare una piattaforma aperta ai ragazzini sotto i 13 anni, un'iniziativa ora naufragata.

È una delle tante rivelazioni di Frances Haugen, l'ex dipendente pentita, la gola profonda che non si è limitata a parlare, ma ha reso pubblici decine di migliaia di documenti interni che supportano le sue tesi. Inclusi quelli di cui si potrebbe desumere che Facebook non contrasti a dovere i pensieri polemici, polarizzanti, incitanti all'odio, capaci di tenere agganciati più spesso e più a lungo ai suoi spazi digitali. Non per sadismo o crudeltà congenita, ma in ossequio alle leggi del business, per far lievitare il traffico e gli introiti pubblicitari.

Il social network si è difeso punto per punto, schivando ciascuna delle accuse per esempio attraverso Neil Potts, il vicepresidente responsabile di «trust and security», la fiducia e la sicurezza, i due pilastri che il vaso di Pandora scoperchiato da Haugen rischia pesantemente di scalfire. Potts sostiene, circa la sofferenza provata dagli adolescenti, che «per la maggior parte dei rispondenti, sia ragazzi che ragazze, Facebook e Instagram hanno un impatto nettamente positivo sulla loro salute mentale…». L'esperienza social non nuocerebbe alla salute, anzi sarebbe vero il contrario.

Capire dove sta la verità o almeno provare a inquadrare bene i contorni della vicenda è essenziale, specie per i genitori che vogliono educare i figli a un rapporto sano con questi strumenti. Ormai imprescindibili, inevitabili: «Sono fenomeni inarrestabili. Pensare di proibirli significa portare avanti una battaglia inutile. Sarebbe come affermare che l'aria è inquinata e allora smettiamo di respirare. Semplicemente, non si può» premette con Panorama.itFederico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, ricercatore dell'Istituto di psichiatria e psicologia della facoltà di Medicina dell'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e tra i massimi esperti italiani di dipendenze patologiche e adolescenti difficili. «I social» spiega «sono importanti, anzi vitali, nelle relazioni all'interno del proprio gruppo di pari».

Tonioni non li assolve a prescindere, piuttosto riconosce quanto rappresentino un'enorme cassa di risonanza del quotidiano: «Quando noi eravamo piccoli, facevamo sogni a occhi aperti, immaginavamo una rappresentazione ideale di noi stessi. Era un atteggiamento autistico, perché nessuno poteva leggere i nostri pensieri. Se li mettevamo alla prova nel mondo, per esempio provandoci con una ragazza che ci piaceva molto, al massimo quello che finivamo per ottenere era un rifiuto. Ci ritiravamo, limitavamo i danni. Oggi, questa rappresentazione ideale viene esibita su internet: orienta la costruzione delle storie Instagram, i contenuti pubblicati su TikTok. Luoghi tutt'altro che autistici, anzi ad altissima visibilità. Il vero rischio è che un'eventuale brutta figura in quei territori venga enormemente amplificata. L'esperienza della vergogna è sempre un crollo e la sua intensità è correlata alla visibilità dell'evento».

Il rimedio di fronte a certi episodi, secondo lo psichiatra, è la capacità di dialogo che un adolescente è in grado di costruire con un adulto: «Se un ragazzo riesce a parlarne con i genitori, se non si tiene dentro ciò che sente, riuscirà a superare quell'incidente». A limitare quella reazione a catena dai reverberi negativi, pesanti, evidenziati dalle ricerche finite sul tavolo dello stesso Facebook: «Che, ricordiamolo, rimane un mero strumento. Il primo bullo non sta sui social, è un genitore assente. L'autostima dei nostri figli non viene dalle performance scolastiche o sportive, ma dalla capacità di sentirsi amati quando deludono le aspettative genitoriali. Le persone che si ammalano su internet avrebbero sofferto anche senza internet».

Tonioni, che ha fondato il primo ambulatorio in Italia sulla dipendenza da internet e ha scritto vari saggi sul tema, come Psicopatologia web-mediata: dipendenza da internet e nuovi fenomeni dissociativi, sposta dunque il faro della questione. Lo trasferisce dalle colpe intrinseche dei social network ai subbugli interiori, alla solidità dell'autostima, alla propensione alla resistenza di chi i social li abita. Di nuovo, non rimanendo acritico: «Facebook può fare la sua parte, dovrebbe lavorare sulla creazione e il controllo di un'identità digitale. Il web è più frequentato del mondo reale. Eppure, se nella vita quotidiana commetto un atto di cui devo rispondere sono tenuto a esibire la carta d'identità, sui social l'anonimato rimane sovrano. Ma è quell'anonimato a scatenare e favorire l'esplosione della rabbia e dell'aggressività».

Una netta riconoscibilità digitale, una responsabilità collegata a un'identità, potrebbe mitigare il tasso di polarizzazione, la crudezza, la volgarità che colpisce anche gli adulti quando inciampano nello scrivere il post sbagliato (o ritenuto tale) o il commento giudicato fuori luogo. Se poi fosse vero che Facebook ne approfitta, che sguazza in questo fiume d'odio, non farebbe altro che seguire l'insegnamento di una cattiva maestra. Riproporre le dinamiche tipiche di un certo tipo di televisione: «Se sopportiamo certi programmi in tv, non possiamo stupirci se sul web si tenta di emularne i modelli per replicarne il successo» osserva Tonioni. Che ha un ultimo consiglio per i genitori: rispettare l'età dei loro figli.

«Abbiamo la tendenza a percepire i bambini come se fossero già adulti e a infantilizzare gli adolescenti. I bambini hanno bisogno di tenerezza, gli adolescenti di fiducia». Anche se si ha la sensazione che stiano buttando i loro pomeriggi tra videogame e social network: «Quando s'innamoreranno, la smetteranno e usciranno. Noi avevamo lo zapping, loro hanno lo scroll. Un po' di ore è bene che vadano sprecate ogni giorno, non si può essere sempre produttivi. Le distrazioni sono funzionali a sviluppare la capacità di concentrarsi. Non viviamole come tempo perso, ma come un tempo sospeso».

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