L'Europa (a trazione franco-tedesca) sulla questione migranti ha fallito un'altra volta

Dove va l’Unione Europea? La domanda sembrava di facile risposta fino a qualche tempo fa. La pandemia sembrava l’occasione per riprendere un percorso d’integrazione - sempre a trazione dirigistica e commissariale - ma incentrato su una maggior condivisione grazie al varo del Next Generation EU. Poi è arrivata l’inflazione, la guerra e infine la crisi energetica. È come se tutte le debolezze nascoste sotto il Recovery Plan, e sotto l’aggiustamento del paradigma economico, fossero riemerse con prepotenza. Sul piano economico, di fronte alla nuova crisi, l’UE è in un limbo indefinito. Il price cap sul gas si è dimostrato infattibile, non sono stati varati nuovi strumenti, incerto è il destino del patto di stabilità. L’emergenza per ora è risolta secondo il più nazionalistico degli schemi di gioco, ovvero ognuno per se e come può.

Ecco allora le nazionalizzazioni delle aziende energetiche dei francesi, i 200 miliardi di stimoli dei tedeschi per salvare le imprese, la prudenza degli italiani per evitare tempeste sul debito pubblico. Un altro paradosso si annida tra le pieghe delle istituzioni di Bruxelles: mentre le economie e le amministrazioni diventano sempre più interdipendenti, il metodo intergovernativo e bilaterale la fa sempre più da padrone nei meccanismi decisionali. Tutte le decisioni di qualche sostanza passano dal Consiglio Europeo come accordo tra governi. Poi c’è il trattato di Acquisgrana tra Germania e Francia, quello del Quirinale tra Francia e Italia e si vocifera di un lavorio diplomatico sotterraneo per un altro trattato tra Roma e Berlino. Nonostante questi abbracci però, tali accordi sembra restare più su carta che altro. Francesi e tedeschi non riescono a coordinarsi sul piano politico, i consigli dei ministri congiunti vanno a vuoto. Italiani e francesi entrano in crisi al cambio di governo dei primi, con l’immigrazione utilizzata come casus belli per scatenare attriti. I trattati restano memorandum of understanding da riempire, difficili da mettere in pratica.

Sul fronte dell’immigrazione c’è tutta la debolezza europea. Gli accordi di redistribuzione non vengono rispettati, i paesi di frontiera si sottraggono ciclicamente all’accoglienza indiscriminata. Al di là delle Alpi nessuno vuole onde di immigrazione irregolare: le escandescenze del governo francese e lo schieramento dell’esercito alla frontiera ne sono un esempio lampante. Gli austriaci fecero la stessa cosa pochi anni fa. Nessuno, come fino a qualche tempo fa, prova oramai ad assumere una posizione moralistica sul tema. Al tempo stesso, i fondi e le risorse per proteggere la frontiera esterna e per sradicare il commercio illegale dei migranti sono pochi. Come a dire che la frontiera è unica, ma il problema deve restare solo dei paesi mediterranei.

Se il governo italiano è stato ingenuo nei modi, fornendo il pretesto ad una sovradimensionata reazione francese, non lo è nella sostanza poiché gli accordi intra-europei non funzionano con efficacia e sono sbilanciati a sfavore dei mediterranei. Vedremo se la posizione muscolare del governo Meloni determinerà qualche risultato nei prossimi mesi, soprattutto sul piano del contrasto all’immigrazione illegale e degli investimenti in nord-Africa. Nel frattempo, il debole governo francese - privo della maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale e incalzato da destra e sinistra - aggredisce con dichiarazioni virulente che naturalmente non aiutano nessun passo in avanti europeo sui vari fronti aperti. Mattarella e Macron hanno cercato di ammorbidire lo scontro, con un colloquio tra capi di Stato. Tuttavia, come il nostro Presidente della Repubblica ha ribadito, la politica estera è cosa dei governi. E i governi europei in questo momento non riescono a guardare oltre le proprie esigenze nazionali, con comportamenti sempre più insofferenti alla cooperazione sovranazionale. Mentre viene sempre più da chiedersi a cosa servano la Commissione e tutti gli altri organi europei.

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