Pedrosa, la beatitudine dei numeri secondi

C'è chi lo chiama destino, chi karma, sorte, caso o ventura; il dizionario lo definisce “il susseguirsi degli eventi, considerato come necessità ineluttabile predeterminata da una forza superiore”.

Ognuno lo chiami come meglio crede, fatto sta che nella storia dello sport – e non solo di quello –  non sono infrequenti le vicende di personaggi afflitti da sindrome dell'eterno secondo: sono i campioni (perché di campioni comunque si tratta!) costretti ad incollarsi a vita il sostantivo “vice” davanti a quello di, “campione” come una sorta di titolo di laurea, alla rovescia.

Sono i cosiddetti “ciapanò”: campioni che sfiorano la vetta dell'Olimpo ma per mille motivi non la raggiungono mai. Un avversario troppo forte, un infortunio troppo grave, una sfortuna che ribalta la situazione proprio quando non ci voleva, o, più spesso, uno stato mentale, che fa sì che tutte queste cose accadano in sequenza, a negare un titolo che è lì alla portata (e che, anche solo per questo, sarebbe meritato).

Dani Pedrosa per le masse è un “ciapanò”. E' quello che come la fa, non gli riesce mai perfettamente. Quello che se per mancanza di tempo si compra la patente nautica in internet, lo sanno già tutti prima ancora che lui abbia raggiunto il molo.

Il web è invaso di commenti sull'esile 27enne spagnolo, a volte polemici ma spesso carichi di rammarico, nei quali però un po' tutti concordano sul fatto che questo vincitore di tre mondiali di fila in 125cc e in 250cc (1 nel 2003 e 2 nel 2004-5) abbia contratto la sindrome dell'eterno secondo, proprio nel passaggio alla MotoGP: 5° nell'anno di esordio 2006, 2° nel 2007, 3° nel 2008, 3° nel 2009, 2° nel 2010, 4° nel 2011 e ancora 2° in questa stagione 2012.

Mentre qualcuno anagramma con dubbia ironia il suo nome in “perdosa”, viene invece da pensare che Dani in cuor suo se lo sentisse dentro che le cose sarebbero andate così quando, nel 2005, posticipò di un anno la proposta di Honda di passare in MotoGP e restò in 250cc per bissare il titolo.

All'epoca, però, era scontato per media e appassionati formulare l'algoritmo che un talento applicato ad un atleta alto 158 cm per un peso di 48 kg fosse ampiamente facilitato da Madre Natura a fare carriera come pilota di moto. In realtà, anche se molti si appellarono all'applicazione di una zavorra sulla Honda di Dani Pedrosa, questo vantaggio fisico fece emergere fin dalle prime battute della sua carriera un grosso limite, ovvero la fragilità del suo sistema scheletrico.

Nel 2003, infatti, Dani vince il titolo in 125 nonostante l'infortunio in Australia dove si rompe entrambe le caviglie (!) ed è costretto a mancare gli ultimi due GP, ma i punti accumulati con talento e costanza durante la stagione lo incoronano inequivocabilmente Campione del mondo. L'anno successivo passa alla quarto di litro e vince di prepotenza con sette vittorie e 317 punti, nonostante la dolorosa riabilitazione.  

Insomma, il ciapanò non è un perdente, ma un diversamente vincente.

Il punto è che ne manca sempre un pezzo. A volte, per esempio, ci si mette la sfortuna, come ogni anno in cui, durante i test invernali, Dani riporta lesioni incredibili, o quando, al primo anno in MotoGP in sella alla ufficiale Honda RC211V, Dani centra e abbatte all'Estoril il compagno di squadra Nicky Hayden in corsa per il titolo, facendosi bersaglio di critiche pesantissime da parte di tutto il Circus.

Stando a ciò che si registra dalla pubblica opinione, all'immagine del campione non ha indubbiamente aiutato la presenza del suo inseparabile mentore Alberto Puig, con lui dal '99: un lungimirante ex pilota che ha subito individuato nel giovanissimo connazionale un grande talento.

Da quell'anno ad oggi, Puig ha sempre fatto da scudo a Pedrosa, parlando per lui, decidendo per lui, piangendo per lui, soffrendo per lui e difendendo lui più di come un padre naturale possa fare con il figlio preferito.

E' proprio Alberto Puig la grande fortuna di Dani, colui che ha determinato il destino da top rider del Motomondiale di Dani Pedrosa, anziché da pony express. Alberto Puig ci ha sempre creduto nonostante tutto, è lui che ha parato – o attutito – i colpi duri che arrivavano, che ha fatto da testa d'ariete affinché Dani si aprisse un varco professionale lastricato di moto ufficiali, di sponsor al top e di contratti milionari; affinché insomma il suo pupillo diventasse il numero uno.

Ce ne fossero di persone come Puig, verrebbe da dire. E questo è sacrosanto. Eppure, per effetto di certi metodi che il mentore ha voluto adottare nei confronti del tenero Dani, Alberto Puig è diventato per tutti la prima causa della sua sindrome dell'eterno secondo. Dagli storici musi lunghi e i silenzi nei confronti della stampa, alle sfuriate con la Direzione Gara per un sorpasso o un'azione ritenuta scorretta e penalizzabile, al trasformare la sana tensione della gara in angoscia esponendo dal muretto tabelle di marcia con distacchi immaginari, al sostituirsi all'ombrellina in griglia, Alberto Puig si è rivelato negli anni una persona che combatte con ogni mezzo il fantasma della sconfitta.

Ma lasciandosi appiccicare addosso l'etichetta di antipatico, per lo stesso strano principio in base al quale cane e padrone si assomigliano, Puig ha trasmesso anche a Pedrosa questo alone di antipatia, infondendo una sensazione di inutile asprezza nei confronti delle persone dell'ambiente, quando, in realtà, non c'è motivo di essere intristiti ed insofferenti verso il prossimo per restare concentrati su una gara.

“Quando stai male fisicamente non hai voglia di ridere e di giocare” spiega Alberto indicando la gamba operata e dolorante che quest'inverno si è rotto con il cross. L'altra se l'era già rotta a Le Mans alla prima curva (dopodiché hanno messo la chicane...).

E' questo quindi il nocciolo della questione? Il dolore fisico rende astiosi? Può essere, perché effettivamente le cose stanno profondamente cambiando. Il 2012 è stato sì l'ennesimo anno da secondo per Dani Pedrosa, ma è stato anche un anno privo di pesanti infortuni. E' stato l'anno della maturità agonistica, del salto di qualità, quello in cui Dani ha imparato a vincere un Gran Premio sotto la pioggia scrosciante (in Malesia) e quello in cui, rinvigorito dalle dimissioni del compagno di squadra Casey Stoner, ha sancito la sua forza battendolo nel GP di Germania.

Dani non avrà vinto il mondiale nemmeno questa volta, d'accordo, ma sorride come non mai e sta davvero bene perché è in pace con la sua coscienza. Nella sua testa di pilota, lui il mondiale l'ha perso perché Héctor Barberà lo ha abbattuto a Misano. In più è stato capace di battere Stoner, nonostante abbia sempre sofferto molto chi è stato aggressivo con lui in pista. Quest'ultimo era forse il secondo bersaglio più importante da centrare dopo il titolo, in vista di una stagione 2013 che si prospetta veramente difficile, con un Marc Marquez in arrivo dentro al box in pompa magna: è lui il giovane predestinato scelto categoricamente da una Repsol di cui è cambiato totalmente il management (e, verosimilmente, lo storico rapporto di amicizia con Puig).

Se tanti ciapanò sono arrivati spesso secondi ma per pura fortuna, quello di Daniel Pedrosa è il caso di un pilota veramente con talento che non ha mai vinto un mondiale in MotoGP.

E mentre con l'animo beatamente appagato va a Valencia a concludere la stagione e l'ennesima occasione perduta, una nuova occasione è già alle porte: quella del suo 7° anno da pilota ufficiale Honda in MotoGP.

E' la settima cartuccia, il colpo è pronto in canna. C'è solo da capire quanti ne restano ancora nel caricatore per riuscire finalmente a guarire dalla sindrome dell'eterno secondo.

YOU MAY ALSO LIKE