(Ansa)
Salute

Avis: errori e verità sulla cura con il plasma per il Covid-19

Giampietro Briola, presidente nazionale AVIS, da buon bresciano è chiaro, diretto, quasi didattico nell'analizzare a ritroso questi mesi di pandemia e tentare di mettere chiarezza sull'utilizzo e la sicurezza del plasma. Certo non nasconde di avere il dente avvelenato con i virologi catodici che in piena crisi bulimica televisiva hanno generato un po' di confusione tra la gente comune e un certo nervosismo nell'ambiente medico scientifico dove i fendenti non si sono risparmiati.

Infatti, è sufficiente nominare la categoria per ottenere una reazione.

«Se i virologi fossero rimasti in laboratorio era meglio, - precisa Briola - sono colleghi e li rispetto, ma ritengo abbiano fatto un grave errore nell'accettare una tale sovraesposizione mediatica, quando sul virus non si conosceva nulla. Alcune dichiarazioni di certo hanno solo creato confusione, sospetto e timore ingiustificato. Ad esempio, tra le tante, le parole del professor Walter Ricciardi (membro dell'esecutivo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e consulente del Ministero della Salute) sulla "scarsa sicurezza del plasma e dei suoi derivati" sono state particolarmente inopportune e dannose. Non so cosa gli fosse saltato in mente e cosa lo spingesse a tanto, certo non una conoscenza del tema visto che fa l'igienista e non è neppure virologo. Di fronte a queste (e altre) esternazioni, per rispetto dei nostri donatori e per la garanzia dei malati, siamo obbligati a ribadire che, nel sistema italiano, il plasma è un bene pubblico ed essenziale per legge, è sicuro e non rappresenta un businnes». (in USA, principale paese esportatore di sangue al mondo, la donazione è pagata determinando a cascata un sistema etico ed economico di gestione del sangue n.d.r.)

Considerato che AVIS è la più grande organizzazione di volontariato del sangue e garantisce il 70% del fabbisogno nazionale, con un milione e 300 mila soci donatori, perchè non farsi subito parte attiva nel dibattito per fare chiarezza?

«È stato un atto di prudenza e di coerenza. Ogni giorno si sentiva dire tutto e il contrario di tutto. Era un virus che non conoscevamo, era necessario studiarlo e valutarne l'impatto prima di trarre conclusioni. La fase iniziale è stata di completo disorientamento, anche i donatori avevano paura. Fortunatamente le scorte ci hanno garantito di non andare in sofferenza».

Dunque, se l'utilizzo del plasma iperimmune è sicuro ed efficace, da cosa nasceva la polemica con l'Ospedale Carlo Poma di Mantova?

«Più che una polemica è stato un chiarimento, oggi del tutto superato. Era più che altro una distinzione da regolamentare. La nostra preoccupazione primaria era di mantenere distinti i malati covid convalescenti che diventavano donatori iperimmuni in conseguenza alla malattia e i donatori associati che donano periodicamente e danno le maggiori garanzie di qualità. Va detto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la cura con plasma iperimmune realizzata dal dottor Giuseppe De Donno si avvaleva delle stesse metodiche di arruolamento e protocolli dei nostri donatori, quindi il rischio era assolutamente zero».

Dunque, la cura con il plasma iperimmune sarà la risposta terapeutica per i malati covid nel futuro prossimo?

«Sì, almeno finché il plasma non sarà sintetizzato con un processo industriale, si realizzi il vaccino o si ottenga una strategia farmacologica ad hoc. Ad oggi, in caso di recrudescenza della malattia, sarà importante avere già a disposizione sufficienti scorte di plasma iperimmune per il trattamento dei pazienti. Ovviamente si tratta di una risposta di emergenza e la ricerca continua. Attualmente stiamo collaborando con una industria italiana produttrice di immunoglobuline per estrarre gli anticorpi covid e valutare se una volta neutralizzanti possano agire come farmaco. A Bergamo, invece, abbiamo iniziato una sperimentazione con una macchina usata in nefrologia per isolare ed eliminare gli autoanticorpi sviluppati dai pazienti autoimmuni: utilizzando lo stesso principio si è filtrato il plasma del donatore iperimmune prelevando gli anticorpi e iniettandoli nel malato covid per ottenere una risposta terapeutica. Con Regione Lombardia, tra un mese, inizieremo una campagna di dosaggio degli anticorpi covid su tutti i nostri donatori».

Che differenze esistono tra il prelievo di sangue e quello del plasma?

"Nel primo si raccolgono a caduta in una sacca, i 450 cc di sangue previsti dalla legge (circa al 10% del totale corporeo). Il tutto dura circa 15 minuti. Invece, nel prelievo del plasma il donatore è attaccato a una macchina per 45 minuti, il sangue prelevato viene centrifugato per estrarne il siero (la parte liquida e le proteine) poi restituito al donatore nella parte cellulare: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Dopo la seduta è sufficiente bere per compensare i liquidi persi. Poi, il plasma estratto viene congelato a -80° per mantenere le caratteristiche e inviato in centri territoriali di raccolta».

Quale iter deve seguire una persona guarita di covid che voglia diventare donatore?

«Il prelievo può essere fatto solo negli ospedali che già applicano la terapia del plasma. Prima si fa l'esame del sangue per valutare la presenza degli anticorpi neutralizzanti e a quel punto si è chiamati per il prelievo. Deve essere chiaro che non è automatico aver avuto il covid per essere adatti a donare e non c'è nessuna deroga solo per il fatto di essere pazienti iperimmuni. I test sono stringenti e hanno le stesse regole di quelli dei donatori riconosciuti. Questo a tutela sia del donatore che del ricevente».

Oggi qual è la situazione nazionale?

«Seppur a machia di leopardo, ormai tutta l'Italia è operativa nella raccolta plasma. Avis collaborerà per la raccolta del plasma su tutto il territorio nazionale mettendo a disposizione i donatori che hanno avuto il coronavirus. Come noto Mantova, Pavia, Pisa hanno già avuto ottimi risultati, a Roma sta cominciando la raccolta del plasma, così anche in Calabria e Marche, a Bari, Foggia, Novara e Padova, mentre l'Emilia Romagna sta facendo il protocollo per la raccolta. Il nodo ancora da sciogliere è la scelta del test sugli anticorpi e il grado di affidabilità del risultato. Intanto il Ministero della Salute ha comunicato una campagna di test sierologici nazionali realizzati con Croce Rossa Italiana che è sicuramente l'organizzazione più indicata, occupandosi già di assistenza domiciliare».

Quali sono le criticità che hanno creato rallentamenti?

«l limite maggiore è ed è stato organizzativo. Ognuno ha cercato di fare da sé, mentre sarebbe stato meglio avere un'unica regia nazionale con linee guida condivise. Invece, l'Istituto Superiore della Sanità non si è ancora pronunciato e, anche se il Centro Nazionale Sangue ha confermato i parimenti, per il momento non c'è una indicazione univoca sulla raccolta, su come farla, i quantitativi, dove posizionarli, con quali protocolli. Auspico che si arrivi a breve ad un protocollo comune e compatibile con le diverse realtà territoriali e gestionali».

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