Commisso ha fatto bene a vendere Vlahovic

Il dibattito si è acceso non appena è stato chiaro che il muro tra Dusan Vlahovic e la Juventus era crollato, portando alla realizzazione del colpo di mercato invernale più costoso della storia del calcio italiano. Ha fatto bene la Fiorentina e il suo patron, Rocco Commisso, a monetizzare incassando i 68 milioni di euro più bonus (75 in tutto) lasciando partire il suo talento, oppure avrebbe dovuto tenere duro come in estate e andare avanti così, pur con la certezza di vederne crollare la quotazione e il rischio di perderlo a zero nel giugno 2023?

Dibattito che in realtà non dovrebbe nemmeno avere cittadinanza in un calcio alle prese con i bilanci scassati dalla storia cattiva gestione e dallo tsunami della pandemia, con i club a caccia di denaro a tutti i costi e le proprietà costrette a ripianare passivi da centinaia di milioni facendo ricorso alle proprie tasche o a forme di debito. Invece la questione è stata sollevata e non solo tra i tifosi della Fiorentina, amareggiati per la partenza dell'ultimo idolo dopo quelle che l'hanno preceduta.

Il punto di vista della società viola lo aveva espresso per tempo il suo uomo mercato, Daniele Pradè: "Non possiamo permetterci di perdere a zero Vlahovic essendo un club che fattura intorno ai 75 milioni di euro". Cioè la stessa cifra che sarà incassata nell'operazione e che consentirà di tornare ad investire sul mercato, non chiedere altri sforzi alla proprietà e uscire in piedi da una situazione che si era fatta complicatissima. Il rinnovo del contratto non era un'opzione praticabile da tempo: rottura netta e ufficializzata in autunno, rapporti sempre più tesi con l'entourage del calciatore e il sospetto che l'obiettivo fosse portarlo via a parametro zero senza nemmeno prendere in considerazione scenari alternativi.

E' sorprendente che a muovere la critica a Commisso siano gli stessi che accusano il calcio italiano di battere cassa con il Governo per i ristori mancati dal Covid e di continuare con esempi di mala gestione. Quelli che denunciano il malcostume dei procuratori che tengono in pugno le società, lo squilibrio di forze nei rapporti tra chi investe e chi incassa e che un anno fa sottolineavano con una punta di veleno le 'colpe' del Milan beffato da Donnarumma e Calhanoglu. E che fanno i conti in tasca alla Juventus e alla sua scelta di investire denaro, tanto, pur in un momento di crisi certificata da bilanci in rosso e ricapitalizzazione.

Insomma, c'è un mondo trasversale per cui Commisso avrebbe dovuto comportarsi da mecenate sciocco, andare contro il muro col sorriso (salvo poi incorrere in future critiche) e immaginare di poter ripagare il mancato incasso della cessione oggi con la soddisfazione della qualificazione all'Europa League o della neonata Conference; tornei bellissimi ma dall'impatto sui ricavi nemmeno paragonabile ai 70 e passa milioni di oggi. La realtà è differente. Commisso aveva già dato il segnale in estate, trattenendo Vlahovic e sottoponendogli un contratto record per la Viola. Un atto d'amore e l'assunzione di un rischio. Sei mesi dopo il contesto è cambiato e i 70 milioni rifiutati a luglio (per i quali Rocco era stato criticato) si sono riproposti. Non esisteva scelta diversa che vendere, tutto il resto sarebbe stato un colpo di testa.

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