Colloquio di lavoro: a cosa serve un giusto payoff

In questo blog abbiamo già parlato di come la prima impressione che diamo di noi sia qualcosa di fondamentale per le chance che avremo di trovare un lavoro. In psicologia si chiama effetto primacy: chi abbiamo di fronte resterà tendenzialmente più colpito dai primi elementi che gli comunichiamo, e su di essi costruirà la sua idea di noi. Come si applica tutto questo al lavoro? Mediante un principio, quello del cercare e del farsi trovare, e sviluppando un’attenzione importante nei confronti del messaggio che vogliamo trasmettere.

Per comporre un messaggio che si rispetti non servono manovre complicatissime o chissà quali artifici. Basta “semplicemente” identificare una serie di keywords, parole-chiave che identificano il “prodotto me stesso”. Immaginiamo (basta poco, ovviamente) di essere di fronte alla tastiera del nostro computer, con il weekend che si avvicina e la disperata necessità di trovare un buon agriturismo in cui soggiornare. Cosa faremmo? Selezionare un motore di ricerca; digitare una, due, massimo tre parole che, accostate, restituiscano alla macchina indizi sufficienti per cercare sul web ciò che ci occorre. Ecco: le due o tre parole sono le parole-chiave che qui ci servono.

Come si fa a trovare le proprie? Basta osservare alcune veloci regole di fondo che si richiamano ad un altro concetto, stavolta “ereditato” dalla pubblicità. Ogni prodotto che si rispetti ha ovviamente un nome che lo distingue dagli altri. Tuttavia, anche col nome più bello del mondo il vostro prodotto non andrà poi molto lontano se non è accompagnato da qualcos’altro che è, forse, anche più importante. Sto parlando del payoff. Di cosa si tratta? Slogan. Ogni pubblicità che lascia il segno ha uno slogan che non tradisce. Volete alcuni esempi? “Ti piace vincere facile?” oppure “Once you pop, you can’t stop”…

Per vendere (lavorativamente) cara la nostra pelle dobbiamo trovare il nostro payoff, che per la cronaca dovrebbe risultare a chi legge:
- breve (pochi secondi devono bastare per farsi una prima, buona idea di noi; alcune ricerche affermano che il top sono 12 parole, con un margine di tolleranza che arriva a 20 prima di sfociare nella noia);
- coerente (rifuggiamo come la peste la tentazione di proporre non un payoff ma un minestrone delle tante cose diverse che sappiamo fare, dobbiamo convincere non meravigliare!);
- sincero (mai millantare! Un buon payoff è un payoff che esalta l’unicità della persona, non una sua versione di comodo);
- semplice (non banalizzare, non equivocare, farsi capire: è la triade della semplicità, appuntiamocela e mettiamola in pratica);
- appealing (cioè attrattivo: l’obiettivo è incuriosire, divertire, affascinare persino – magari anche rischiando qualcosa ed inventando una formula interessante che “buchi lo schermo”).

Piccola nota di colore: esattamente come già visto per le candidature (ed al contrario di ogni diamante, mi spiace tantissimo per De Beers), un payoff non è per sempre: nel tempo avremo la possibilità ed opportunità di migliorarlo, facendolo evolvere in sintonia con la nostra crescita personale e professionale.


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