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China Photos/Getty Images
Economia

Cina: perché la crescita dell'economia è fragile

Da qualche tempo gli occhi degli analisti sono tutti puntati sulla Cina. Come ricorda il South China Morning Post, nonostante il tasso di crescita del Pil sia negli ultimi anni rallentato, pur rimanendo su valori molto alti (le stime più recenti confermano un ottimo +6,9 per cento), è possibile che questo incremento poggi su fondamenta un po' troppo fragili.

Quando i dati non sono affidabili

Dopo anni di crisi, ogni segnale di crescita dovrebbe essere il benvenuto. Eppure, in alcuni casi non è così. L'esperienza degli anni Duemila ha insegnato che occorre esaminare quali sono i motori che fanno muovere l'economia, per evitare che la crescita stessa sia drogata e che non si stia assistendo a un fenomeno malsano piuttosto che a un naturale dispiegarsi delle forze del mercato.

Le conseguenze di uno stimolo fiscale eccessivo

Il timore è che ci si trovi di fronte a una bolla creditizia, destinata a fare presto danni se non si correrà ai ripari in maniera decisa e oculata allo stesso tempo. Tutto è cominciato nel 2009, quando le autorità di Pechino decisero di sostenere l'economia con un massiccio stimolo fiscale, che venne canalizzato attraverso il sistema creditizio.

Ne conseguì abbastanza rapidamente un balzo negli investimenti infrastrutturali, con ricadute positive nel manifatturiero legato alle costruzioni, avvantaggiando i produttori di cemento, acciaio e macchinari. Le ricadute, forse, furono fin troppo positive, portando a un eccesso di capacità produttiva prima e alla crescita incontrollata dei prestiti bancari alle imprese poi.

I pericoli di una bolla fuori controllo

Oggi l'esposizione creditizia delle imprese in Cina è la più alta al mondo, avendo toccato quota 171% del Pil. Viste le dimensioni del Prodotto interno lordo cinese, si parla di cifre enormi, pari a miliardi e miliardi di Euro, la maggior parte delle quali si è generata tra il 2009 e il 2014. Il problema, oggi, non è tanto l'esistenza di questa bolla, ma la difficoltà di individuare su quali settori dell'economia traslarla per impedire che possa avere effetti catastrofici.

La crisi finanziaria del 2015

Un primo passaggio è stato fatto attraverso la borsa, con la conseguente esplosione del mercato obbligazionarioche si è accollato parte del debito, ma sembra che il tetto di crescita sia ormai stato raggiunto: solo nel 2016, sono state immesse sul mercato obbligazioni per un valore pari a cinquemila miliardi di dollari americani, ma ormai la domanda sembra satura. L'unica soluzione sarebbe quella di spostare parte del debito sulle famiglie cinesi, che sono poco indebitate rispetto agli standard internazionali. Resta da vedere se Pechino troverà il coraggio di percorrere questa strada.

Cosa cambia se i cinesi spendono di più

Una Cina consumista potrebbe diventare un problema? Dipende dai punti di vista, e dall'arco temporale cui si fa riferimeno. Nel breve periodo ci guadagnerebbero un po' tutti. I mercati internazionali perché se la Repubblica popolare si avvicinasse agli standard di consumi internazionali (al momento il rapporto tra debito familiare e reddito disponibile è del 56 per cento, perché i cinesi risparmiano tanto. In America lo stesso rapporto è del 123 per cento. In Australia tocca il 168) il paese andrebbe ad alimentare una nuova capacità di spesa che potrebbe toccare i 4 trilioni di dollari. Una cifra superiore al Pil dell'intera Germania (3.5 trilioni di dollari).

Sul piano interno, la Cina riuscirebbe a gestire questa transizione trasferendo una parte del debito da un settore all'altro, traendone benefici a livello di stabilità economica. L'importante è non esagerare, evitando di far crescere troppo il debito delle famiglie, per non ritrovarsi a dover gestire una bolla simile a quella che, nel 2015, ha fatto crollare le borse.

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