Caso Shalabayeva, l'Italia è in pericolo

Il caso italo-kazako Ablyazov-Shalabayeva si può sintetizzare in due parole: rigidità burocratica e superficialità. E queste parole valgono, purtroppo, sia per il Viminale sia per il Ministero dell’Interno che per la presidenza del Consiglio. E per i beneamati servizi segreti.  

La politica tout court, invece, c’entra poco: il premier è del Pd e il suo ministro dell’Interno è del Pdl. Quindi, teniamo fuori i giudizi politici: il governo non c’entra, nel senso che i danni derivanti da una sua caduta sarebbero superiori agli effetti amministrativi del caso kazako. Il problema è semmai di regole, procedure e burocrazia: se oggi sulle spalle del ministro c’è una responsabilità è fare in modo che la macchina della sicurezza torni sui binari dell’efficienza, della modernità e del rispetto delle regole. Ma veniamo al caso e al grosso pericolo che corre l’Italia.

Lo strano iter burocratico
Di fronte alla segnalazione di un soggetto straniero in Italia ritenuto “pericoloso”, che non proviene dall’Interpol ma dall’ambasciatore del Kazakhstan a Roma - il quale peraltro non fa una denuncia, ma chiede di parlare direttamente con il ministro dell’Interno e poi si risolve ad accettare di incontrare il suo capo di gabinetto - chiunque avrebbe dovuto capire che quella richiesta aveva carattere “eccezionale” e come tale andava trattata.

Invece, la pratica prende un avvio burocratico “accelerato”: si accerta nella banca dati del Viminale che Mukhtar Ablyazov è un ricercato, d’accordo, ma il soggetto non è né Osama Bin Laden né viene segnalato come un terrorista. Secondo le autorità kazake, infatti, è solo un truffatore (solo la stampa più avanti accerterà che è un oppositore politico). La pressione politica esercitata dall’ambasciata kazaka, comprensibile dal loro punto di vista, non spinge nessuno dei nostri funzionari a dare uno sguardo più approfondito.

Il ministero dell’Interno
Infatti, oltre alla banca dati del Viminale, esistono l’Interpol, i media internazionali, la stampa italiana e c’è persino Google ad aiutare i tutori dell’ordine in questa “immane” impresa agiografica: chiunque, digitando il nome del ricercato su internet, avrebbe compreso che si trattava di un caso esclusivamente politico.

Ma ammettiamo pure che - come dichiarato in Parlamento dallo stesso ministro dell’Interno, Angelino Alfano - la polizia abbia montato un’operazione monstre senza che lui ne sapesse alcunché, con l’ausilio di cinquanta uomini tra squadra mobile e Digos, per catturare un pericolosissimo latitante.

Ne deduciamo che, se tutto fosse andato bene, Angelino Alfano - il quale a detta di funzionari del Viminale, “frequenta molto poco” il suo ufficio al secondo piano del palazzo degli interni - avrebbe appreso di un innegabile successo investigativo della “sua” polizia, solo leggendo i giornali il giorno dopo. Ve lo immaginate il ministro Pisanu che apprende dell’arresto di Provenzano dalla prima pagina del Corriere della Sera?

Rigidità burocratica
La cosa si fa ancora più grave quando, invece di dar luogo alle normali pratiche di espulsione di Alma Shalabayeva e della piccola Alua, moglie e figlia del latitante Ablyazov (il quale aveva fatto perdere le proprie tracce prima del blitz), le due sventurate - su pressione dell’ambasciata kazaka, che paventa possibili assalti da parte di forze oscure sia contro il Cie di Ponte Galeria che all’aeroporto di Mosca durante lo scalo del volo di linea - vengono consegnate ai kazaki e imbarcate su un aereo privato che decolla serenamente da Ciampino.

Si tenga presente che le regole d’ingaggio prevedono che un soggetto espulso dall’Italia vada consegnato alle autorità del suo Paese da nostri agenti, che lo devono accompagnare fin dentro i confini di quello Stato. Chi garantisce altrimenti che un aereo che parte da Ciampino raggiunga la destinazione prefissata e non un altro Paese ancora?

I servizi segreti
Il direttore dall’Aise si è affrettato a spiegare, non senza una punta di orgoglio, che la “sua” agenzia non sapeva assolutamente nulla del kazako. Legittimo orgoglio di un burocrate che scansa una grana gigantesca, certo. Ma che dire dell’efficienza e del valore di un reparto tanto importante per la nostra sicurezza?

È possibile che gli israeliani - un’agenzia privata, non il Mossad - cercassero Ablyazov in territorio italiano con l’aiuto d’investigatori privati nella capitale d’Italia, sotto il naso dei servizi segreti italiani? E che questi non solo non sapessero neanche chi era costui ma ne vadano persino fieri? Sembra che, in Italia, dalla regola del “need to know” ovvero la “necessità di sapere” tanto cara all’estero, si sia ormai passati a quella dell’opportunità di non sapere.

L’iter corretto
Sapete cosa sarebbe successo in un Paese normale? O in altri tempi, quando l’Italia era ancora un Paese normale? Nel momento in cui i servizi kazaki avessero localizzato il loro uomo a Roma, un loro rappresentante sarebbe volato a Via Lanza (sede del SISDE) e avrebbe esposto il caso ai responsabili operativi del servizio. Sulla vicenda sarebbe stato fatto un appunto direttamente per il ministro dell’Interno e per il presidente del Consiglio, e solo dopo sarebbe stata prodotta un’informativa destinata alle forze di polizia, per pianificare un’eventuale azione che sarebbe stata preceduta da caute, meticolose e approfondite verifiche sul campo. Che poi è quello che hanno fatto gli israeliani e gli investigatori privati italiani i quali, accertata la presenza di Ablyazov, ne hanno dato notizia all’ambasciata kazaka (che li sovvenzionava) la quale, a sua volta, ha avvertito la polizia. Ma vi pare un Paese normale questo? E, soprattutto, vi pare un Paese in cui possiamo sentirci al sicuro?

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