Bottega Veneta: storia, persone, sostenibilità

Sostenibilità: ormai è un refrain da salotto o da comizio. Se però a parlarne è uno come Marco Bizzarri, megaboss di Bottega Veneta, allora le cose cambiano. A metà fra una cintura nera e un campione di farfalla, Bizzarri è un atletico cinquantenne che nonostante anni spesi tra Parigi, Londra e Hong Kong non ha perso un piacevole accento dialettale. A orecchio emiliano, terra dove si sogna parecchio ma con i piedi ben piantati per terra.

Parliamo di sostenibilità, allora. L’anno scorso è stato un altro record: ricavi a 945,1 milioni di euro, più 38,5 per cento rispetto al 2011. Numeri difficili da sostenere, soprattutto se li si confronta con il risultato operativo dell’intero anno fiscale, 300 milioni di euro, oltre il 47 per cento rispetto ai 204,6 milioni del 2011. E la domanda qual è?

Implicita: le sembrano risultati «sostenibili »?
Molto. A patto di considerare ambiente e persone le vere chiavi di successo.

Cominciamo dalle persone.
Abbiamo condotto una ricerca. Il 92 per cento dei nostri dipendenti considera Bottega «a great place to work». Nel 2012 abbiamo fatto 664 nuove assunzioni, tra dicembre dello scorso anno e marzo di questo ulteriori 204

La crescita è il vostro mantra?
Il nostro mantra è che il benessere personale coincide con i risultati aziendali. Che ritornano sulle persone.

In forma di bonus?
Non solo. Una mensilità aggiuntiva, assicurazione medica integrativa, welfare aziendale, navette sostitutive delle auto per gli spostamenti e 1.000 euro come indennità di trasferimento nella nuova sede per tutti i dipendenti, orari flessibili per le diverse necessità familiari e l’istituzione di comitati paritetici per creare assieme ai dipendenti l’azienda. Ah dimenticavo: il take away per la cena.

Più che una bottega un ente morale…
No, guardi, noi non facciamo beneficenza, facciamo business. Anche se, con questi risultati, tutto diventa più semplice. Come dicevo, però, i risultati sono un effetto della nostra strategia, garantire le migliori condizioni di lavoro. Per questo dal 2009 abbiamo ottenuto la certificazione di responsabilità sociale Sa8000, lo standard internazionale più ambito in materia.

Quindi lei, a differenza di molti vostri concorrenti, non delocalizzerebbe mai?
Come manager non nego che la delocalizzazione sia un’opzione. Aggiungo solo che non è sempre la più semplice, né la migliore. In Cina per esempio esistono capacità artigianalidi alto livello, ma se dovessimo andare a spiegare il nostro prodotto passerebbero 15 anni per ottenere i primi risultati. D’altra parte la nostra cultura aziendale viene dal Rinascimento, dalle botteghe appunto, dove l’artista faceva artigianato perché l’arte era artigianato, era quello che oggi si chiama «soft power». In Italia quell’identità si sta perdendo perché il legame con il territorio sta svanendo. Peccato che non si possa inventare un altro modo di essere italiano, quindi se si vuole stare qui si deve riscoprire quello antico: la passione, il territorio, la storia comune. Il contrario della globalizzazione, insomma: ricreare il distretto degli anni 80 dove un flusso di informazioni porta innovazione.

Per questo avete creato la scuola di pelletteria?
Anche. I nostri artigiani rappresentano il legame tra i nostri prodotti e l’eredità storica del Veneto. Un valore che un lungo apprendistato e le sempre minori opportunità professionali mettono a rischio. La nostra scuola, inaugurata nel 2006 in collaborazione con la Scuola arti e mestieri di Vicenza, è nata con tre obiettivi strategici per il futuro dell’azienda e connessi a tematiche sociali. Garantire l’eccellenza tecnica attraverso la codifica delle conoscenze e delle tradizioni. Diffondere la cultura artigianale cuore dell’identità di Bottega Veneta. Sviluppare nei giovani il talento, la cultura, le competenze, l’etica dell’impegno e la passione per l’artigianalità. Concetti presenti anche nel progetto di cooperative montane, dove il design entra nella pelletteria.

Fate anche concorrenza alle regioni?
Al contrario. Con la Regione Veneto, la Provincia di Vicenza e la Comunità montana abbiamo lanciato la Cooperativa montana femminile, un progetto a beneficio della Comunità montana Alto Astico e Posina, area ad alto tasso di disoccupazione femminile nel cuore del Veneto. Si tratta di un laboratorio artigianale per la lavorazione della pelle nel centro del paese di Arsiero, dove a oggi lavorano 32 donne. Ognuna ha precedenti esperienze nel lavoro della pelle e tessuti e hanno tutte ricevuto una formazione aggiuntiva da parte dei maestri artigiani di Bottega Veneta Visto il successo della prima cooperativa ne è stata costituita una seconda a Pedemonte, che oggi impiega 24 persone.

E per l’ambiente cosa state facendo?
In agosto trasferiremo la nostra sede veneta dalla zona industriale di Vicenza a Villa Schroeder-Da Porto, un’area di 55 mila metri quadrati protetta dai Beni ambientali in un ambito storico immerso nella natura a Montebello Vicentino. Un progetto decisivo per noi, che per i livelli di attenzione verso le persone e l’ambiente ci permetterà di fare domanda per la Leed certification a livello Platinum. Ne siamo molto fieri.

Si riferisce alla Leadership in energy and environmental design?
Non si è mai sentito che un brand del lusso italiano fosse interessato a questo obiettivo. Proprio quello. È il sistema di certificazione di edifici e di processi industriali che rispettano i principi di sostenibilità e cura dell’ambiente sviluppato dal Green building council, un’organizzazione non-profit americana molto rigida. Bottega Veneta sarebbe la prima azienda italiana del settore a ottenerlo, in linea con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale e delle emissioni nell’atmosfera decise dal nostro gruppo (Kering, ndr).

Non solo take away, dunque.
Molto di più. Interventi profondi, dal recupero degli alberi autoctoni ai principi di contenimento idrico, acustico ed energetico, come i 1.200 metri quadrati di pannelli fotovoltaici installati sul tetto della villa. Ma anche un sistema che permette il riciclo dell’acqua piovana e l’implementazione del sistema di aria condizionata che riduce le emissioni di anidride carbonica perché basato sullo scambio di calore con il sottosuolo. Tutti gesti concreti per sottolineare ancora il rapporto tra Bottega Veneta e il suo territorio.

Anche per le vendite puntate sul territorio?
No (sorride). Però il ragionamento non è troppo diverso. Io voglio tenere i mercati globalizzati ma radicandoci nelle aree europee. Quando sono arrivato, a fine 2008, il Giappone rappresentava il 50 per cento del fatturato, oggi siamo al 16 per cento. Nel mondo del lusso le zone turistiche sono influenzate dal flusso dei tassi di scambio. L’Europa in questo momento soffre perché non immette liquidità. Per Bottega Veneta però l’Europa resta centrale, anche per il turismo, e l’Italia ancora di più. Perché per vendere nel mondo devi essere forte da dove nasci, da dove vieni. Per questo a settembre inaugureremo a Milano una nuova sede, in via Sant’Andrea. Sarà la boutique Bottega Veneta più grande del mondo. Perché se un turista compra bene a casa nostra comprerà bene anche a casa sua.

A proposito di casa: dove va il lusso? Con la crisi dovremo convivere a lungo. Però le aziende che hanno nel dna la sostenibilità saranno facilitate, soprattutto quelle del lusso. Il logo sarà sempre meno importante, perché il prodotto deve parlare da sé, senza certificazione esterna. Il consumatore non ci cade più. Come dice Tomas Maier, il guru di Bottega Veneta che renderebbe la vita facile a qualunque manager, nel lusso la coerenza e la fedeltà pagano sempre. Bisogna evolvere quindi, ma restando fedeli a se stessi. Il futuro del lusso va verso il passato, torna a ciò che esso è davvero.

E cosa è davvero il lusso?
Prima di tutto il contrario dell’effimero.

E Bottega Veneta dove vuole andare? Verso un mondo migliore. E 2 miliardi di fatturato.

Obiettivi ambiziosi...
 Negli ultimi tre anni abbiamo fatto più 134 per cento. Significa che c’è ancora spazio senza compromettere i nostri valori .

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