I Beach Boys regalano a Roma un’estate infinita - Recensione e scaletta

Gabriele Antonucci
Bruce Johnston e Mike Love live all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
I Beach Boys live all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
Mike Love live all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
Mike Love live all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
Bruce Johnston festeggiato all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
Bruce Johnston e Mike Love firmano autografi all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
I Beach Boys live all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Gabriele Antonucci
I Beach Boys applauditi all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Quella dei Beach Boys è una delle storie più affascinanti, ricche di colpi di scena ed emblematiche del sogno americano. Un’epopea nella quale si alternano trionfi, screzi, rovinose cadute personali e insperate resurrezioni umane e artistiche.

Negli anni Sessanta la band di Hawthorne ha ingaggiato negli Stati Uniti un appassionante derby di vendite con i Beatles, in una delle più fertili e salutari competizioni che la storia del rock ricordi, con reciproci apprezzamenti da parte dei due rivali.

Ieri sera la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium - Parco della Musica di Roma si è trasformata per due ore  in uno spicchio di California, la terra promessa del sogno americano dove l’estate non conosce pause. Magia della musica e quella dei Beach Boys, il cui repertorio farebbe la fortuna di almeno dieci band, sembra davvero non conoscere la polvere del tempo.

Le loro canzoni, caratterizzate da un’esuberanza quasi adolescenziale e impreziosite da straordinari impasti vocali, hanno diffuso in tutto il mondo il mito dell’estate californiana, tra surf, amori balneari e falò sulla spiaggia. A un ascolto più attento, però, la spensieratezza lasciava spazio a momenti di malinconia e di riflessione, come se nell’aria si respirasse la fine ormai prossima dell’estate.

Chi si aspettava, a cinquantacinque anni dal loro debutto, una patetica esibizione a Roma, con dei vecchini più adatti a un circolo bocciofilo che a un concerto rock, si è dovuto ricredere.

Mike Love e Bruce Johnston,entrambi ben sopra i sett'anni, non sono più i “ragazzi della spiaggia” di una volta, l’assenza di Brian Wilson, geniale mente della band impegnato nel suo tour solista dedicato a Pet Sounds, si fa sentire, le premature morti di Carl e Dennis Wilson fanno ancora male, ma sul palco, grazie anche ai nuovi innesti del gruppo con eccellenti musicisti-coristi, i Beach Boys hanno ancora un’energia e una capacità di armonizzare le voci che tanti gruppi di ventenni possono solo sognare.

Si inizia poco dopo le venti con Surfin’ Safari, uno dei loro primi successi del 1961. Curioso che allora il solo Dennis Wilson (morto in un incidente di barca nel 1983), il batterista del gruppo, aveva sfidato l’oceano con una tavola e fu proprio lui a ispirare l’idea di scrivere brani sul mondo del surf. Una scelta che si è è rivelata  particolarmente felice, in un periodo in cui la musica si intrecciava indissolubilmente al mito del surf, non semplicemente uno sport ma un vero e proprio stile di vita, improntato sull’audacia e sulla libertà individuale.

La prima mezz'ora di concerto scorre su ritmi blandi, con un repertorio che non tutti conoscono, pur se di grande qualità, intervellato da alcune hit come Surfin' U.S.A., Dance dance dance e Little Deuce Coupe.

Uno dei momenti più suggestivi è l'intensa interpretazione in stile vocalese della splendida Surfer Girl, con le luci basse in sala e i flash dei cellulari a simulare l'effetto-lucciole del terzo millennio. "Ora vogliamo fare una canzone d'amore particolare -afferma il frontman Mike Love, con la consueta camicia colorata e un kg d'oro di anelli- perché dedicata a una macchina: solo i Beach Boys potevano fare una canzone su un'auto che, anche quando invecchia, la ami sempre". Ballad of Ole' Betsy è una vera chicca, mentre Don't worry baby regala i primi brividi della serata, con le sue dolci armonizzazioni vocali.

Little Deuce Coupe e 409 scaldano l'atmosfera, ma è la trascinante I get around a far cambiare completamente marcia al concerto, dando il la alla festa, con il pubblico della platea (tra cui noi) che si riversa in massa sotto il palco, a pochi metri dai loro beniamini.

I Beach Boys inanellano uno dopo l’altra gli inni California Deamin' e California girls fino a quando arriva il turno del capolavoro Pet Sounds del 1966, da loro stessi descritto come "l'album che amiamo di più". 

Sloop John B e Wouldn’t be nice provocano un misto di entusiamo e commozione difficile da descrivere, in cui le lacrime sfiorano i sorrisi di chi ancora non crede di ascoltare dal vivo, a pochi metri da Mike Love e Bruce Johnston, canzoni ascoltate migliaia di volta nella propria cameretta.

Un altro momento indimenticabile dello show è quando le quattro voci soliste si riuniscono intorno al microfono per intonare a cappella, in un religioso silenzio da parte della Sala Santa Cecilia, l'emozionante Their hearts were full of sping dei Four Freshmen, numi tutelari dei Beach Boys e,in particolare, di Brian Wilson, innamorato dei loro straordinari impasti vocali.

Ormai i fazzoletti si sprecano, soprattutto negli omaggi a Carl Wilson nella monumentale God only knows e a George Harrison in Pisces brothers, scritta e cantata da Mike Love, grande amico del compianto chitarrista e autore dei Fab Four, con cui aveva condiviso l'esperienza della vacanza mistica in India nel 1968 alla corte del discusso santone Maharishi Mahesh Yogi.

Il finale è un crescendo rossiniano con le irresistibili Do You Wanna Dance?, Rock and Roll Music, Help Me, Rhonda, KokomoGood Vibrations, che allentano gli ultimi freni inibitori del pubblico.

Il bis è un tris d'assi formato da Wild Honey, a cui è dedicato il tour in occasione dei 50 anni dall'uscita, Barbara Ann e Fun, Fun, Fun, che chiude festosamente due ore di ottima musica, ben suonata e cantata ottimamente dalla band formata da Jeffrey Foskett (chitarra / voce), Brian Eichenburger (basso / voce), Tim Bonhomme (tastiere / voce), John Cowsill dei Cowsills (percussioni / voce) e Scott Totten (chitarra / voce).

I Beach Boys hanno dimostrato, a 55 anni dal loro debutto, di essere ancora i più grandi interpreti di una stagione lontana e irripetibile. Ogni volta che si ascolta una loro canzone degli anni Sessanta, magari anche durante un'uggiosa giornata invernale, la mente vola inevitabilmente all’estate californiana, tra surf, amori balneari e falò sulla spiaggia.

Il pubblico, tra cui spiccavano molti giovani e giovanissimi, ha applaudito a lungo la loro esibizione, quasi incredulo di aver assistito non solo a un concerto indimenticabile, ma anche  a una grande lezione di vita da questi scatenati settantenni: se ami quello che fai non invecchi, diventi solo più adulto.

La scaletta del concerto dei Beach Boys a Roma

Surfin' Safari

Catch a Wave

Little Honda

Do It Again

Surfin' U.S.A.

Surfer Girl

Getcha Back

Good to My Baby

Darlin'

Kiss Me, Baby

You're So Good to Me

Dance, Dance, Dance

I Can Hear Music

(The Ronettes cover)

When I Grow Up (to Be a Man)

Why Do Fools Fall in Love

(Frankie Lymon & The Teenagers cover)

Ballad of Ole' Betsy

Don't Worry Baby

Little Deuce Coupe

409

Shut Down

I Get Around

California Dreamin'

(The Mamas & the Papas cover)

California Girls

Then I Kissed Her

Sloop John B

([traditional] cover)

Wouldn't It Be Nice

Their Hearts Were Full of Spring

(The Four Freshmen cover)

The Warmth of the Sun

God Only Knows

Pisces Brothers

(Mike Love song)

Summer in Paradise

Cotton Fields

(Lead Belly cover)

Do You Wanna Dance?

(Bobby Freeman cover)

Rock and Roll Music

(Chuck Berry cover)

Help Me, Rhonda

Kokomo

Good Vibrations

Bis

Wild Honey

Barbara Ann

(The Regents cover)

Fun, Fun, Fun

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