Mario Draghi, presidente Bce
Economia

Banche in Europa: il test della Bce e l'obiettivo fiducia

Due settimane per presentare i propri piani di ricapitalizzazione. È questa la tempistica dettata oggi dalla Banca Centrale Europea (BCE). Una volta che il "Comprehensive assessment", la maxi verifica sullo stato degli istituti di credito della zona euro, sarà ultimata, le banche in difficoltà non potranno procrastinare alcuna decisione. Prendere o lasciare. E per chi non troverà capitali sul mercato, le opzioni sono due: o un intervento statale o un salvataggio interno a danno degli obbligazionisti.

QUI LE LINEE GUIDA DELLA BCE

La BCE ha detto più volte che non ci saranno sconti. Come ha spiegato il vicepresidente della banca centrale Vítor Constâncio "le banche sono consapevoli delle nostre aspettative e sono state informate con anticipo affinché possano prepararsi per gli esiti della valutazione approfondita". Traduzione: non devono esserci sorprese. Le banche che hanno posizioni precarie, per le quali sarebbe raccomandabile una ricapitalizzazione, è meglio che si affrettino a pensare a come raccogliere capitali freschi sul mercato fin da ora, perché poi le tempistiche saranno stringenti. Il clima, del resto, è positivo. Da inizio anno a oggi le banche europee hanno raccolto circa 35 miliardi di euro di nuovi capitali, grazie ai flussi di capitale giunti da Stati Uniti, Medio Oriente e Asia.

Entro il 4 di novembre, tutto sarà finito e si capirà in che stato versano le banche della zona euro. Chi avrà bisogno di nuove risorse e che invece è sano. È questa la data più importante dettata dalla BCE. Il 4 novembre è il termine ultimo entro il quale il braccio operativo della vigilanza unica bancaria Ue, ovvero il Joint Supervisory Team del Single Supervisory Mechanism (SSM), dovrà discutere dei piani di aumento di capitale. Questi dovranno tenere conto sia della congiuntura attesa contenuta negli scenari degli stress test sia delle eventuali revisioni delle stime macroeconomiche che potranno arrivare nei prossimi mesi. In sostanza, i programmi degli istituti di credito dovranno essere più conservativi e lungimiranti che in passato.

L'obiettivo è ripristinare la fiducia degli investitori internazionali nell’eurozona. Come ha spiegato il numero uno del SSM, Danièle Nouy, "la BCE ha interagito in modo molto trasparente con le banche e intende fornire ai mercati e agli altri operatori quanti più dettagli possibile sui progressi conseguiti nella valutazione approfondita e sulla conclusione del processo". Più dettagli, in questo caso, significa piena trasparenza su cosa hanno in pancia le banche e come intendono migliorare la gestione dei rischi nel trading book, il portafoglio di negoziazione, e nel banking book, il portafoglio per le attività considerate strategiche. Entro metà ottobre, l’istituzione guidata da Mario Draghi pubblicherà gli esiti della verifica di bilancio secondo tre voci diverse: principali risultati, dettaglio delle prove dell’Asset Quality Review (AQR), dettaglio dei frutti dello stress test condotto secondo le linee guida dell’European Banking Authority (EBA). "Siamo sicuri che gli investitori apprezzeranno gli sforzi che stiamo facendo per garantire una totale limpidezza su come stanno le banche dell’area euro", ha detto nei giorni scorsi Peter Praet, capoeconomista dell’Eurotower.

Il rischio più grande, nella fase finale, è la fuoriuscita di indiscrezioni capaci di destabilizzare le singole banche, rendendo più complicata l’eventuale ricapitalizzazione tramite il mercato. Questo perché, come ha specificato la BCE oggi, i dossier del Comprehensive assessment saranno distribuiti prima della loro pubblicazione ufficiale. “Nella fase precedente la divulgazione finale, la BCE e le autorità nazionali competenti discuteranno gli esiti parziali preliminari con le singole banche nell’ambito di un dialogo di vigilanza, inteso a verificare dati e fatti e a trattare aspetti metodologici”, ha comunicato la BCE. Il pericolo di una fuga di notizie è evidente.

Le precisazioni della BCE arrivano a pochi giorni di distanza dalla decisione di Moody’s di mantenere negativo l’outlook delle banche italiane. Una scelta dettata dalla grande presenza di Non-performing loan (Npl, o crediti dubbi) nei bilanci delle stesse. Due le ragioni. Da un lato il continuo deterioramento della qualità degli asset, dall’altro la scarsa profittabilità. Nel solo 2013, ricorda l’agenzia di rating statunitense, il sistema bancario italiano ha registrato perdite per 20,6 miliardi di euro, e le cose andranno solo leggermente meglio per l’anno in corso. Il costo del rischio rimarrà alto, continua Moody’s, e un ulteriore pressione sugli istituti italiani arriva dal nuovo regime di risoluzione bancaria introdotto dall’Unione europea, tramite la Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD). L’ipotesi di un bail-in, ovvero di un salvataggio interno a carico degli obbligazionisti, è tutt’altro che fantasia, nel caso una banca non riuscisse a trovare adeguati capitali sul mercato. Lo stesso che è successo a Cipro e che potrebbe succedere fra poco al lusitano Banco Espirito Santo

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