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AFP PHOTO / ANGELOS TZORTZINIS
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Quei bambini che muoiono in mare nel silenzio dell'Europa

AFP PHOTO / ARIS MESSINIS
Medici e paramedici cercano di rianimare un bambino naufragato su un gommone diretto dalla Turchia all'isola di Lesbo, prima di portarlo in ospedale in condizioni critiche - 28 ottobre 2015
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Medici e paramedici cercano di rianimare un bambino naufragato su un gommone diretto dalla Turchia all'isola di Lesbo, prima di portarlo in ospedale in condizioni critiche - 28 ottobre 2015
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Un uomo tiene tra le braccia un bambino dopo che il barcone su cui si trovava è naufragato davanti all'isola di Lesbo in Grecia - 28 ottobre 2015

UPDATE: Ancora una strage di piccoli migranti nelle acque tra Turchia e Grecia. Sette bambini, tra cui un neonato, sono mortiieri  in due naufragi avvenuti a poche ore di distanza nella stessa zona sul mar Egeo, al largo di Cesme, nella provincia di Smirne. E altri 5 bambini sono morti stanotte nelle acque dell'Egeo. È una strage continua, una vergogna. O forse lo è di più il silenzio del mondo che sembra aver già dimenticato. Lo avevamo denunciato tempo fa quando altre piccole vittime erano emerse dal mare. Lo ribadiamo oggi.

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Ricordate Aylan? Il bambino di 3 anni trovato morto su una spiaggia turca, la guancia sulla sabbia, “cullato” dalla nenia della risacca. Aylan annegato nel tratto di mare tra Bodrum e l’isola greca del turismo occidentale, Kos, a fine agosto. Le istantanee di quel corpicino fecero il giro del mondo, trattate in ogni modo possibile: a volte pietosamente camuffate, altre in tante pose nelle carrellate social, di fianco e di dritto, di faccia e di schiena.

Tutti inorridirono. Tutti a stracciarsi le vesti e a spillare lacrime per il fanciullo di Kobane, Siria. Perché Aylan era un figlio collettivo, il figlio sfortunato di ciascuno di noi. E tutti a versar fiumi di inchiostro e pianto per il piccolo curdo in fuga dalla guerra e per la sua mamma annegata e per il papà che disse: torno a Kobane, voglio seppellirlo lì, non c’è più nulla di cui m’importi.

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Oggi, per trovare la notizia degli 80 Aylan che secondo “Save the Children” sono morti negli ultimi due mesi mentre tentavano di raggiungere sui barconi l’Eldorado europeo, bisogna andare sulle pagine di fogli editorialmente, ideologicamente votati alla solidarietà: “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi, e pochi altri.

Le lacrime si sono prosciugate, le teste si sono girate da altre parti. Stupore, indignazione e orrore, riguardano oggi le pietose vicende del Sindaco Marino a Roma o i calci di Valentino Rossi sulle piste malesi.

La tragedia migratoria fa notizia solo se Matteo Salvini va in Marocco (come se questa fosse una stravaganza tipo “uomo morde cane”). Anche in Italia ci siamo distratti. Il problema sembra lontano, oggi, perché investe più le coste greche delle nostre.

Del resto, decine di migliaia di morti nel Mar Mediterraneo hanno scosso e smosso la coscienza dell’opinione pubblica europea e quella dei 28 leader soltanto dopo naufragi a due “zeri” e foto come quella di Aylan.

Che dire? Forse non ha la stessa efficacia dell’istantanea di Aylan la foto del bimbo ripescato a bordo col giubbotto salvagente, o l’ombra dei morti (bambini e no) che affiorano nell’acqua come delfini inerti sul teatro degli ultimi naufragi.

Abbiamo il cuore freddo e, quel ch’è peggio, un cervello piccolo, se è vero che continuiamo a non saper affrontare né l’emergenza, né il problema di lungo termine. Tre cose bisognerebbe fare, oltre a salvare più vite possibile in mare: convincere i migranti che nel Mediterraneo non c’è la vita ma la morte; due, che l’Europa non è il Paese di Bengodi, e, tre, investire soldi nella cooperazione e nell’aiuto ai profughi in loco, aprendo poi corridoi umanitari controllati.

La verità è che Aylan è morto due volte, e la sua morte non ci ha insegnato nulla.

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