Ayala falcone
(Ansa)
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Ayala: «L’ultima telefonata di Falcone mi salvò la vita».

«Ogni anno, il 23 maggio e il 19 luglio rappresentano, per me, appuntamenti con la morte che però riesco a raccontare da vivo: ferite aperte che mai si rimargineranno, anche perché ai fantasmi di quel giorno si aggiunge l’inevitabile fragilità dei miei 77 anni appena compiuti».

Giuseppe Ayala, nativo di Caltanissetta, classe 1945, dopo la laurea in giurisprudenza a Palermo, intraprese la professione di avvocato sotto la guida di Girolamo Bellavista, uno dei più noti penalisti palermitani. Entrato in magistratura nel 1974, fu prima pretore a Mussomeli (Caltanissetta) e successivamente sostituto procuratore della Repubblica a Palermo: Pubblico Ministero di riferimento del pool antimafia di Palermo, rappresentò l’accusa nel primo maxiprocesso a Cosa nostra. Deputato e senatore per quattro legislature tra il 1992 e il 2006, è stato sottosegretario alla giustizia nei governi Prodi e D'Alema tra il 1996 e il 2000: dopo il rientro in magistratura è stato consigliere presso la Corte d’Appello dell’Aquila.

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’anniversario della strage di Capaci: «Giovanni morì fisicamente a Capaci, ma il suo isolamento (una sorte di morte interiore) iniziò molto tempo prima, e non per mano mafiosa…».

Dott. Ayala, il suo personalissimo 23 maggio del 1992 ebbe inizio ventiquattr’ore prima, all’aeroporto di Ciampino.

«E avrebbe potuto avere conseguenze nefaste anche per me! Giovanni mi aveva fissato l’appuntamento subito dopo pranzo di quel venerdì 22 maggio, perché, come accadeva da tempo, anche quel giorno mi avrebbe dato un passaggio a bordo del volo di Stato alla volta di Palermo: ma in mattinata ricevetti una sua telefonata, carica di scuse, perché Francesca -parlo, ovviamente, di Francesca Morvillo, la sua compagna magistrato- essendo impegnata nella commissione degli esami per l’accesso in magistratura a Roma, non avrebbe fatto in tempo ad imbarcarsi con noi e allora aveva deciso di spostare il volo al giorno dopo, a quel maledetto 23 maggio».

Quella telefonata di Giovanni Falcone le cambiò la vita…

«Me la allungò, perché loro si imbarcarono, purtroppo, sul volo Roma-Palermo quel 23 maggio, io decisi di rimanere a Roma. “Giovanni caro, arrivare a Palermo sabato sera per ripartire lunedì mattina la vedo una vera sfacchinata, preferisco rimanere a Roma, anche perché mia moglie ha pensato di raggiungermi. Tanto poi ci rivedremo la settimana prossima”, gli dissi. Non l’avrei più rivisto, perché cinquecento chili di tritolo innescati alle 17.59 di quel 23 maggio 1992 fecero saltare in aria lui, Francesca e i tre giovani agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In tutto 23 feriti, fra i quali gli altri agenti della Polizia Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza».

Fuori dalla ridondante retorica, soprattutto in giorni di commemorazione, lei continua a considerarsi un sopravvissuto?

«Entriamo nella carne viva di quella vicenda. Una quindicina di anni addietro, qualcuno scrisse che “forse Giuseppe Ayala ha scontato abbastanza la colpa di essere rimasto vivo”. Già nel guado esatto di questi trent’anni mi auguravo che avesse ragione e quando nel 2008 diedi alle stampe “Chi ha paura muore ogni giorno”, quella frase risuonò potente in quel personalissimo viaggio a ritroso in compagnia di ricordi, affetti e vicende che, ancor oggi, mi è difficile collocare nella giusta dimensione. La storia professionale con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è parte della mia vita privata, non solo pubblica, questo mi pare chiaro».

L’essere letteralmente sopravvissuto alla “Strage di Capaci” le avrà creato un enorme senso di colpa.

«Come negarlo, perché è la mia sfera più intima e personale che è stata risucchiata in una ferita che si ostina a non cicatrizzarsi, perché legata ad uno dei misteri rimasti insoluti della recente storia di questo Paese, e quindi, di conseguenza, mai più rimarginabile. Il tritolo di Capaci, come meno di due mesi dopo, quello in Via D’Amelio, dopo aver spazzato via i corpi di Giovanni e Paolo e degli agenti delle scorte, continua a rimbombare cupo e sordido nella mia testa».

Se rileggiamo, per un attimo, la sua vita al contrario, salta fuori che agli inizi degli anni Settanta, lei era avviato verso una brillante carriera forense, addirittura a difendere i mafiosi.

«Scherzi del destino. Dopo la laurea a Palermo, avevo varcato, per la pratica forense, le porte dello studio legale più prestigioso della città, quello del professor Girolamo Bellavista: era ordinario di procedura penale -il mio ex docente, dunque- era stato, deputato tra il 1948 e il 1953, Sottosegretario di Stato per le finanze e addirittura membro dell’Assemblea costituente. Aveva curato uno dei manuali di procedura penale più in voga in quegli anni: insomma un vero principe del foro, cui, ancor oggi, è intitolata la stessa Camera penale di Palermo. Cosa potevo pretendere di più alla mia età?».

Potremmo non credere ad Ayala avvocato difensore dei mafiosi.

«Invece difenderli era il mio lavoro quotidiano, come in un processo innanzi alla Corte d’Assise di Agrigento che stava occupando lo studio tra il 1973 e il 1974. Entravo e uscivo dal carcere per gli interrogatori, esaminavo pericolosissimi imputati in dibattimento, spalla a spalla con il mio maestro. Poi, a un certo punto scattò qualcosa in me che mi aiutò a risolvere il disagio crescente che iniziavo ad avvertire, dovendo rapportarmi con delinquenti che rappresentavano la barbarie mafiosa. Era il 1973. Avevo 28 anni e una potente motivazione a schierarmi con la Sicilia che anelava alla liberazione dal gioco mafioso.

Leggiamo, addirittura, di una sorta di conversione notturna…

«Tutto vero. Alloggiavo in un albergo nelle vicinanze del Tempio della Concordia e ammirandolo mi chiedevo come fosse possibile che la Sicilia, così carica di vestigia del passato, ospitasse gli orrori della mafia che in quegli anni si stava impadronendo di tutto. La mia coscienza si ribellò: difendere i mafiosi non sarebbe stata più la mia strada. Forse quello strano malessere personale che provavo da un pò era dovuto a quel lavoro pieno di sensi di colpa e decisi che, per esorcizzarlo, fosse giunto il momento di schierarmi dalla parte che ritenevo quella giusta».

Oggi, a sentirla parlare, sembra tutto avvolto nel più aulico idealismo. Ma non ci dica che i primi tempi fossero stati in discesa…

«Guardi, il trauma fu doppio, visto che dalle tranquille stanze della Pretura di Mussomeli, nella profonda provincia di Caltanissetta, mi sarei ritrovato sbattuto a Palermo, in Procura, nel settembre 1981. In quei mesi, a cadere sotto i colpi della mafia erano stati il Procuratore capo di Palermo Gaetano Costa -che qualche mese prima di morire mi aveva invitato a fare domanda come sostituto procuratore per Palermo- il Presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, il capo della Squadra mobile Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova. Ogni commento ulteriore non rispetterebbe la loro memoria».

La sera del 3 settembre 1982 lei era a cena con Giovanni Falcone quando la mafia uccise “la speranza dei palermitani onesti”.

«Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo caddero sotto i colpi di Kalashnikov esplosi da un commando di killer sanguinari: fu un’azione plateale e capimmo che Palermo era ormai in guerra. Mentre eravamo cena in un ristorante di Mondello, Giovanni, raggiunto da un uomo della scorta, cambiò colore in volto, mi disse di seguirlo e mi comunicò dell’agguato di Via Carini. Si precipitò sul luogo dell’eccidio, mentre io, mia moglie, i bambini e Francesca Morvillo raggiungemmo precipitosamente la nostra abitazione».

Durante i funerali, il presidente Sandro Pertini e il cardinale Salvatore Pappalardo scossero le coscienze dell’intero Paese.

«Pertini cercava di consolare Nando, Rita e Simona, i figli del generale, ma piangeva più di loro. E l’arcivescovo di Palermo con quel suo “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata, ndr), lanciò un anatema non solo nei confronti dei mafiosi. Personalmente, quella mesta atmosfera mi fece riflettere sulla necessità di cambiare la strategia dello Stato: occorreva rispondere. E in fretta».

Se le cronache non ingannano, fu in quegli anni che si consolidò il suo rapporto con Giovanni Falcone.

«Ci conoscemmo a casa del collega Alfredo Morvillo che mi presentò sua sorella Francesca, giovane e brillante magistrato (anche lei del 1945, come me) che, dopo essersi separata, aveva iniziato a frequentare Giovanni che ricordo ancora, al primo impatto, semplice e genuino: simpatico, scherzoso. Che dico: aveva uno humor demenziale. Ma divertente. Rotto il ghiaccio, gli chiesi di poter conoscere il suo metodo di indagine: mi accolse nel suo ufficio. E cambiò la mia vita. Intanto Giovanni e Francesca, liberi sentimentalmente, si sposarono nel maggio del 1986: Antonino Caponnetto fu il testimone di Giovanni».

Un attimo, ci perdoni: il “metodo Falcone” merita un accenno…

«Fu quando iniziò a lavorare con il giudice istruttore Rocco Chinnici che Giovanni andò progressivamente a basare le indagini di mafia non solo sull’utilizzo dei codici, quanto sull’innovativa analisi d’insieme del fenomeno mafioso. Mi spiego: Falcone, mirando al cuore della criminalità organizzata, aveva intuito che occorresse volgere la lente d’ingrandimento alle sfumature economiche che ogni inchiesta faceva emergere. Se ne accorse durante le numerose indagini legate al traffico degli stupefacenti: “La droga -amava ripetere- può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente”».

Se ricordiamo, la formula utilizzata divenne “Follow the money”…

«“Segui il denaro” divenne una filosofia d’indagine, un imperativo categorico diretto a non perdere mai di vista documenti finanziari, assegni, rapporti bancari, titoli di credito che in quasi tutte le indagini di mafia (direi in tutte) saltavano regolarmente fuori. Prova, evidentemente, che, gestendo i suoi affari, la criminalità organizzata lasciava tracce di movimentazioni di denaro spesso davvero ingenti. Giovanni intuì questa sfumatura dalla lettura attenta (e io ne so qualcosa…) dei fascicoli istruttori, non solo nel filtro dei codici, quanto di continui riscontri sul campo».

Vivevate, anche per questo metodo di studio, in perfetta simbiosi.

«Il rapporto si consolidò grazie alla fiducia in me riposta da lui e Caponnetto che si recarono nell’ufficio del mio capo, il Procuratore Vincenzo Pajno, per chiedergli di affidare a me il ruolo di P.M. nel maxiprocesso. Un procedimento dai numeri impressionanti, a partire dalle 8.000 pagine dell'ordinanza di rinvio a giudizio del pool, sino al milione del processo vero e proprio, con 475 imputati. Per 22 mesi imputati, difensori, giudici, pm, giornalisti, cancellieri, carabinieri, responsabili della sicurezza, fino ai baristi e agli addetti alle pulizie dell'aula bunker di Palermo, formarono una sorta di grande famiglia allargata».

Anche lei elaborò un “metodo Ayala”?

«Come pubblico ministero sostenni la tesi secondo cui per la prima volta erano stati i collaboratori di giustizia a fornire un riscontro alla massa di elementi probatori già acquisiti. E la requisitoria partorì 19 ergastoli, compresi quelli a carico di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, per non parlare delle centinaia di anni di carcere per gli altri imputati. Tutti confermati in sentenza: per un totale di 2665 anni di carcere da me richiesti. Forse la mia requisitoria non passerà alla storia come “metodo Ayala” ma non c’è dubbio che resse con successo l’impatto dibattimentale».

E quando si trattò di intraprendere la via politica, Falcone le fu al fianco.

«A inizio 1992 io e Giovanni eravamo a Roma. Mi arrivò la proposta di candidarmi alla Camera, come capolista del Partito repubblicano nella circoscrizione della Sicilia occidentale, ero fortemente indeciso e stavo per rifiutare. Chiamai Giovanni, che, al termine di un incontro con l’On. Giorgio La Malfa al quale mi accompagnò, mi disse: “Vedi, Peppino, nella vita le scommesse che si perdono sicuramente sono quelle che non si accettano. Per cui accetta, ché secondo me funzionerà”. Mi candidai. A marzo presentammo a Palermo la mia candidatura: saltò fuori quella celebre foto di Falcone e Borsellino che ridono insieme. Mai avrei potuto pensare che quell’immagine -uno scatto tra i tanti per il mio esordio palermitano della mia campagna elettorale- sarebbe stata consegnata alla storia».

Uno scatto iconico…

«L’autore fu un giovanissimo fotoreporter del Giornale di Sicilia, Tony Gentile, che il 27 marzo del 1992, inviato dal suo giornale, iniziò a scattare foto nel palazzo Trinacria di Palermo: Giovanni, che aveva voluto quell’iniziativa, coinvolse anche Paolo (Borsellino nda) a partecipare all’incontro. Il fotoreporter, dalla prima fila iniziò a scattare foto: quella sarebbe divenuta celebre due mesi dopo. All’inizio pare fosse stata riposta in un cassetto…».

Ancor oggi lei sostiene la circostanza secondo la quale Falcone avesse iniziato a “morire dentro” già alcuni anni prima.

«Vero, purtroppo: si riferisce alla lunga operazione “isolamento Falcone” di cui parlò, senza peli sulla lingua, Paolo Borsellino e che mi pare opportuno almeno ricordare. “Ci accorgiamo come il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua candidatura a succedere ad Antonino Caponnetto e il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli».

Quella vicenda ha ancora dell’incredibile.

«Occorreva, ricordiamolo, sostituire Caponnetto alla guida dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo e Giovanni appariva, ovviamente, il suo erede naturale. Fra gli aspiranti il giudice Meli era il più anziano, prossimo alla pensione, non aveva mai fatto il giudice istruttore e in tutta la carriera si era occupato di un solo processo di mafia. Si scontravano due certezze: gli straordinari meriti di Falcone, da un lato, e i sedici anni di maggiore anzianità di servizio di Meli dall’altro. Il resto era aria fritta».

Borsellino non si contenne e andò in soccorso del suo collega-amico.

«E successe il putiferio! Paolo scelse pubblicamente di difendere Giovanni con un’intervista a “Repubblica” il 20 luglio del 1988 tra le cui righe -“Succedono cose molto strane…”- denunciava senza mezzi termini un vero tentativo di restaurazione; il Presidente della Repubblica Cossiga lanciò un allarme ai ministri di Giustizia, Interni e al Csm che prima nicchiava e poi intervenne respingendo la fondatezza dell’analisi impietosa di Paolo. Giovanni prima presentò una lettera di trasferimento ad altro ufficio, poi ritirata. Insomma, il clima era da scontro istituzionale».

Tutto apposto, allora.

«Macchè. C’era da nominare il nuovo Alto commissario per la lotta alla mafia: Giovanni aveva proposto la sua candidatura che venne regolarmente bypassata con la nomina, il 5 agosto di quel terribile 1988, di Domenico Sica, sostituto procuratore a Roma, che giunto a Palermo il successivo 13 e convocata la conferenza stampa, dichiarò, testualmente: “La mafia? Sono qui per capire cos’è. Nei primi tempi ascolterò molto”».

C’è poco da aggiungere…

«E no! Ce ne sarebbero cose da dire. Dopo trent’anni sono sempre più convinto che all’epoca non solo Cosa Nostra ma anche pezzi dello Stato avessero deciso di fermare Falcone (e poi Borsellino) proprio nel periodo in cui si stavano raccogliendo i migliori frutti, dopo anni di indagini e di morti ammazzati sul campo, tra magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici perbene».

Dottor Ayala, ci perdoni: perché?

«Mi avvalgo di una citazione: dopo il fallito attentato dell’Addaura del Giugno 1989, Falcone, pubblicamente, parlò di “Menti raffinatissime e di centri occulti di potere capaci anche di orientare le scelte di Cosa Nostra”».

Chiudiamo col botto…

«Si faccia avanti chi sia capace di fornirmi, e di fornire anche a lei, una risposta più plausibile. Io, dopo trent’anni, sto ancora aspettando…».

Panorama.it Egidio Lorito, 21/05/2022

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