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Autogestione carceraria per i detenuti a fine pena? Una mezza soluzione

Giovanni Tamburini, il direttore del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, lancia una proposta che a prima vista pare irrealistica (se non bizzarra): un «patto» tra Stato e cittadino detenuto, che garantisca la corretta «auto-gestione» di alcune sezioni carcerarie. La filosofia è semplice: non c’è una lira, mancano gli agenti di poizia penitenziaria, quindi dobbiamo organizzarci in modo diverso. Ovviamente si parla di detenuti «a basso rischio», quelli condannati, e forse anche di detenuti in attesa di giudizio, ma sempre per reati davvero minori. In realtà, qualcosa del genere (pur se non codificato, né ammesso) esiste già in alcune prigioni italiane. Ma l’ipotesi di codificare l’accordo sull’autogestione carceraria Stato-detenuti non è proprio una bazzecola. Gli agenti della polizia penitenziaria sono già in agitazione, sono preoccupatissimi: temono che questo possa voler dire che in alcune sezioni, dove oggi lavorano quattro di loro, possa da domani essere occupato un solo agente, con evidente aumento dei rischi personali e del carico.

Certo, la situazione è più che difficile: il bilancio 2011 del Dap è stato di 2,7 miliardi di euro, 100 milioni in meno rispetto al 2010. L’amministrazione ha 100 milioni di debiti. Con l’arrivo del caldo si fa sentire sempre di più la necessità di provvedimenti urgenti che facciano tornare nella legalità i 206 istituti di pena: il tasso di affollamento è al 145,3%. Con oltre 145 detenuti ogni 100 posti, l’Italia è il paese più sovraffollato dell’Unione europea.
Ma il dato vero è ancora più grave. Questa percentuale si calcola, come in ogni altro paese, mettendo in relazione la popolazione detenuta con la capienza degli istituti. Ma c’è una sorpresa: in apparenza, la capienza dei nostri istituti dal 2007 al 2012 è cresciuta di 2.557 posti. Sono forse i primi effetti del piano carceri del governo? No: in realtà si tratta del fatto che, negli stessi istituti, si stipano sempre più detenuti, trasformando in celle tutti gli altri spazi. A scapito di quelle aree comuni indispensabili per la vivibilità degli istituti stessi.

È per questa situazione disperata che si arriva a ipotizzare l’autogestione? Temo che non andremo da nessuna parte. Non sarebbe meglio porre mano a una seria riforma della carcerazione preventiva, che porta in carcere decine di migliaia di persone, spesso per periodi brevissimi (e non sempre in modo giustificato)?

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