L'attentato di Sarajevo, una memoria per immagini

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GAVRILO PRINCIP (1894-1918)

Bosniaco di Obljaj, una cittadina dell’interno, nacque nel 1894 durante l’amministrazione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina. 

Di famiglia poverissima, Gavrilo fu uno dei tre fratelli sopravissuti alla morte di sei fratelli durante l’infanzia.

Si stabilisce presto a Sarajevo presso il fratello maggiore dove diviene uno studente modello, pur mostrando una precoce irrequietudine comportamentale.

Dopo l’espulsione dalla scuola di Sarajevo, si trasferisce a Belgrado per completare gli studi. 

Durante le guerre balcaniche tentò di farsi arruolare dalle milizie segrete cetniche e dalla società segreta “Mano Nera”, che tuttavia lo congedarono a causa della scarsa prestanza fisica e della salute precaria. 

In seguito, deciso a compiere qualche gesto clamoroso per l’indipendenza della Bosnia, si esercitò all’uso di bombe e armi da fuoco fino al giorno fatidico dell’assassinio dell’Arciduca.

Dopo l’attentato cercò di uccidersi prima col cianuro e quindi con la pistola, ma entrambi i tentativi fallirono. Fu poi sottratto al linciaggio della folla e portato in carcere. Processato a Sarajevo, non fu condannato a morte a causa della giovane età. 

Passò gli ultimi anni della sua vita nel carcere austriaco di Theresienstadt dove morirà di tubercolosi ossea il 28 aprile 1918.


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FRANCESCO FERDINANDO D’ASBURGO-ESTE (1863-1914).

Francesco Ferdinando in uniforme di gala nel 1914.

Nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe, nasce a Graz nel 1863.

Erede al trono austro-ungarico, segue la tradizionale carriera militare riservata ai cadetti delle famiglie aristocratiche, che lo vide raggiungere il grado di tenente a soli 14 anni. 

Divenuto maggiore  generale a 31 anni, alla vigilia del suo assassinio ricopriva la carica di ispettore generale militare dell’ Impero d’Austria Ungheria. Proprio in questa veste, il 28 giugno 1914 l’arciduca giunse a Sarajevo, capitale della Bosnia sotto l’amministrazione austriaca, per un incontro con le autorità cittadine.

Di carattere spigoloso ed iracondo, mostrò tuttavia una propensione alla modernità che gli alienò gran parte della corte viennese. Aveva  inoltre scandalizzato per il suo matrimonio contratto in rito morganatico con una donna di rango assai inferiore e per di più di origini boeme, Sophia Chotek Von Chotkowa. 

Anche le sue idee geopolitiche gli avevano creato non pochi attriti con i conservatori dell’ Impero. Egli fu un “trialista”, ovvero un sostenitore di una sorta di riforma federalistica dell’Impero con la creazione di un “terzo regno” slavo. Da queste posizioni nascono anche alcune teorie complottistiche riguardo alla sua tragica fine, alimentate dalla scarsa attenzione alla sicurezza mostrata il giorno dell’attentato da parte della sua guardia, specie in seguito al fallito attentato della mattina stessa. Il viaggio di ritorno dal municipio di Sarajevo fu infatti affrontato con la sola protezione della inadeguata polizia della capitale bosniaca.


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Colonnello Dragutin Dimitrijevic "Apis" (1877-1917)

Militare di carriera, fu soprannominato dai suoi compagni di accademia "Apis", in serbo "l'ape", per la sua eccezionale operosità.

Fervente ideologo del panslavismo, fu tra i fondatori della società segrata militare "Mano Nera" e tra i responsabili dell'attentato del 1903 che costò la vita al re Alessandro e alla sua consorte.

Il riformismo di Francesco Ferdinando fu da lui interpretato come una minaccia alle aspirazioni di indipendenza irredentiste, tanto da portarlo a concepire e ad organizzare l'attentato di Sarajevo.

Sarà giustiziato a Salonicco nel 1917 per volere del governo serbo in esilio.


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Timbro della società segreta "Mano Nera".

Capeggiato dal motto “Ujedinjenje ili Smrt”, (“Unità o Morte”.) era costituito da una mano reggente una bandiera con teschio e tibie incrociate.

Sulla sinistra sono visibili una bomba a mano ed un gladio.


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L’ATTENTATO DI SARAJEVO

Poco prima delle 11 del mattino del 28 giugno 1914,  nel  centro di Sarajevo echeggiano due spari che cambieranno per sempre la vecchia Europa.

Gavrilo Princip, uno studente bosniaco irredentista, colpisce a morte l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Ungheria e la moglie Sophia, in visita ufficiale nella Bosnia amministrata dagli austriaci. 

L’attentato avviene quando la macchina dove viaggiano l’arciduca e la moglie è costretta ad arrestarsi per un errore di direzione dell’autista. I due colpi vanno a segno e poco dopo Francesco Ferdinando e la moglie cessano di vivere.

Nella stessa mattinata la colonna degli austriaci era già stata bersaglio del gruppo di irredentisti. 

Fu il compagno di Princip, Nedeljiko Cabrinovic, a scagliare un ordigno che avrebbe dovuto colpire l’arciduca. La bomba colpì invece una delle auto di scorta, provocando il ferimento di alcuni membri della guardia. Nonostante il grave antefatto, il corteo continuò la parata fino al municipio e quindi, sulla via del ritorno, verso il fatale destino.

L’impressione scatenata dall’attentato è altissima e contribuisce ad accendere le polveri di una guerra già annunciata tra le grandi potenze mondiali. 

Le ceneri mai spente delle guerre balcaniche, la crisi dei vecchi imperi centrali, gli opposti nazionalismi, gli spiriti di rivincita nati dalle ultime guerre ottocentesche, incendieranno l’Europa per i successivi 5 anni, generando un conflitto segnato da un immane sacrificio umano, causato dalla devastazione generata da antichi rancori di imperi al tramonto. 

Ma combattuta per la prima volta con micidiali armi moderne.




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L’arciduca Francesco Ferdinando con la moglie e i figli Ernst, Maximilian e Sophie.


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Gavrilo Princip con il padre Petar.


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Esecuzioni sommarie di serbi sospettati di essere collegati con il movimento irredentista antiasburgico in Bosnia poco dopo l’attentato di Sarajevo.


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LA PISTOLA 

Se  si considera l’assassinio di Sarajevo il casus belli che portò all’inizio del primo conflitto mondiale, i primi colpi partirono il 28 giugno 1914 dall’arma di Gavrilo Princip, una Browning modello FN del 1910.

Si trattava di un’arma semiautomatica prodotta su licenza in Belgio, registrata con la matricola 19074. Il calibro dell’arma era 7.65 e pesava 590 grammi. Un evoluzione del modello FN rimase in produzione sino al 1983. 

L’arma originale si trova oggi al Museo di Storia Militare di Vienna.


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Il luogo del delitto.

L’incrocio di Sarajevo dove avvenne l’attentato, in una ricostruzione del 1955. 

A sinistra, il calco dei piedi nell’asfalto indica la posizione esatta di Princip quando esplose i colpi mortali. La chiazza al centro dell’incrocio, a circa 1,5 metri dalle impronte, il punto dove i proiettili colpirono a morte la coppia imperiale.


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La copertina del numero del 5 luglio 1914 de "La Domenica del Corriere" riporta l'interpretazione di Achille Beltrame dell'attentato di Sarajevo.


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Il momento dell’arresto di Gavrilo Princip, pochi minuti dopo aver esploso i colpi mortali.


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Nonostante la debolezza dell’apparato militare serbo, le prime fasi delle ostilità videro l’impiego della forza aerea serba, già messa alla prova due anni prima durante le guerre balcaniche.

L’aeroplano nella foto è il Bleriot XI-2 “OLUJ” o “Stormo”, che fu il primo ad essere equipaggiato con una mitragliatrice pesante fornita dai francesi.


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Fotografia dal processo a Gavrilo Princip e ai suoi compagni coinvolti nell’attentato del 28 giugno 1914. La prima udienza si svolse il 12 ottobre 1914 in un carcere militare a Sarajevo.


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Il Caffè Ochrana

All’origine dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando si collocano le spinte nazionalistiche e anti absburgiche della società segreta militare nota comunemente con il nome di “Mano Nera” (in serbo Crna Ruka).

Fu in questo locale di Belgrado, luogo segreto di ritrovo dei membri della “Giovane Bosnia”,  che l'organizzazione entrò in contatto con Gavrilo Princip, esecutore materiale dell’assassinio dell’ arciduca Francesco Ferdinando. 


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Moti antiserbi dei partigiani della Monarchia Austro Ungarica (Kuk Monarchie) in reazione all’attentato del 28 giugno.


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Particolare della cella n.1 occupata da Gavrilo Princip nel carcere di Theresianstadt. 

Qui  fu rinchiuso per quasi 4 anni in condizioni igienico sanitarie disumane, incatenato e isolato giorno e notte. Proprio a causa del deperimento fisico (arrivò a pesare 40 kg), contrasse una grave forma di tubercolosi ossea che costrinse i sanitari del carcere all’amputazione di un avambraccio appena prima della morte, avvenuta il 28 aprile 1918.


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LA MOBILITAZIONE SERBA E LO SCOPPIO DELLA GUERRA.

Il 28 giugno Gavrilo Princip uccide l’arciduca Francesco Ferdinando. 

Il 25 luglio il governo serbo dirama l’ordine di mobilitazione contro la minaccia di invasione austriaca e dopo aver rifiutato le inaccettabili clausole dell’ultimatumviennese.

Richiamati tutti i maschi abili dai 25 ai 45 anni di età, il 9 agosto l’esercito di Belgrado poteva contare su una forza di circa 250.000 uomini divisi in 11 divisioni di fanteria e una di cavalleria.

Uscito stremato dalle guerre balcaniche degli anni 1912-13, l’esercito serbo non riuscì mai a mantenere un organico sufficiente, date le consistenti perdite subite nei primi mesi e l’impossibilità di rimpiazzarle con forze di rincalzo. 

L’industria bellica era pressoché inesistente e per le forniture  di armi e munizioni, Belgrado dipendeva totalmente dalla Francia e dalla Russia. 

Per questi motivi , la resistenza serba durò brevemente, fino all’invasione austro-ungarica avvenuta 

pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità. 

Per la popolazione serba, la resistenza contro Vienna sarà un olocausto. I dati parlano di perdite attorno al 60% della popolazione maschile  e di un totale, comprensivo di civili e militari, di 1.100.000 morti.

Nella foto, Un richiamato serbo è accompagnato dalla moglie alla tradotta nel luglio 1914.


La prima pagina de "La Stampa" titola a 5 colonne la notizia dell'attentato di Sarajevo il giorno seguente ai fatti.


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I genitori di  Gavrilo Princip.

A sinistra la madre, Marija Micic e ,a destra, il padre Petar di professione postino.


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L’ AUTOMOBILE DELL’ ARCIDUCA.

L’automobile sulla quale viaggiavano l’Arciduca e la Moglie Sofia era una Graf und Stift “Double Phaeton” immatricolata il 15 dicembre 1910 con targa “A III 118” e consegnata al comandante della guardia dell’arciduca, conte Franz von Harrach. 

Si trattava di una limousine convertibile dotata di un motore De Dion (numero di serie 287) a 4 cilindri di 5.800 cc erogante la potenza di 32 HP. Il cambio era a 4 marce. La produzione della prestigiosa marca viennese si attestava attorno alle 100 unità all’anno.


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Sarajevo, mattina del 28 giugno 1914. Francesco Ferdinando e la moglie Sophie scendono dal treno assieme alla Guardia.


Il mondo si interroga ancora su quei due colpi di pistola esplosi da Gavrilo Princip e su come l'Europa si trovò in una guerra totale che avrebbe provocato quasi dieci milioni di morti. 

Un ricordo per immagini di quello che avvenne quel 28 giugno del 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia - Herzegovina.

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