50 primavere 1
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50 primavere, 50 sfumature di menopausa – La recensione

Bim Distribuzione, Ufficio stampa Bim Federica de Sanctis
A sinistra Mano (Pascale Arbillot) con Aurore (Agnès Jaoui)
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Totoche (Thibault De Montalembert), l'amore giovanile che ritorna nella vita di Aurore
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La bellissima danza solitaria di Aurore (Agnès Jaoui) sulla canzone "Ain't Got No, I Got Life" di Nina Simone
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Agnès Jaoui, eccellente protagonista del film nella parte di Aurore

Sensibilità, consapevolezza drammaturgica e humour.

Vale a dire le qualità e i caratteri di una commedia francese affollata di ondate di calore e sventolanti ventagli come segnali d’una sensazione nuova e inquietante in capo alla débacle ormonale.

Eccola, la menopausa come panico, vissuta fra tempeste e tenerezze da Aurore (Agnès Jauoi), protagonista di 50 primavere (in sala dal 21 dicembre, durata 89’) di Blandine Lenoir, attrice e cineasta alla sua opera seconda, che di anni ne ha 44 e sviluppa il suo cinema ironia pacata e solida pratica della macchina da presa.

Una (dis)avventura di grandi proporzioni

Va subito detto che Jaoui – attrice di talento e regista a sua volta: ha diretto anni fa Il gusto degli altri candidato all’Oscar, scritto e interpretato col marito Jean-Pierre Bacri -  è esemplare nella parte.
E che la sua (dis)avventura, al di là dei modi spiritosi, a volte sconsolati e un po’ disincantati coi quali ne rappresenta i passaggi, ha peso e valenze di larghe proporzioni; e investe un delicatissimo segmento psicologico nella vita delle donne.

Tanto da misurarsi, nel racconto, con una serie di temi, grattacapi e dilemmi assai reali e profondi; e proprio a questi dando repliche positive nel segno delle sorprese che l’esistenza, al di là di tutto, continua a riservare.

Se arrivi ai cinquanta divorziata e senza prospettive

Domande e risposte sono conservate nella storia di Aurore.

La quale, appunto, è arrivata ai suoi cinquanta piuttosto malconcia: non tanto nel fisico quanto nell’esperienza di un matrimonio che è affondato nel divorzio e le ha lasciato in dote due figlie ormai grandi, una delle quali sta per farla diventare nonna; e negli impacci economici di ostica risoluzione nella precarietà di lavoretti trovati e subito perduti al bancone di un bar o in una ditta di pulizie.

E a poco servono i conforti dell’amica Mano (Pascale Arbillot) pur fresca, divertente e trasgressiva.

Al massimo, le capita di avere successo come assistente di un gruppo d’anziane signore che sotto la scorza spensierata non possono nascondere né negare le mestizie del tramonto, cosa che naturalmente genera in Aurore una ancor più scarsa propensione all’ottimismo.

Il batticuore torna all'improvviso come per magìa

Se non che appare Totoche. Bell'uomo fascinoso, maturo e barbuto che ha il volto dell'attore Thibault De Montalembert, reso ancor più suadente dalla voce profonda che il doppiaggio italiano di Francesco Pannofino gli assegna.

Totoche, agli occhi di Aurore, emana un fascino antico. Il motivo c'è: è stato ?il? suo amore di giovinezza che ha lasciato di sé una scia romantica e remota; e ritrovarselo davanti, affiorato come per magìa dalle stratificazioni del tempo - in realtà incontrato per caso -  produce in lei l'inesplicabile, eccitante scossa della renaissance sentimentale. Con lo stesso batticuore di quand'era ragazza, magari oggi coniugato con qualche scetticismo di troppo ma pure con maggior maturità e consapevolezza.

Gli uomini: un po' ridicoli e un po' goffi

Non arrendersi. Così proclama Lenoir col suo film intelligente e fragrante che, nel procedere della narrazione, mette in campo tutte le età della vita femminile. Con Aurore al centro, come una boa, a osservare la realtà che le ruota attorno, il bimbo che sta per nascere, le figlie, l'amica poco più giovine di lei, le donne anziane. Poi gli uomini, che la regia controlla a distanza e con un certo sospetto, un po' ridicoli e un po' goffi, certamente abitanti d'un'altra sfera emozionale e psicologica.

Del resto è la donna intesa nella sua essenza, dunque oltre il personaggio e la bravura di Jaoui, la vera protagonista della storia. Simbolica e poetica è la sequenza ?" molto bene escogitata ?" nella quale Aurore balla solitaria al suono elettrico di Ain't Got No, I Got Life di Nina Simone (ottime anche le musiche originali di Bertrand Belin); e, danzando, la scena trasfigura in sogno facendole volteggiare intorno ?" lei giovane mamma -  le due figlie ancora bambine.

Resta l'unica concessione visionaria di un film che spende le sue qualità migliori su una traccia più realistica, sebbene vòlta in commedia, che non trascura i risvolti drammatici ma ne elimina con delicatezza ogni occasione di tetraggine.

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