2022, il meglio ed il peggio delle serie tv

Con l’avvicinarsi del Natale, vecchie urgenze tornano pressanti. I buoni propositi, le risoluzioni, la ferma volontà di elaborare bilanci. Torna il bisogno di stabilire assoluti, dentro e fuori la propria sfera privata. È il fermento di fine anno, quel moto spontaneo che, televisivamente, si traduce per tradizione in una maniera soltanto: in una classifica che, per punti, possa raccontare – e ricordare – quel che di più e meno bello abbiamo visto. Dunque, eccola, la classifica di fine anno, il compendio delle migliori e peggiori serie televisive. Cinque per categoria, perché il brutto potrebbe non avere mai fine, ma il bello, ahinoi, è cosa rara.

LE MGLIORI SERIE TV DEL 2022:

THE WHITE LOTUS 2

Bella, bellissima. È stato il gran fenomeno degli ultimi Emmy, la serie che è riuscita a portare a casa dieci statuette. Jennifer Coolidge, costretta per anni ad essere solo una «Milf», la prorompente e chiassosa mamma di Stifler, ne è stata la rivelazione. The White Lotus, la cui seconda stagione – in onda su Sky Atlantic e disponibile su Now Tv – ha saputo superare la prima, ha coniugato con successo la tipicità del giallo e i toni del dramma. Il primo capitolo ha avuto un morto, la cui identità è stata svelata solo nei suoi ultimi episodi. Il secondo ne ha avuti due, ignoti (di nuovo) fino alla fine. Entrambe le stagioni, ambientate l’una in un resort delle Hawaii, l’altra in un lussuosissimo albergo di Taormina, hanno usato i delitti come pretesto per raccontare chi in questi decessi è rimasto coinvolto: gli ospiti ricchissimi delle suddette strutture, miserie umane camuffate dietro esistenze sfarzose, vizi dell’upper class statunitense. Da vedere e rivedere.

THE PATIENT

La serie, arrivata in Italia per gentile concessione di Disney+, rientra nel novero delle «concettuose». Non è, cioè, una visione leggera, di quelle che si fanno partire con l’intento manifesto di svuotare la testa e mettere silenzio fra i propri pensieri. Richiede attenzione e una buona dose di pazienza. È lenta, verbosa. Si svolge, quasi per intero, in una sola stanza, quella in cui un serial killer ha costretto in catene uno psicoterapeuta, nella speranza di imparare a vincere così i suoi istinti omicidi. The Patient è tutta lì, fra le quattro mura di una prigione domestica, nel rapporto coatto fra il dottor Strauss e Sam Fortner, in dialoghi scritti con maestria rara, nella performance di due attori – Steve Carell, magnifico, e Domhnall Gleeson – in grado, da sola, di tenere in piedi lo show.

HOUSE OF THE DRAGON

Il fantasy non è per tutti, e Game of Thrones lo è ancora meno. Ma, nel grande gioco televisivo, sopravvivono ancora degli assoluti e la qualità di House of the Dragon, primo spin-off tratto dalla saga di George R. R. Martin, di questi assoluti è insindacabilmente parte. La serie tv, un prequel atto a raccontare la dinastia dei Targaryen, può vantare effetti visivi cui solo Il signore degli Anelli, show di Amazon Prime Video, ha potuto tenere testa. È bella, bella da vedere. Ed è furba. House of the Dragon, andata in onda su Sky e disponibile su Now Tv, è stata scritta e recitata in modo tale da compiacere i più tignosi fra i fan di Martin e reclutare parimenti nuovi spettatori. La si capisce, la si gode, anche senza essersi sorbiti la serie di cui è figlia.

BANG BANG BABY

In condizioni di normalità, non avremmo infilato Bang Bang Baby, pur carina, nella top cinque delle migliori serie viste quest’anno. Ma il panorama italiano, alla normalità, sfugge e non per via di una presunta esterofilia. Di rado, la nostra industria è riuscita a produrre serie tv che potessero reggere il confronto con le tante fatte all’estero, fra Israele e gli Stati Uniti. Perciò, quando la rarità si manifesta, è necessario riconoscerla e celebrarla: discorso valido per Diavoli, serie Sky, e quest’anno per Bang Bang Baby, show di Amazon Prime Video. La serie, liberamente tratta dall’autobiografia di Marisa Merico, ha poco da invidiare alle produzioni più blasonate. È coinvolgente, per gli occhi e per la mente. Ammicca alle mode odierne, senza esserne però schiava. È pop, nell’accezione più positiva del termine. E, non da ultimo, è la rilettura originale di un tema ormai abusato, le storie di mafia, di ‘ndrangheta e camorra.

THE BEAR

Ultima, e non per importanza, The Bear, piccolo gioiello reso accessibile da Disney+. La serie, in cui risuona l’eco del primo Martin Scorsese, è la nemesi di ogni MasterChef, non la celebrazione miope della cucina, ma il racconto del suo lato meno nobile. Un lato esplorato attraverso Carmen Berzatto e il suo adeguarsi agli eventi della vita. Avrebbe dovuto essere la nuova promessa della cucina statunitense, un cuoco con i fiocchi, ma la morte improvvisa del fratello lo ha costretto a trasferirsi a Chicago per prenderne in mano l’attività. Credeva sarebbe stato facile gestire una paninoteca, ma quel che si trova per le mani – e qui il contesto urbano alla maniera di Scorsese sfuma in altro, in film di genere e caricature di show televisivi cui siamo colpevolmente assuefatti – è un incubo fatto di debiti, di personale problematico e di pessima qualità gastronomica.

LE PEGGIORI SERIE TV DEL 2022:

FEDELTÀ

È stato sufficiente un episodio per piombare nell’incubo, nel provincialismo di una serie (Netflix) erosa dalla volontà di potersi dire internazionale. Fedeltà, adattamento del romanzo omonimo di Marco Missiroli, è la storia di un matrimonio che lo spettro dell’adulterio ha messo in discussione. Avrebbe potuto convincere e avvincere. Perfino, offrire spunti di riflessione utili. Invece, è stato divorato dalla sua stessa ambizione. Un’ambizione astrusa, non sostanziata da alcun dato di realtà. I dialoghi macchiettistici, le pretese intellettuali, la mistificazione di un contesto urbano, quello di Milano, che avrebbe potuto invece essere esaltato nella sua particolarità ne hanno fatto un fiasco, foriero pure di una buona dose di imbarazzi. Da evitare.

SOPRAVVISSUTI

Sulla carta, avrebbe dovuto essere la serie (o fiction, pardon) capace di lanciare l’universo Rai nel mondo, oltre i confini nazionali. E la storia avrebbe pure potuto attrarre. Avrebbe, però, perché la traduzione dalla teoria alla pratica si è rivelata problematica. Sopravvissuti, che Lino Guanciale in conferenza stampa ha definito un incrocio fra Lost e Homeland, ha cercato di far leva sul mistero: una crociera, dodici passeggeri, la sparizione della nave dai radar e lo sconforto dei familiari. Poi, la ricomparsa dell’imbarcazione, con lo staff confuso e i suoi passeggeri decimati. L’indagine su quel che è successo alla nave ha costituito il resto della trama. Ma le puntate sono state lente, i dialoghi sciapi, il finale così carico di elementi da far pensare ad una sorta di indecisione autorale.

NOI

Mai azzardarsi a replicare i grandi fenomeni americani. Poche parole, che dovrebbero essere scolpite a pietra in ogni ufficio di produzione. In particolar modo, in quello che ha visto nascere e crescere l’idea di Noi, remake Rai di quel successo internazionale che è stato This is us. La serie, con Lino Guanciale fra i protagonisti, è stata un disastro, un susseguirsi di scivoloni. Non si è saputo riadattare la storia di This is us al territorio locale. Non si è saputo arrivare a conferirle un’identità propria. Non si è neppure saputo riscrivere i dialoghi e la trama, perché i colpi di scena della serie originale non fossero replicati in serie. Noi ha copiato pedissequamente l’originale, sacrificando l’effetto sorpresa e inducendo lo spettatore ad un confronto impietoso fra quel che è stato bello e originale e quel che, invece, è stato l’esatto opposto.

BLOCCO 181

Uno schema già visto, un’idea che avrebbe potuto essere buona e una realizzazione che, invece, ci ha delusi. Blocco 181, serie Sky Original ideata dal rapper Salmo, è un carico di potenziali malespressi, cui solo l’uso continuo e ripetitivo del condizionale può dare voce. Avrebbe dovuto fotografare le periferie milanesi, restituendo il disagio dei suoi abitanti, le lotte barbare fra bande. Ci ha fatto ben sperare. Finalmente Milano, non più Napoli, non solo Roma. Ma i bei sogni si sono presto infranti. Lo show si è rivelato un insieme di stereotipi e luoghi comuni, conditi via con qualche amorazzo adolescenziale. Malriuscita, decisamente.

HARRY & MEGHAN

Si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto, ma quel che più vale, nell’ambito di Harry & Meghan, ultima apologia modello docuserie dei reali che furono, è un aggettivo: stucchevole. Lo show Netflix, un susseguirsi di lagne e recriminazioni, è il tentativo di presentare il principe Harry e consorte come vittime di una famiglia di arpie. Sarebbero stati indotti a lasciare l’Inghilterra e la corona da parenti serpenti. Avrebbero subito angherie e abusi. Sarebbero stati umiliati. Loro, anime dolci e buone dotate di spirito caritatevole, sarebbero state messe ai margini. E a Netflix, perché Oprah Winfrey non dov’essere stata sufficiente allo scopo, avrebbero deciso di raccontare la propria verità. Bisogno, dunque, non tornaconto. Piangono, Harry e Meghan. Cercano di vendersi come persone della porta accanto, gente normale. Si scusano e si lagnano. Ed è questo loro tentativo di appropriarsi dell’ordinario, con vocine melense e lacrimucce, ad essere stucchevole. È il loro rifiuto delle categorie di appartenenza, la ricerca compulsiva dell’empatia e del consenso a nauseare. Anche meno, anche basta.

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