2022, l'anno terribile per il Partito Democratico

L’annus horribilis del Partito Democratico si è appena concluso, ma i prossimi mesi si annunciano molto difficili, e decisivi, per quello che è stato il più longevo partito di governo della storia recente. Nel 2022 il PD ha sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare. L’alleanza con i 5 Stelle mai scartata e mai consolidata, la fede cieca in Draghi senza pensare alla propria offerta politica da presentare ai cittadini, la leadership tragica di Enrico Letta. Se Letta si fosse chiamato Renzi o Salvini non avrebbe trovato una stampa così docile e mansueta nello scontare i suoi errori politici, invece il segretario dimissionario del Pd, sempre ben voluto dall’establishment e trasversale nelle amicizie, è riuscito a incassare e forse nascondere un naufragio contro lo scoglio della realtà senza precedenti nella politica recente.

Letta ha prima distrutto le alleanze con 5 Stelle e centristi allo stesso tempo, poi non ha saputo trovare una linea politica che non fosse quella dello screditamento della Meloni, ha trascinato il Pd ad una rovinosa sconfitta, infine da dimissionario non ha potuto che lasciarlo sprofondare verso i peggiori sondaggi di sempre. Letta è un leader fallito, ma il partito e la sua classe dirigente non sono da meno anche considerando il crollo totale degli iscritti al partito. Un disagio che emerge anche dalle manovre congressuali.

Le correnti si dispongono dietro i candidati in modo rapsodico, fondato sulla convenienza più che sul progetto politico, sull’opportunità più che sulla storia. I due candidati più accreditati, Schlein e Bonaccini, non sembrano esprimere nulla di nuovo. La prima, oltre la vernice di nuovismo, non esprime altro che la sinistra urbanizzata, universitaria, progressista esprime oramai da anni. Un discorso tutto centrato su diritti civili, ecologismo, scienza e competenza. Cosa ne penserà di questo programma il giovane artigiano della val Padana? E cosa il tabaccaio del paesino calabrese?

Più concreto appare Bonaccini, almeno ha i piedi calati in un territorio, ma per andare dove? Non si è ancora capito se il governatore dell’Emilia-Romagna abbia in mente di ricostruire un sinistra social-democratica, interventista, welfarista oppure versa un forza di centro, liberale riformista. Forse al momento non lo sa nemmeno lui e per questo sceglie il solito mescolamento tra vecchio comunista emiliano e uomo forte modernizzatore. In ogni caso, c’è la possibilità che il PD resti intrappolato nell’Appennino tosco-Emiliano oppure nelle ZTL di una decina di grandi città. Comunque finisca il congresso, la traversate dei democratici sarà lunga e nessuna strada elimina a priori il rischio della miniaturizzazione o dell’estinzione del partito.

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