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2022, l’anno del tasso

2022, l’anno del tasso

C’è un’inquietante analogia tra il «plantigrado» e il tasso d’interesse che regola il sistema economico: entrambi mostrano una singolare ferocia, se provocati o maneggiati malamente. L’inflazione, intanto, raggiunge una quota mai vista da molto tempo e «si mangia» 100 miliardi di risparmi e 1.400 euro di reddito degli italiani. Alle famiglie costano di più i mutui, alle imprese i prestiti. Se non ci sono interventi di compensazione si bloccherà la ripresa e, fatalmente, aumenteranno le tasse.


Quando, al limitare della primavera, si ridesta è aggressivo perché affamato. Fa un «semiletargo» e scava lunghe gallerie con gli unghioni aguzzi che usa anche come armi. Sta nascosto, esce la notte e, se si impossessa del giardino di casa, non c’è modo di liberarsene. Ha un aspetto pacioso, ma è un predatore capace di uccidere; in Irlanda lo chiamano anche il Tasso mannaro. Ne Il Vento tra i salici lo scrittore Kenneth Grahame ne fa l’emblema del puritano britannico, un tipo scontroso che ha in uggia la società. Come l’alta finanza veste di nero, a parte le striature bianche sul muso. È una specie protetta e si è fatto dare tutte le garanzie. Lungi da noi condannarlo nel regno animale. Ma se i cinesi sono nell’Anno della Tigre, a noi tocca l’Anno del Tasso. E non è il massimo.

Perché dai tassi dipende molto dei nostri soldi e solitamente s’accoppiano con le tasse e non è mai un lieto evento. Proprio come quelli in pelliccia, i tassi in queste settimane si stanno svegliando dal letargo durato due anni – tanto quanto la pandemia – sono affamati e sui mercati s’annunciano lotte feroci. È finita la stagione dei soldi tanti, benedetti e subito e sta cominciando quella degli uragani finanziari. L’Europa pare la meno attrezzata a farci fronte e l’Italia è senza riparo.

A 86 anni dall’uscita della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta qualcuno si sta domandando se il celebre economista John Maynard Keynes avesse davvero ragione: forse, continuando sulla strada del debito pubblico per sostenere le economie, si arriverà al capolinea. Un dato racconta meglio di molte speculazioni teoriche. Il Centre for Economics and Business Research ha stimato che a fine anno il Pil mondiale per la prima volta sfonderà i 100 mila miliardi di dollari. Una crescita dovuta in gran parte agli stimoli anti-pandemici attuati dalle Banche centrali che però hanno portato il debito mondiale a 226 mila miliardi di dollari con un incremento del 28 per cento a un livello più alto di quello della fine della Seconda guerra mondiale.

Questa enorme massa di denaro – il debito è pari al 256% del Pil – ha riacceso l’inflazione e i ricercatori avvertono: se non si raffredda l’ascesa dei prezzi, il 2023 e il 2024 saranno anni di recessione. Deve pensarla così Jerome Powell, presidente della Federal Reserve americana che non regge più le pressioni inflazionistiche e ha già annunciato che ci saranno quattro aggiustamenti sui tassi d’interesse, il primo a metà marzo.

Per gli Usa è una strada obbligata: l’inflazione è arrivata al 7,5% – la più alta da 40 anni – e si sta mangiando i redditi della working class. Ma gli americani se lo possono permettere. È vero che hanno fatto in pandemia una montagna di debiti, ma hanno un’economia che tira forte e sono abbastanza certi che a determinare l’incremento abnorme dei prezzi sia proprio il surriscaldamento della domanda insieme all’eccesso di liquidità.

La mossa della Fed – che rialzerà il tasso di mezzo punto portandolo allo 0,50 – si porterà dietro un riallineamento dei tassi globale, e qui cominciano i dolori per l’Europa. C’è un’asimmetria nelle politiche monetarie di qua e di là dell’Atlantico ed è determinata da uno stato di necessità. Christine Lagarde, la presidente dell’Eurotower nota per le sue continue gaffes oltreché per i suoi eleganti tailleur Chanel, sostiene che una manovra sui tassi è prematura. Va proclamando che l’inflazione è passeggera, ma sa benissimo che non è così.

I problemi della Banca centrale europea sono di duplice natura: non può stringere troppo i cordoni della Borsa perché la ripresa europea è diseguale, deve fronteggiare la crisi energetica e ha un problema che si chiama Italia. Nonostante la vulgata racconti che siamo il Paese cresciuto di più in Europa (ma siamo quello che era di gran lunga sprofondato di più) e malgrado Mario Draghi abbia spostato la teoria del debito buono, l’Italia è un sorvegliato speciale. Se la Bce alza i tassi, con una montagna di 2.678 miliardi di debito (lo ha certificato la scorsa settimana la Banca d’Italia) in contemporanea con la fine dell’acquisto titoli, per noi sono dolori.

Ecco che la Bce si muove – almeno finché potrà – con estrema cautela, anche se al suo interno sono forti le pressioni per il rialzo dei tassi. Il governatore della Banca d’Olanda Klaas Knot lo chiede subito insieme alla fine degli acquisti titoli. Claudia Buch, viene dalla Bundesbank ed è considerata un falco, che ha in mano le leve dei tassi della Bce, ha fatto mostra di ritenere indispensabile una stretta. La ragione c’è: appare evidente che la fiammata inflazionistica (in Europa siamo al 5,1%) non è momentanea e non solo energetica ma determinata anche dall’eccesso di liquidità; e la Bce ha come target statutario di mantenere un’inflazione attorno al 2 per cento con la Germania che non tollera scostamenti troppo rilevanti da quest’obiettivo. Peraltro il mondo si muove in direzione ostinata e contraria a Christine Lagarde.

La banca d’Inghilterra – e sì che la Brexit doveva essere la rovina del Regno Unito! – visto il surriscaldarsi di ciclo economico e prezzi si è mossa con anticipo e ha già portato tassi allo 0,50 seguita da tutti gli Stati del Commonwealth; il Giappone che sta segnando una crescita del 5,4% sta portando in positivo il tasso sin qui negativo; la Cina che per far fronte alle bolle immobiliari con il (quasi) default di Evergrande aveva immesso sul mercato molta liquidità, ha i tassi al 3,70%.

L’euro peraltro si mantiene (attorno a 1,14) debole sul dollaro, e se la Fed toccherà i tassi ci sarà una fuga di capitali verso il Bond americano e l’abbandono dei titoli europei. Per primi quelli italiani, da cui la fiammata dello spread – l’impetuoso indicatore economico che esprime il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani (Btp) e i titoli di Stato tedeschi – una spia rossa accesa: quando Draghi è arrivato a palazzo Chigi, si posizionava a 89 punti. Oggi, con quota 169, ci è già costato in un anno oltre 10 miliardi di euro.

Nel 2011, il 5 agosto, Mario Draghi uscente da Bankitalia ed entrante in Bce firmò la famosa lettera con cui di fatto si dava lo sfratto al governo di Silvio Berlusconi. Quel giorno lo spread segnava 300 punti, ma il tasso della Bce era a 1,50 e l’Eurotower non stava comprando titoli italiani. Oggi siamo a circa 170 punti con un tasso, per ora, a zero e con la Bce che ha acquistato nel 2020 e nel 2021 il 100% del nostro debito di nuova emissione. Quest’anno però scenderà al 60 e il prossimo anno non ne comprerà affatto. Ecco perché per noi italiani la guerra dei tassi diventa un appuntamento con le tasse.

Le conseguenze sono già visibili. Sui mutui immobiliari a tasso fisso si è avuto un primo aumento di quattro decimali (l’Euris che è il tasso di riferimento è salito allo 0,47), quelli a tasso variabile restano per ora stabili, ma già si prevede un aumento di 40 euro a rata (su 100.000 euro di capitale). Lo stesso vale per i prestiti bancari con la possibilità che l’Euribor – il tasso interbancario – rimasto finora negativo schizzi in alto da qui a qualche settimana, nel momento in cui la Bce toccasse i suoi tassi.

Ma il prezzo più pesante adesso lo stanno pagando i risparmiatori. È stato calcolato che l’inflazione al 4,8% (la rilevazione di gennaio, l’aumento più forte degli ultimi vent’anni) sui 1.400 miliardi di depositi si mangerà 100 miliardi. Alle famiglie costa non meno di 1.400 euro all’anno. Se ci si sposta sulle imprese, questa dinamica segna – studio della Bnl – un incremento dei costi di produzione di oltre 20 punti. E qui c’è la contraddizione dei tassi.

Se restano fermi, ci guadagna lo Stato perché vede erodere il suo enorme debito dall’inflazione, ma ci rimettono risparmiatori e consumatori che pagano tutto di più. Ormai i rincari dei generi alimentari – dalla pasta al pesce passando per il latte – sfiorano il 15%. Se il livello dei prezzi non scende, si prevede – è una stima di Assoutenti – che il combinato disposto di inflazione più aumento dell’energia manderà in fumo 100 miliardi di euro di consumi.

Significa azzerare le prospettive di ripresa. La Banca d’Italia ha stimato che la previsione del governo di una crescita del 4,4% del Pil quest’anno è sovrastimata di almeno uno 0,6%. Tradotto, significa che lo Stato incasserà meno imposte e dunque se restano fermi i tassi dovremo compensare con più tasse. L’anno nel segno del simpatico tasso rischia di essere particolarmente amaro.

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